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balli contaminati: la niña e okgiorgio al flowers festival

Anche quest’anno il Flowers Festival, sotto direzione artistica di Hiroshima Mon Amour, ci delizia con accostamenti di artisti sulla carta differenti ma nella pratica molto simili. Nonostante l’assenza di concerti internazionali, il programma unisce con raffinatezza artisti italiani di ogni genere e per ogni generazione.
Tra le prime serate quella del 26 giugno, con La Niña e okgiorgio, già da tempo segnata sui nostri calendari. I due artisti hanno avuto il loro exploit lo scorso anno rigenerando con approcci molto personali nel primo caso la canzone napoletana, nel secondo l’elettronica da club.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Prima a esibirsi, La Niña ci ha immerso nella sua Furèsta: dimensione in cui la tradizione napoletana si ibrida con suoni barocchi ed elettronici per dare vita a una re-invenzione libera da qualsiasi vincolo. Canzone dopo canzone attraversiamo generi, ritmi e tempi diversi con alcuni momenti di spicco: la tammurriata e la pustiggiata, nel primo caso una versione semplice e incisiva da far tremare tutti quanti, nel secondo una versione quasi tragica di “Maruzzella” con autotune e synth distorti.
Nella seconda parte, il producer e dj bergamasco okgiorgio ha coinvolto il pubblico più resistente al caldo in un mix di suoni elettronici e acustici (batterie, chitarre e ukulele).
Il suo set scorre e pian piano aumentano sempre di più i bpm alternando parti totalmente sintetiche ad altre in cui le melodie acustiche si uniscono a loop vocali stranianti.
Tutti aspettavano il dream moment: Giorgio che campiona in tempo reale un sogno di una persona del pubblico e costruisce un brano, invece a sorpresa sostituito da un duetto con La Niña che canta un estratto della fiaba Sole, Lune e Talia di Giambattista Basile.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

L’esibizione dal vivo di okgiorgio unisce stili differenti: un incrocio fecondo tra Soulwax (batterie), Jamie XX (samples vocali) e Caribou (melodie acustiche), mescolati per far ballare sì, ma sempre responsabilmente, come tiene a precisare.
Ben venga allora la contaminazione, lo scontro tra generi e prospettive anche lontane che da sempre sono motore di cambiamento e innovazione musicale. Si può ballare sia al ritmo ossessivo dei tamburi a cornice che dei kick drums in un paio d’ore senza pensare siano cose diverse ma trovando connessioni inaspettate.
Questa serata ci ha dimostrato che tutto questo è possibile e auspicabile da parte di un pubblico trasversale che ricerca momenti simili per abbattere sempre di più etichette e confini tra mondi musicali differenti.

Alessandro Camiolo

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Viaggi musicali in un club astronave

L’ascolto musicale è sempre più una pratica di adattamento, cambiano le tecnologie, le sale e i contesti di ritrovo, ma rimane una parte centrale della nostra esperienza.

Se parliamo poi di musica elettronica sperimentale, ovvero l’esplorazione del suono nelle sue molteplici forme, trovare un luogo adeguato non è semplice.
Parte da qui il progetto Performing the Club curato da Cristina Baù, che punta a ripensare i club come spazi performativi unici e non convenzionali.

Il club in questione è l’Azimut: uno tra i più raffinati di Torino e con spiccata attenzione al pubblico più affezionato, in cui la qualità artistica e audio non è lasciata al caso. Dal contenitore passiamo al contenuto: “La Danza dell’Universo” in Cinque Movimenti, ideata da Domenico Sciajno e Riccardo Mazza con visual di Laura Pol, è la performance presentata in anteprima sabato 10 maggio, in apertura alla serata techno curata da GENAU. Sciajno e Mazza sono docenti di musica elettronica rispettivamente presso il Conservatorio di Torino e la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo, Pol è artista visuale e fondatrice di Project-TO insieme a Mazza.

Foto di Loris Turturro

All’ingresso ogni partecipante riceve una bustina con all’interno uno dei cinque elementi del Wu Xing (fuoco, acqua, legno, metallo, terra), ripensati sotto forma di ceneri, ghiaccio, minerali, polveri di metallo, germogli. Si arriva così nella sala principale. I tre artisti stanno in piedi attorno ad un tavolo centrale su cui è disposta la strumentazione necessaria: portatili, tablet, mixer audio. C’è anche una ciotola con sopra una telecamera collegata al computer di Laura che elabora il segnale video attraverso un algoritmo creando i visual proiettati sulle due pareti.

Foto di Loris Turturro

L’ordine seguito si potrebbe definire ascensionale, dall’esecuzione del movimento legato alla terra, caratterizzato da una bassa frequenza costante del sound System Funktion-One, che fa tremare la nostra stabilità. Si passa poi al legno e al fuoco, in cui i suoni iniziano a scontrarsi, sembra di raggiungere vette di altezze vertiginose per ricadere subito giù; poi tutto si trasforma in metallo, la fase più ritmata e veloce che precede il finale dell’acqua, in cui l’agitazione caotica diventa un flusso organizzato, sempre più calmo e avvolgente.

Foto di Loris Turturro

La performance è interattiva, il pubblico viene invitato da Laura a riversare il contenuto della propria bustina dentro la ciotola, creando così effetti visivi sempre nuovi a seconda dell’elemento: inversioni cromatiche, sovraimpressioni, illusioni quasi psichedeliche. Non si ricerca un equilibrio della forma, ma sempre una continua trasformazione sonora e visiva che non si arresta mai. Siamo completamente circondati da suoni e luci in un contesto diverso dal solito, in cui possiamo muoverci, esplorare, sederci e chiudere gli occhi. Un’esperienza di ascolto non riproducibile con altri mezzi, ma che si può trovare sulle piattaforme di streaming, così da poterla vivere almeno in parte. 

Foto di Loris Turturro

Alessandro Camiolo