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De Sono 2025/2026: non solo una stagione concertistica

L’Associazione De Sono è pronta per iniziare un nuovo anno ricco di iniziative. Venerdì 3 ottobre al Palazzo Costa Carrù della Trinità, è stata presentata la stagione 2025/2026, iniziata con le parole del direttore artistico Andrea Malvano: «Parleremo anche di una stagione di concerti, che però in realtà sono solo la punta dell’iceberg di tutta l’attività che dedichiamo ai giovani in tante maniere diverse, valorizzando il talento ma non solo». Infatti, l’Associazione, fondata nel 1988 da Francesca Gentile Camerana, è nata con quattro obiettivi fondamentali: sostenere i giovani musicisti; l’istituzione di masterclasses e la promozione di progetti volti principalmente all’educazione all’ascolto; la pubblicazione delle migliori tesi di laurea o di dottorato discusse in ambito musicologico; una stagione concertistica come vetrina per i musicisti emergenti.

Missione principale della De Sono è sicuramente il sostegno ai giovani musicisti, in particolare con l’attribuzione di borse di studio. Il presidente Benedetto Camerana ha sottolineato il fatto che i due terzi dei borsisti De Sono hanno affermato che senza la borsa di studio non sarebbero riusciti a continuare la propria carriera – un supporto prezioso, dunque, quello che l’Associazione offre. 

Da qualche anno ormai la De Sono organizza iniziative finalizzate a sviluppare competenze «complementari», come la gestione del digitale, in particolare deisocial media. Il progetto De Skills è di fatto finalizzato a migliorare le competenze digitali dei giovani musicisti, che si trovano ad avere in mano strumenti potentissimi, utili per l’autopromozione, spesso però senza essere propriamente in grado di gestirli. Il progetto offre quindi dei workshop specifici sull’apprendimento e sull’approfondimento del mondo della comunicazione. 
Come afferma il direttore didattico Carlo Bertola: «Ogni volta che ci si presenta in pubblico è come subire un esame continuativo, quindi è importante sviluppare strumenti per fronteggiare la tensione», dunque è fondamentale sostenere i musicisti anche sotto l’aspetto dell’emotività. A tal proposito è stato presentato il progetto C# -See Sharp, ideato da Gloria Campanera, per aiutare i giovani musicisti ad elaborare le emozioni. Il nome, non a caso, è un gioco di parole che allude al Do diesis, la nota musicale, e all’inglese “vedere nitido”, dunque vedere in modo più chiaro il complesso groviglio di emozioni che il musicista deve imparare a gestire.

«Siamo costantemente circondati da musica che non attiviamo intenzionalmente con la volontà di ascoltare. Serve creare un ascolto attivo». Così Andrea Malvano ha ricordato un altro fondamentale obiettivo della De Sono: l’educazione all’ascolto. Per questo filone continua la collaborazione con le scuole, attraverso lezioni-concerto dedicate a temi di rilevanza socio-culturale, e con l’Università degli Studi di Torino, grazie al progetto del Coro del D.A.M.S., iniziativa utile per creare competenze di ascolto oltre che di pratica musicale.

Interessante il progetto di digitalizzazione delle partiture manoscritte conservate all’archivio della 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐖𝐡𝐢𝐬𝐭 𝐝𝐢 𝐓𝐨𝐫𝐢𝐧𝐨, sostenuto dal PNRR-Next Generation EU per la transizione digitale – è disponibile il link per la consultazione.

Altra importante missione dell’Associazione De Sono è il sostegno ai giovani musicologi, in particolare attraverso la pubblicazione di tesi di laurea, di dottorato o di argomento filologico. Quest’anno è stata selezionata la tesi dottorale di Matteo Quattrocchi intitolata Nerone di Arrigo Boito. I materiali dautore e la ricostruzione di Arturo Toscanini, che verrà presentata nel mese di dicembre al Conservatorio G. Verdi. 

Ed eccoci finalmente alla “punta dell’iceberg” dell’Associazione De Sono di cui si parlava all’inizio: la stagione concertistica. All’interno del cartellone il direttore artistico cerca di proseguire la missione per il sostegno ai giovani musicisti inserendo, per quanto possibile, borsisti ed ex borsisti.
L’attenzione è focalizzata sul dialogo con le arti e le varie discipline. Ad esempio, inaugurerà la stagione il concerto-spettacolo «Canzoni popolari e della Resistenza», già presentato nell’ambito della rassegna Note Libere, che unisce alcuni passi del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio ai brani del repertorio della Canzone della Resistenza.

