Lotta. Giustizia. Libertà. Resistenza. Orgoglio. Identità. Protesta. Ribellione. Parole come detonatori; eppure non bastano per evocare l’anima del pensiero e della musica di Julius Eastman. Sono urla, gesti, temi che bruciano, azioni che scuotono: Eastman non ha avuto paura di impugnarle e trasformare in suono, in verità. Parlarne è un atto di resistenza.
Mentre la città si paralizza per una partita della Juve, c’è chi cerca tutt’altro: non il grido per un gol, ma per una rivoluzione fatta di musica, parole, identità. Altrove si corre dietro ad un pallone, alle Officine Caos si corre incontro ad una verità urgente e necessaria, seppur scomoda.
“Without Blood There Is No Cause” è lo spettacolo che MiTo Settembre Musica, il 16 settembre, ha dedicato a Eastman: figura radicale e visionaria che ha trasformato la sua arte in atto politico. Inizia a studiare pianoforte a quattordici anni e prosegue al Curtis Institute of Music di Philadelphia. Lui, nero e gay, con una musica minimalista e sperimentale fatta di suoni che mutano e degenerano (‘musica organica’), si fa strada tra l’élite musicale dell’epoca, bianca e benestante.
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Fabio Cherstich, regista dello spettacolo, apre la performance recitando con voce profonda un testo che ripercorre la vita di Eastman, svelando alcune scelte drammaturgiche e il significato dei brani. Ad accompagnare il racconto, immagini storiche scattate al compositore e il suono ripetitivo di una tastiera, suonata da Oscar Pizzo.
Il viaggio musicale procede sulle note di Pizzo addentrandosi in “Turtle Dreams”, brano composto da Meredith Monk. È il sogno «lento e fragile» di una tartaruga – Neutron – che si aggira in una Manhattan fantasma. Il gruppo vocale SeiOttavi, che ha interpretato e rielaborato liberamente il pezzo, è accompagnato da un filmato: la tartaruga passeggia in ambienti naturali e sopra mappe del mondo, fino ad arrivare in una città desolata, senza vita. Si ascolta, non serve capire.
Versi stridenti, gutturali, profondi, stranianti evocano un canto recitato più che una melodia tradizionale. Attorno ad una lampadina calata dal soffitto, i performers fissano la luce in uno stato ipnotico, muovendosi in modo meccanico, quasi rituale, occupando lo spazio con una presenza (fisica e sonora) inquieta e totalizzante. Le voci alternate e spezzate sembrano procedere ciascuna per conto proprio, ma in realtà costituiscono un unico organismo sonoro, dissonante e coerente allo stesso tempo; un urlo compatto di resistenza. Il risultato è un paesaggio acustico disturbante e magnetico, dove la voce diventa corpo e il corpo diventa suono.
L’ingresso nel mondo sonoro di Eastman avviene subito con “Evil Nigger”, «un flusso ossessivo e implacabile». Quattro pianoforti, un unico suono: singole note martellate all’infinito, abbellite da leggerissime variazioni. Un ritmo incalzante cattura e ipnotizza. Il tempo sembra dilatarsi, eppure corre. Lo scorrere dei secondi sui monitor posizionati sopra i pianoforti detta la precisione chirurgica dei suoni. La concentrazione dei pianisti si fa palpabile: una sincronia perfetta tra musica e parole è fondamentale. Alcune scritte compaiono e scompaiono sullo schermo tinto di rosso: «noi siamo ovunque e vogliamo una rivoluzione», «lotta», «resistenza», «protesta», «ribellione», «orgoglio».
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Parole che graffiano, che raccontano la rabbia, la forza e la rivendicazione di chi rifiuta l’invisibilità. Temi urgenti: razzismo, identità di genere, orientamento sessuale e violenza sistemica.
Tra le parole anche numeri. Dati freddi, taglienti come lame: il 30% delle 13.000 persone uccise dalla polizia sono afroamericani; durante la presidenza di Trump, i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 17%; nelle contee in cui si sono tenuti i suoi comizi, l’aumento è stato del 226%; in Italia, solo nell’ultimo anno, ci sono stati 1106 crimini d’odio. Numeri che non possono essere taciuti.
Eastman non accetta compromessi: «Voglio essere al massimo. Nero al massimo, musicista al massimo, omosessuale al massimo». L’ossessività della musica si intreccia, così, con un’altra forma di insistenza: quella dell’identità che rifiuta di essere silenziata, quella dei diritti che rivendicano la loro presenza.
