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C2C FESTIVAL 2026: the party that never ends

Il C2C FESTIVAL celebra 25 anni dalla sua fondazione con un’edizione – la numero 23 – che vuole tenere tutto insieme: grandi nomi del pop, sperimentazione, nuove scoperte e generazioni differenti. Niente a che vedere con i turning points degli ultimi anni: edizione 2019 (la prima come C2C) e 2022 (il ventennale), il confronto è impari. Quest’anno, complice l’aumento dei costi dell’industria della musica dal vivo, il lavoro di selezione ha mirato quanto più al compromesso e un rischio ponderato che ha prodotto 4 giornate differenti ma efficaci, ognuna con le sue particolarità.
Noi vi proponiamo un racconto della serata conclusiva – finissage – siamo sempre nel weekend della settimana dell’arte contemporanea, svoltasi alle OGR. Tra le quattro è stata la più coerente per accostamento di artisti che richiamano molto il passato del festival e gettano luce sul nuovo percorso. 
La serata si apre all’insegna della sperimentazione, affidando il palco al veterano della musica elettronica e della plunderfonia: Carl Stone. La sua performance è dominata da continue stratificazioni di voci e suoni manipolati che danno vita a un effetto specchio, mirato a domare e ricreare il Caos. Attraverso una ripetuta e ipnotica alternanza di sovrapposizioni, scambi e contromelodie, Stone dirotta i valori già conosciuti delle diverse musiche per destrutturarli e riutilizzarli. Il risultato è un’esperienza sonora in grado di offrire un significato del tutto nuovo, in un gioco di incastri tra intrattenimento e rottura.
Si arriva così a un momento di sospensione: è come se l’esperienza umana, con tutto il suo mistero, venisse canalizzata attraverso la musica ambient di Grouper. Un’esperienza intima e familiare dell’artista in cui chiunque può immedesimarsi, lasciandosi guidare direttamente dal suono. In questo spazio, il set di Liz Harris prende vita attraverso un’essenziale combinazione di loop minimalisti, rumori ambient, occasionali chitarre e voci atmosferiche.
Il passaggio dall’immobilità contemplativa di Grouper alla performance di Marina Herlop segna un vero cambio di marcia: l’artista iper-espressiva irrompe sul palco con la sua band e dimostra di abitare una dimensione artistica tutta sua, usando tutto ciò che ha a disposizione per creare un’esperienza epica, gloriosa e percussiva, ma non solo. Alzando ulteriormente l’asticella della sperimentazione, il suo set ci ha catapultati in un mondo disorientante fatto di sussurri, balbettii, echi e canti cerimoniali in un idioma inafferrabile. La sua musica d’avanguardia si è rivelata un contenitore senza fondo, uno spazio in cui ha riversato la sua personalissima lingua inventata e un approccio alla composizione totalmente libero da schemi, capace di trascendere ogni confine musicale.

Headache alle OGR, foto di Fabiana Amato

Il mood cambia radicalmente con l’ingresso degli headache sul palco, con uno stile in bilico tra nostalgia e l’ironia dell’internet più demenziale. Il set si sviluppa come un viaggio in più capitoli: una voce artificiale recita le poesie di Francis Hornsby Clark, mentre il produttore Vegyn suona remix eterei di vecchi classici, tra cui “I’m Not in Love” dei 10cc ed “Everybody’s Talkin'” di Harry Nilsson. A fare da contrappunto ci sono i filmati proiettati sugli schermi, a tratti intensi, a tratti figli della stessa cultura internet surreale che emerge dai suoni.
A chiudere le danze è Lorenzo Senni, eclettico produttore italiano, con un lungo dj set adrenalinico che si rivela la degna conclusione del festival. Sospeso tra trance e sperimentazione, nel più puro stile Warp Records, il set alterna momenti più rarefatti a passaggi dichiaratamente dance e caotici.
Ecco, la musica è finita … e come recitano i cartelli sugli schermi alle OGR: this room is for listeners, please keep silence during the performance, andiamo oltre la finalità di questa richiesta, quindi enjoy the silence e al prossimo C2C.

Alessandro Ciffo, Alessandro Camiolo, Melika Nemati

Lorenzo Senni alle OGR, foto di ILUM COLLETTIVO