A ricordare l’impegno della De Sono nei confronti dei giovani musicisti è sicuramente Classical Swing, concerto costruito intorno a David Alecsandru Irimescu, borsista di quest’anno. Il repertorio è al confine tra musica colta, jazz e pop. 

Infine, si festeggeranno due compleanni molto importanti: i cinquant’anni dall’arrivo in Italia del metodo Suzuki e i cento dalla nascita di György Kurtág. 
«Sono dell’idea che la musica contemporanea debba essere suonata nei posti giusti»: queste le parole del direttore artistico per presentare il centenario di Kurtág. Il ciclo di concerti a lui dedicati, infatti, sarà eseguito al Museo di Arte Contemporanea di Rivoli, luogo in cui già quest’anno durante la quinta giornata di MiTo SettembreMusica musica e arte contemporanea hanno iniziato a dialogare.

Continua, inoltre, la collaborazione con la Fondazione Renzo Giubergia. Quest’anno sono state nuovamente numerose le domande da tutto il mondo. La commissione – composta da Andrea Lucchesini, Alessandro Moccia, Francesco Dillon, Carlo Bertola e Andrea Malvano – ha selezionato quattro finalisti che si confronteranno in una diretta online. Chi vincerà si esibirà il 24 novembre al Conservatorio G. Verdi durante la premiazione.

Al termine, con molto orgoglio, sono stati presentati i vincitori della borsa di studio di quest’anno: Matteo Fabi, violoncellista che gode del sostegno della De Sono per il secondo anno; Alessandro Vaccarino, pianista che andrà a studiare presso l’accademia di Basilea; David Alecsandru Irimescu, pianista esempio di resilienza; e Davide Trolton, che nasce come percussionista ma è già indirizzato verso la direzione d’orchestra, approdo insolito per la sua giovane età. 
Matteo Fabi, presente alla conferenza stampa, ha contribuito con un piccolo intervento: «Ci tenevo a ringraziare a nome di tutti i borsisti l’Associazione De Sono per il sostegno psicologico ed economico. Avere questa sicurezza di fondo fa sentire meglio e permette di concentrarci sulla crescita musicale. Detto ciò, non sono qui per parlare, ma per suonare». E così è stato: la conferenza si è conclusa sulle note della Suite per violoncello solo in 3 movimenti dello spagnolo Gaspar Cassadò

Anche quest’anno, insomma, l’Associazione De Sono si riconferma al passo coi tempi, rimanendo sempre fedele al focus sui giovani musicisti e cercando l’attenzione dei giovani ascoltatori.

Roberta Durazzi

MiTo Settembre Musica, quinta giornata 

All’interno della sua programmazione, MiTo Settembre Musica ha creato dei percorsi tematici per agevolare il proprio pubblico. Il concerto di domenica 7 settembre al Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli è rientrato nel percorso «Ascoltare con gli occhi», dedicato alla multisensorialità e alle esperienze che vanno oltre al concerto classico. Questo titolo sembra un errore, una cosa quasi impossibile da realizzare, poiché ovviamente si ascolta con le orecchie e si osserva con gli occhi. Alberto Navarra, però, con il suono del suo flauto traverso, ha fatto capire agli spettatori quanto l’udito e la vista siano due sensi complementari e come la musica e l’arte contemporanea possano creare un dialogo tra loro e con il pubblico.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il flautista piemontese, nonostante la giovane età, può già vantare numerosi riconoscimenti, tra cui il titolo di «Alumno más sobresaliente», conferitogli dalla Regina di Spagna nel 2019 a Madrid, e il primo posto alla Carl Nielsen International Flute Competition del 2022. Da questo stesso anno si è unito ai Berliner Philharmoniker come membro della Karajan-Akademie, grazie alla quale si sta perfezionando sotto la supervisione di Emmanuel Pahud e Sébastian Jacot.