La rivendicazione della propria identità compare con forza in “Gay Guerrilla”; la musica non chiede permesso, afferma la ‘presenza’ con determinazione: io sono qui e non me ne vado. Sullo sfondo, immagini di manifestazioni LGBTQ+ con cartelli alzati al cielo. In primo piano, la foto di una lapide anonima («a gay Vietnam veteran») dice: «when I was in the military they gave me a medal for killing two men and discharge for loving one». Immagini potenti non lontane da quelle che vediamo e viviamo oggi: all’orgoglio e alla protesta pacifica si affiancano gli scontri con la polizia.
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Echeggia in “Stay on it” la dialettica tra passato e presente. Non ci si arrende di fronte all’ingiustizia, si ‘sta sul pezzo’. Cherstich pensa «alla lotta per le libertà: al popolo palestinese, all’Ucraina, al Sudan… e a tutti i popoli che vivono l’orrore, alle persone che subiscono discriminazioni, aggressioni, alla violenza maschile sulle donne». “Stay on it” diventa un invito urgente e necessario: restare svegli, coraggiosi, uniti e trasformare la voce in coro, l’indignazione in musica condivisa. Il balafon e lo djembé di Mustapha Dembélé, griot del Mali, si fondono in un unico respiro con l’Happy Chorus Gospel Choir di Sondrio, il gruppo vocale SeiOttavi e i quattro pianisti. Una danza collettiva prende vita, potente e magnetica, fino e sfociare in un lungo applauso.
Da quell’onda di emozione, si leva un ultimo grido dal pubblico: «Free, free Palestine!». «Senza giustizia non avremo alcuna pace»: è questo l’urlo cantato dalla musica.
Entrare al Teatro Vittoria è sempre un gesto d’amore verso sé stessi: una coccola per il cuore e una carezza per l’udito. Nella sua sala intima e priva di barriere tra palco e platea, il suono riesce ad abbracciare lo spettatore con calore ed energia. Il 13 settembre, nell’ambito di MiTo Settembre Musica, il teatro ha registrato il sold out – almeno sulla carta: qualche poltrona vuota è rimasta, ma questo non ha intaccato la magia della serata.
Protagonista dell’evento l’Eliot Quartett, approdato a Torino per concludere il viaggio musicale attraverso i quindici quartetti di Šostakovič: un percorso iniziato con tre appuntamenti a Milano e proseguito con tre giornate nella nostra città.
L’Eliot Quartett, fondato nel 2014, si è rapidamente affermato come una delle formazioni cameristiche più significative del panorama internazionale. Vanta numerosi riconoscimenti ed è spesso ospite di importanti sale da concerto in Europa. L’esecuzione integrale dei quartetti di Šostakovič è stata un traguardo e un sogno raggiunto nella stagione 2024-2025 con date in Germania, in Austria, in Canada e oggi anche in Italia.
Con la prima data torinese, sabato, il quartetto ha portato sul palco il Quartetto n° 4, il Quartetto n° 13 e il Quartetto n° 9, offrendo al pubblico un percorso musicale denso di contrasti. Troppo spesso entriamo in sala, leggiamo il programma (se ci spinge la curiosità) e usciamo senza mai sentire la voce dei musicisti. Il secondo violino Alexander Sachs, invece, ha scelto di rompere il silenzio e di introdurre i pezzi, sottolineando la profonda diversità che caratterizza i quartetti. Composti da Šostakovič in periodi differenti della sua vita, ciascuno riflette un contesto storico e personale differente. È difficile, infatti, separare le scelte musicali dalle tensioni politiche che lo circondavano.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
A quarantatré anni Šostakovič compose il Quartetto n° 4 in un clima di forte repressione culturale, consapevole che la sua musica sarebbe rimasta inascoltata a causa della censura del regime sovietico. Il compositore sapeva che il nuovo pezzo – che conteneva citazioni dirette della musica popolare ebraica – non avrebbe potuto essere eseguito almeno fino alla morte di Stalin, ma decise di comporlo ugualmente come atto di resistenza ‘silenziosa’ e testimonianza artistica.
Ai quattro musicisti è bastato uno sguardo per dare avvio al primo movimento che, con il suo impasto sonoro che richiama una cornamusa, ha trasportato subito il pubblico in un paesaggio remoto. Era come se l’intreccio di violini e viola, sostenuti dal bordone del violoncello, stesse dichiarando l’intento del concerto: non una semplice esecuzione, ma un’immersione nell’anima di Šostakovič. Un gusto orientaleggiante è affiorato lentamente, insinuandosi tra dissonanze che non hanno generato mai conflitti ma piuttosto tensioni emotive. I violini di Maryana Osipova e Alexander Sachs, pur essendo due voci distinte e contrapposte, hanno dialogato senza farsi la guerra, come due anime che si sfiorano senza mai scontrarsi. Il tono dolce e malinconico ha saputo mescolarsi alla perfezione con note profonde, gravi, a tratti dissonanti. È però nel quarto movimento che il pezzo ha raggiunto il suo apice emotivo: una danza macabra, straziante, i cui motivi ebraici si sono intrecciati a ritmi agitati e vorticosi che hanno animato il suono, rendendolo denso e coeso.