Il programma scelto ha cercato di seguire con coerenza le sale dell’esposizione permanente del Castello di Rivoli, come fosse una vera e propria visita guidata. Infatti, il concerto è iniziato dall’androne della galleria con Syrinx, brano per flauto solo composto nel 1913 da Claude Debussy. Un inizio inaspettato: il pubblico, abituato alla tradizionale sala da concerto, probabilmente non si immaginava di ascoltare la composizione in parte seduto, in parte in piedi sulle scale. 
Poi finalmente l’interazione vera e propria: aiutato anche dalla disposizione della sala dedicata a Piero Gilardi, il pubblico si è ritrovato circondato dalle installazioni ad ascoltare la Sonata appassionata op. 140 di Sigfrid Karg-Elert. Il brano solistico, in un unico movimento, è molto breve e indaga le potenzialità espressive e tecniche del flauto. Si alternano momenti in pp e in mf, dando sfogo a virtuosismi e momenti più intimi dell’interprete. 
Nella sala seguente, dedicata a Panels and Tower with Colours and Scribbles di Sol Lewitt, è continuata l’esplorazione delle potenzialità dello strumento. Qui il flautista ha eseguito Sequenza per flauto solo di Luciano Berio, composizione che spinge il flauto oltre i limiti convenzionali e tradizionali, trasformandolo, in alcuni momenti, da strumento a fiato in strumento a percussione.
Continuando il percorso ci si è ritrovati nella sala de Larchitettura dello specchio di Michelangelo Pistoletto, per il momento probabilmente più interessante del concerto. Alberto Navarra, infatti, ha eseguito Soliloquy op. 44 di Lowell Liebermann suonando davanti all’installazione, composta da quattro enormi specchi, dando, così, le spalle al proprio pubblico. Questo per rimanere coerente con il significato dell’opera di Pistoletto: il flautista è diventato esso stesso arte, creando quasi un quadro di sé stesso attraverso il riflesso dello specchio. Durante l’esecuzione ha cercato spesso l’attenzione del pubblico, osservandolo da un punto di vista particolare.
Proseguendo, musica e arte sono diventate un tutt’uno, grazie anche all’installazione HellYeahWeFuckDie di Hito Steyerl. Navarra, in questa sala, si è ritrovato circondato dalle persone e dalle note di Density 21.5 di Edgard Varèse. Infatti, le scritte tridimensionali che sono parte dell’installazione e occupano l’intera sala hanno fatto da sedute per gli spettatori, rendendo difficile per il musicista riservarsi uno spazio distante dal pubblico. Il titolo del brano allude alla densità fisica del platino, materiale di cui può essere fatto il flauto traverso, e alla consistenza del suono che esso può generare. Infatti, nonostante la sua brevità, Density 21.5 è ricco di cambi di registro ed esplora l’intera estensione dello strumento, alternando note molto acute a note molto gravi.
In ultimo, il momento più spiazzante: la Partita in la minore per flauto solo BWV 1013 di Johann Sebastian Bach eseguita sotto l’installazione Novecento di Maurizio Cattelan. Chissà se il compositore barocco avrebbe apprezzato questa esecuzione – considerando la sua indole sperimentatrice, è possibile –, ma di sicuro il pubblico è rimasto colpito e inaspettatamente affascinato. Non sono mancati lunghi applausi e commenti molto positivi da parte degli spettatori.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il pubblico si è ritrovato, insomma, catapultato in una modalità insolita, un concerto itinerante tra le sale di una galleria d’arte contemporanea, dove Alberto Navarra era al tempo stesso musicista e cicerone. I tempi erano quelli di una classica visita al museo, dove le opere venivano spiegate non più a parole ma attraverso la musica. Nonostante non fossero abituati a questa modalità, i partecipanti non si sono fermati davanti ad alcun pregiudizio, anzi erano incuriositi e molto attenti. Il rispetto per la musica e per l’arte hanno fatto da padrone, i visitatori si invitavano al silenzio a vicenda pur di ricreare ad ogni cambio di sala la giusta atmosfera. Forse avremmo bisogno di più «guide turistiche» di questo genere. 

L’esperimento creato grazie alla collaborazione dell’associazione De Sono e di MiTo Settembre Musica è stato sicuramente un successo. La speranza, uscendo da questo concerto, è che non rimanga solamente un momento di sperimentazione fine a sé stesso, ma che si continui a far entrare le arti sempre più in dialogo tra di loro, creando sempre più occasioni di incontro ed eliminando il più possibile le distanze.

Roberta Durazzi

Una prova d’amore per la De Sono: Federico Gad Crema

C’è chi il 14 febbraio festeggia San Valentino con cuori e fiori, chi guarda Sanremo sotto le coperte, e poi ci siamo noi che scegliamo di vivere una serata diversa, immersi nella magia della musica dal vivo. Una musica classica che celebra l’amore, che è capace di arrivare dritta al cuore e regalarci una dolce carezza.

È proprio questo che la De Sono, il 14 febbraio, ha voluto portare sul palco del Teatro Vittoria di Torino: note di tre grandi compositori – Schumann, Skrjabin, Debussy – che celebrano l’amore e la fantasia, due valori fondamentali nella vita di ciascuno. La presenza del pubblico è una «prova d’amore per la De Sono», afferma il direttore artistico Andrea Malvano, ma c’è qualcosa di più: la sala gremita e i biglietti esauriti sono la testimonianza che la musica dal vivo (fortunatamente) è al di sopra di ogni cliché.

Foto da cartella stampa, Federico Gad Crema

Protagonista della serata Federico Gad Crema, giovane pianista classe ’99, riconosciuto a livello internazionale e insignito, nel 2013, del premio “Cavalierato Giovanile” per i suoi meriti artistici. Tra il 2021 e il 2023, con il sostegno della De Sono, ha perfezionato i suoi studi conseguendo un Master a Ginevra. Vincitore di numerosi concorsi internazionali, si è esibito insieme a direttori quali David Coleman, Ricardo Castro e Roberto Abbado e, nel 2023, ha fondato il Peace Orchestra Project, un progetto che utilizza la musica come strumento di integrazione sociale.

Federico Gad Crema è il perfetto interprete della doppia anima di Schumann, un po’ Eusebio – delicato – e un po’ Florestano – virtuoso, esuberante. Il concerto, aperto dalla Fantasia op. 17, è stato un incontro straordinario tra virtuosismo e lirismo. Fin dalle prime note, Crema ha dimostrato di essere in perfettamente in sintonia con il compositore, rivelando tensione e profondità emotiva.

I tasti del pianoforte perdono la loro consistenza rigida per trasformarsi in un materiale morbido, soffice, in cui le dita di Crema affondano con leggerezza anche nei passaggi più energici e vigorosi. Il suo tocco è caratterizzato da una morbidezza che emerge anche nei ritmi più vivaci.   

La mano sinistra accompagna con un ritmo incalzante e irregolare – come un battito irrequieto del cuore – la melodia appassionata e piena di tensione della mano destra, passando da momenti di calma malinconica a momenti passionali con improvvise esplosioni sonore e intensi crescendo.

Foto da cartella stampa, Federico Gad Crema

Con il secondo movimento, il più festoso, Crema dimostra la sua grande abilità tecnica, da iper-virtuoso, con ampi spostamenti sulla tastiera ed effetti di sfasamento temporale: un continuo inseguirsi di mano destra e sinistra.
Si sa che le sezioni più energiche e virtuosistiche sono anche quelle che spesso generano gli applausi e, anche in questo caso, il pubblico non è riuscito a trattenersi prima della fine del trittico.

Con Images di Debussy, la ricerca timbrica che caratterizza il compositore emerge in tutte le sue forme. Crema, nella prima sezione Reflets dans l’eau, riesce a restituire con la sua delicatezza e passionalità il flusso sonoro dell’acqua, trasportando l’ascoltatore in un mondo immaginifico, sospeso e lontano. Ogni nota sembra evocare paesaggi incantati, ispirati all’Oriente, le cui sonorità venivano spesso ricercate dallo stesso compositore.

Dopo la pausa più intima e riflessiva con Debussy, arriva il finale impetuoso con la Fantasia op. 28 di Skrjabin. Il flusso dell’acqua si trasforma in un torrente di pensieri, emozioni e idee. Quasi senza alcuna struttura, i suoni vibrano nel corpo del pianista e nell’aria che avvolge la sala, lasciando il pubblico estasiato dalla sua performance che ha saputo unire tecnica e passione. Ogni gesto e movimento del corpo sembrava un’estensione diretta della musica: l’energia e il trasporto passionale emergevano nelle sue improvvise inclinazioni della testa, negli occhi chiusi e nelle espressioni rapite del viso.