La potenza sonora creata dal quartetto è riuscita a materializzare timbricamente un’intera orchestra: non più dunque quattro strumenti, ma un intero organico. La danza vorticosa improvvisamente ha lasciato il suo posto a pizzicati in pp che sembravano voler insinuare dubbi e domande nell’ascoltatore.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
Mentre il silenzio si faceva sacro e l’arco di Dmitry Hahalin (alla viola) era pronto a dare vita al Quartetto n° 13, una notifica squillante (anzi, due notifiche consecutive) – inequivocabilmente Samsung – ha rovinato il rituale. Hahalin, pronto in posizione per iniziare, ha reagito con un gesto potente che ha mostrato il suo disappunto: ha abbassato la viola staccandola dalla spalla e dal mento, l’ha appoggiata sulle sue gambe, e poi ha atteso fermo, con lo sguardo abbassato, finché la sala non ha ritrovato silenzio e concentrazione. Un giorno, forse, assisteremo ad un concerto in cui nessun telefono squillerà, nessuna notifica ad alto volume interromperà il flusso armonico della musica, e nessun cellulare scivolerà dalle poltrone. Ma evidentemente quel giorno, il 13 settembre, non era ancora arrivato.
Le condizioni di salute di Šostakovič erano tutt’altro che stabili quando compose il tredicesimo quartetto, completato nel 1970 dopo diversi ricoveri. Ogni nota sembra, infatti, portare il peso di una vita vissuta sul filo, tra fragilità interiori e una traiettoria esistenziale troppo ‘rivoluzionaria’ rispetto al contesto storico. Attendere il silenzio non è stato solo un gesto di rispetto nei confronti dei musicisti stessi e della musica del compositore, ma un tributo alla vita di Šostakovič, per non dimenticare la sua storia e le difficoltà che ha incontrato lungo il percorso.
La malattia si sente sin dalle prime note che con leggerezza, ma tragicità, si addentrano con passo felpato in una storia drammatica che vuole, forse, evocare l’imminenza della morte. Il violoncello di Michael Preuß, con le sue note gravi, ha dialogato con quelle acutissime e taglienti dei violini, creando un paesaggio desolato ma vibrante. Sforzati-piano dei violini nel registro acuto, staccati fortissimi omoritmici, continue dissonanze, colpi secchi d’archetto sul legno degli strumenti – che, come frustate sonore, hanno risvegliato lo spettatore – e il nervosismo crescente hanno saputo rendere palpabile la sofferenza, il dolore e la malattia. L’atonalità ha dominato la scena, ma senza soffocare la melodia, che è rimasta centrale.
Nonostante la potenza e la capacità del quartetto di ipnotizzare il pubblico – soprattutto i più giovani, sempre troppo pochi nelle sale –, qualche testa brizzolata e qualche palpebra hanno ceduto alla forza di gravità. Per un pubblico poco avvezzo a suoni ‘rivoluzionari’ e alle tensioni imprevedibili che questi generano, anche solo ascoltare il Quartetto di Šostakovič può diventare una sfida contro sé stessi. Il magnetismo dell’Eliot Quartett ha però incantato tutti coloro che hanno avuto il coraggio di lasciarsi attraversare da questa rivoluzione sonora.
Il tormento di quest’ultimo pezzo ha lasciato poi spazio alla spensieratezza del Quartetto n° 9, che cita apertamente l’overture del Guillaume Tell di Rossini. Un galoppo senza fine verso la libertà, che sembra essere non solo musicale ma anche emotiva. Dopo aver attraversato l’oscurità, l’Eliot Quartett ci ha invitato a correre insieme, verso un futuro – forse – migliore.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
Il quartetto ha saputo restituire la complessità di queste pagine con un equilibrio perfetto fra melodie dubbiose e malinconiche, poi nervose, e infine allegre e libertine. Il dialogo tra strumenti non è stato soltanto udito ma è stato anche visibile: le espressioni dei volti dei quattro musicisti hanno fatto trasparire una profonda immedesimazione, come se ogni nota fosse vissuta ancor prima di essere suonata. Occhi chiusi, sopracciglia tese e respiri profondi: tutti i loro gesti hanno parlato, trasformando il dialogo musicale in narrazione visiva.