Federico Gad Crema ha trasformato la sala del Teatro Vittoria in un contenitore di passioni, sentimenti ed energia. La capacità di fondere abilità tecnica e sensibilità emotiva ha dato vita ad un concerto trascendente che ha trasportato il pubblico in una realtà emozionale avvolgente.

A cura di Ottavia Salvadori

Maat Saxophone Quartet e le mille sfumature del sax

La Fondazione Renzo Giubergia e la De Sono nel corso degli anni sono riuscite a creare una solida famiglia che si impegna a dare un supporto ai talenti della scena musicale. 
La Fondazione Giubergia dal 2012 sostiene i giovani musicisti assegnando annualmente il Premio «Renzo Giubergia» a solisti e, dall’anno scorso, ad ensembles da camera: un premio in denaro ma il cui valore va ben oltre quello materiale, perché l’onore e il prestigio che vengono riconosciuti a questi giovani è ciò che lo rende speciale ed importante.

Con il 20 novembre 2023 si conclude anche quest’anno un intenso e appassionato lavoro che ha visto la commissione raccogliere novanta ore di musica, selezionare quattro gruppi che si sono sfidati in una diretta streaming e, infine, premiare presso il Conservatorio «Giuseppe Verdi» il vincitore di questo premio, ormai giunto alla sua decima edizione: il Maat Saxophone Quartet.

A inizio serata, la presidente della fondazione Paola Giubergia e il direttore artistico Andrea Malvano, annunciano le novità apportate durante l’anno: l’apertura di un sito della Fondazione che funge da archivio degli eventi passati e le nuove modalità di partecipazione al Premio. Da quest’anno il bando si estende anche a talenti internazionali under 26 permettendo alla Fondazione di ottenere credibilità anche fuori dall’Italia e consentendo a giovani – proprio come l’ensemble portoghese/olandese Maat Quartet – di aderire all’iniziativa.

Foto da ufficio stampa De Sono

Continua così la stagione 2023-24 della De Sono – dopo un grande concerto di apertura realizzato insieme a Lingotto Musica – con una collaborazione con la Fondazione Giubergia in un concerto più intimo che vede protagonista della scena una formazione quartettistica diversa da quella consueta: sassofono soprano, sassofono contralto, sassofono tenore e sassofono baritono.

Il Maat Quartet è un gruppo di giovani musicisti di origine portoghese il cui sodalizio nasce nel 2018 ad Amsterdam in seguito agli studi di sassofono al conservatorio. Ottengono sin da subito grandi riconoscimenti: nel 2018 vincono il prestigioso Prémio “Jovens Músicos” e nel 2022 il Dutch Classical Talent Award. L’ensemble ha una visione della propria produzione di ampio respiro: ha collaborato con una compagnia teatrale per la produzione di uno spettacolo per bambini e ha lavorato a stretto contatto con importanti compositori della scena contemporanea olandese come Nuno Lobo e Arnold Marinissen. 
Non stanco di perfezionare il proprio lavoro, il gruppo ancora oggi frequenta la NSKA (Accademia olandese del quartetto d’archi), dove lavora sul repertorio per quartetto d’archi con gli opportuni arrangiamenti.

Foto da ufficio stampa De Sono

Il giro del mondo in Sax, così viene intitolato da Andrea Malvano il concerto del 20 novembre. E cosa se non meglio di queste parole può raccontare ciò a cui il pubblico ha assistito durante la serata. Per la prima volta in Italia con questo concerto di premiazione, il gruppo ricorda quale è la poetica che sta alla base del loro lavoro: “mostrare tutto ciò che un quartetto di sassofoni può fare” utilizzando repertori che attraversano i secoli e tutti i territori del mondo.
Il programma ha toccato culture differenti: dall’operetta viennese al folk iraniano fino ad arrivare al fado portoghese. Dunque, un repertorio con il quale il pubblico – fedele e affezionato delle due associazioni – non è particolarmente avvezzo.

Sin dall’inizio, con il primo brano, si capisce quali sono le sonorità più classiche che l’ensemble vuole approfondire. Con un arrangiamento per sassofoni, realizzato dal sassofonista soprano Daniel Ferreira, portano in scena l’Overture dell’operetta Dichter und Bauer di Suppè. Sembra aprirsi sul palco una vera e propria scena teatrale, in un ambiente ottocentesco romantico attraverso una melodia lirica iniziale di grandissimo effetto espressivo, pieno di sentimento, che si unisce ad un leggero valzer aggraziato.
Con soli quattro ottoni, sono riusciti abilmente a creare suoni leggerissimi e, allo stesso tempo, una grande massa sonora portando lo spettatore ad immaginare una vera e propria orchestra sul palco. Il Maat Quartet dimostra come lo strumento sia capace di creare un timbro del tutto singolare a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Complice di questa atmosfera suggestiva, sicuramente è la straordinaria sinergia e maestria del quartetto di amalgamare perfettamente le quattro voci.

Foto da ufficio stampa De Sono

Il Maat Quartet è riuscito a raccontare una storia attraverso ogni brano, materializzando diversi sentimenti ed emozioni, da quelle più allegre e festose a quelle più malinconiche e introverse, trasformando anche i silenzi in momenti pieni di significato. La profondità espressiva con la quale sono riusciti ad entrare in ogni singola nota ha fatto sì che il pubblico si immedesimasse e immaginasse veri e propri quadri scenici. 

Dall’Asia all’Europa, questo è il viaggio nel quale ci hanno trasportato con gli ultimi due brani. Con un lavoro originale, composto dal giovane amico e compositore iraniano Ramin Amin Tafreshie, emergono le sonorità più particolari e contemporanee che forse lasciano più interdetto quella parte del pubblico abituato solo a sonorità “classiche”. Con glissando e suoni instabili, in continuo movimento, sembra addirittura di non avere più sul palco quattro sassofoni ma gli strumenti tipici della cultura iraniana e curda, come il duduk. Anche con questo brano il quartetto dimostra la sua abilità e apertura nei confronti di tutte le sonorità possibili.

Ancora una volta, dunque, la commissione del Premio Giubergia non delude. Nonostante non tutti gli spettatori siano riusciti a cogliere la sensibilità e la bravura dei giovani sassofonisti, il concerto ha rivelato le numerose sfumature che la musica può assumere, confermando l’importanza della commistione di differenti culture.

A cura di Ottavia Salvadori

Quando la musica si trasforma da gioco a talento. Porrovecchio e Consonni al Conservatorio di Torino

I grandi virtuosi dell’Ottocento riuscivano ad incantare le platee con il loro modo di stare sul palco. Oggi, 13 marzo 2023, a stregare il pubblico sul palco del Conservatorio «Verdi» di Torino non sono i grandi del passato ma due giovani musicisti che sin da piccoli hanno abbracciato la strada della musica come bambini-prodigio: Riccardo Porrovecchio e Martina Consonni, un violinista ed una pianista poco più che ventenni che si esibiscono per la De Sono con un repertorio intenso e di ardua esecuzione.

Porrovecchio ha tenuto in mano il suo primo strumento musicale a soli quattro anni, un violino giocattolo ma che presto si è trasformato in un violino Guadagnini del 1849. Il gioco trasformatosi in una vera passione, lo ha portato a studiare in molte città europee. Musicista acclamato in festival e in rassegne internazionali nonché vincitore di numerosi concorsi, si esibisce come solista e in formazioni cameristiche. 
Consonni, invece, si è avvicinata al pianoforte in maniera naturale all’età di sei anni diventando la più giovane vincitrice al concorso Premio Venezia, tappa e sogno di molti giovani pianisti. Ha suonato in tutto il mondo, ma continua a perfezionarsi a Berlino e a Kronberg.

Passando da un virtuosismo espressivo ed energico come quello di Paganini fino al virtuosismo più intimo di Chopin, il duo ha dimostrato la sua grande capacità di alternare momenti decisi ad altri più intimi e delicati, rimanendo sempre affiatati l’uno con l’altro. 
Con grande scioltezza e naturalezza Porrovecchio è riuscito a gestire i cambi di ritmo e di tecniche di produzione del suono passando da pizzicati con la mano destra a pizzicati con la mano sinistra, da un colpo d’arco legato ad uno saltellato, da un glissando ad uno staccato. Una grande abilità tecnica che il “diabolus in musica” Paganini richiede.

Foto di Francesca Cirilli

Paganini, Chopin e Liszt: tre musicisti capaci di trasformare i virtuosismi in emozioni, in sentimenti o in ritratti dettagliati di personaggi operistici. Esempio ne è la Parafrasi sul Rigoletto che ha dato conferma della grande abilità di Consonni di gestire fiumi di note, e di immedesimarsi nel personaggio divertendosi con esso.

Nel Gran duo concertant sur “Le marin” di Liszt, la corsa concertante tra violino e pianoforte ha creato continui giochi musicali lasciando a bocca aperta tutti gli spettatori che non riuscivano a togliere lo sguardo dai fluidi movimenti del duo. Attraverso un dialogo equilibrato tra i due strumenti, il tema principale si è trasformato in variazioni che hanno messo in evidenza l’energia lisztiana.

Consonni è riuscita ad entrare nei brani e ad immedesimarsi nei vari sentimenti espressi dalle melodie. Energica ma allo stesso tempo leggera, ha suonato muovendosi velocemente nell’ampio registro sonoro.
Entrambi, con semplicità, hanno suonato gli strumenti “ai limiti dell’umanamente possibile” proprio come l’estetica del virtuosismo romantico richiedeva.

Foto di Francesca Cirilli

Allontanandoci dalle città dei grandi musicisti, con un brano di Pablo De Sarasate il concerto ha assunto un tocco di esotismo. Il pubblico, trasportato in un mondo spagnoleggiante, ha ascoltato temi popolari fusi ad un virtuosismo spettacolare che il Duo ha dimostrato poter essere ricco di sentimento.

Come ha affermato la pianista Consonni durante la lezione concerto tenuta all’Università di Torino la mattina del concerto «Le accademie di perfezionamento italiane sono tutte private. Anche all’estero ci sono numerosi costi da sostenere». La De Sono, in questo senso, sta dando un grande supporto a molti giovani musicisti che vogliono studiare e vivere per e di musica. Per ringraziare l’impegno dell’Associazione, i due giovani talenti hanno concluso il concerto dedicando a Francesca Camerana, fondatrice della De Sono, un brano intimo e dolcissimo ma di grande potenza evocativa: l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana.

A cura di Ottavia Salvadori

Il Trio Eidos: una scoperta sorprendente

Entrando a un concerto della De Sono, e in particolare al concerto che si è tenuto in Conservatorio il 14 novembre, l’impressione che ha il viandante musicofilo è quello di essersi ritrovato in mezzo a una festa di famiglia: la De Sono effettivamente lo è, nel modo in cui adotta giovani musicisti a cui offrire sostegno economico, morale e un luogo dove esibirsi, senza perderli poi di vista nello sviluppo delle loro carriere internazionali. Ma lo è anche perché aveva una Mamma, Francesca Gentile Camerana, che ne è stata la fondatrice e l’anima per più di trent’anni: scomparsa nel corso di questa estate 2022, la sua figura è stata ricordata prima del concerto a tutti i presenti, membri della famiglia De Sono e outsider che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con lei: e chiedendo perdono al lettore per l’autoreferenzialità, devo rammentare che persino noi, che pure non meritiamo niente, abbiamo avuto la fortuna di godere della straordinaria generosità di Francesca: è giusto che, nel nostro piccolo, la ricordiamo qui.

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250 anni e non sentirli? Maratona Beethoven in casa De Sono

In tutto il mondo si celebra la nascita, a 250 anni di distanza da noi, del grande compositore Ludwig van Beethoven. Anche qui a Torino, nonostante le avversità di quest’anno, non ci siamo persi d’animo e la De Sono ha omaggiato il Maestro, sabato 10 ottobre al teatro Vittoria, con una maratona di concerti. Di seguito raccontiamo com’è andata.

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“Fiabe”: il concerto inaugurale della De Sono

Lunedì 21 ottobre la stagione 2019/2020 della De Sono Associazione per la Musica è stata inaugurata da un concerto da favola: il primo appuntamento di quest’anno, ospitato dal Conservatorio “G. Verdi” di Torino, infatti, si è articolata attraverso varie declinazioni del fiabesco in musica.

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