L’Eliot Quartett ha dato voce a Šostakovič, trasformando ogni nota in testimonianza e ogni gesto in racconto.
Prosegue con slancio la programmazione di Mito Settembre Musica nell’ambito del progetto Mitjia e gli altri, dedicato all’universo musicale di Šostakovič. Dopo il sold out al Teatro alla Scala il 4 settembre, il giorno seguente il pianista Seong-Jin Cho e la London Symphony Orchestra, diretta da Sir Antonio Pappano, sono saliti sul palco del Lingotto, accolti da un pubblico trepidante di attesa e meraviglia.
Il programma ha tracciato un arco musicale ricco di contrasti: dall’eleganza della “Overture” tratta da Semiramide di Rossini, alla poesia romantica del Concerto n° 2 di Chopin. Protagonista della seconda parte del concerto è stata la Sinfonia n° 9 di Šostakovič, anticonvenzionale e specchio di una rivoluzione novecentesca; infine, un inno impetuoso e giovanile in forma di poema sinfonico: Juventus di Victor de Sabata.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Appena varcata la soglia della sala, la presenza imponente dei violini, disposti simmetricamente ai lati del direttore d’orchestra, ha stupito il pubblico. Un impatto visivo potente che si è presto trasformato in un’esperienza sonora coinvolgente.
Si potrebbe dire che il crescendo sia stato il filo conduttore di tutto il concerto, non solo nella “Overture” di Rossini, ma come principio che ha attraversato ogni brano. La London Symphony Orchestra, diretta dall’espressività di Pappano, ha creato uno slancio orchestrale raro: ogni composizione ha rivelato al suo interno una progressiva espansione sonora. Ma ciò che ha colpito è stata la trasformazione complessiva dell’orchestra lungo l’intero concerto: dall’attacco brillante del primo brano sino all’impeto finale di Juventus, l’orchestra ha mostrato una crescita di potenza e compattezza sonora, come se ogni pezzo avesse alimentato il successivo in un progressivo accumulo di energia. La forza espressiva dell’orchestra ha pian piano raggiunto il suo apice, avvolgendo interamente il pubblico.
La “Overture” è iniziata con un crescendo rapido, presto culminato in tre accordi in ff che hanno concluso con energia la prima sezione. Con una melodia sognante, solenne, i corni hanno dato voce alla cantabilità dell’Andantino, esaltando la padronanza dell’orchestra anche per le sezioni melodiche. Come un piccolo concentrato dei temi principali della Semiramide, la “Overture” ha dipinto un quadro vivido, drammatico ma energico e gioioso. Dalla direzione di Pappano è trasparito con forza il suo profondo legame con l’opera italiana, un amore che si traduce in una lettura capace di travolgere con energia e allo stesso tempo di commuovere l’ascoltatore.
È poi arrivato il momento del giovane pianista Seong-Jin Cho: classe 1994, nel 2015 ha vinto il Concorso Internazionale Chopin di Varsavia e ha poi collaborato con diverse orchestre in tutto il mondo consolidando la propria fama internazionale.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
I Concerti chopiniani sono stati, in passato, oggetto di critiche da parte di musicisti e studiosi che hanno evidenziato una certa trascuratezza nell’orchestrazione. L’orchestra, infatti, assume prevalentemente il ruolo di sostegno, fungendo da cornice sonora al protagonista: il pianoforte.
La tecnica impeccabile e il controllo assoluto di Seong-Jin Cho hanno rivelato, tra le pieghe della perfezione formale, una sottile assenza: quella della vibrazione emotiva capace di raggiungere le corde più profonde dell’ascoltatore. Nonostante questo, Cho si è mosso con naturalezza sulla tastiera, generando un vortice infinito di note, come un fiume impetuoso che scorre senza tregua. Orchestra e pianoforte sono diventati l’uno l’estensione dell’altro: dove l’orchestra non riusciva ad arrivare, giungeva il pianoforte; dove il pianoforte si fermava, l’orchestra prendeva il testimone e proseguiva il discorso musicale. Erano due organismi complementari che non potevano fare a meno l’uno dell’altro. E così, ciò che un tempo veniva considerato un limite dell’orchestrazione chopiniana si è trasformato in una risorsa che ha creato equilibri. Da semplice sfondo sonoro, la London Symphony Orchestra è diventata voce attiva nel dialogo ora dolce e malinconico, ora frenetico ed energico.
Il concerto è poi proseguito con la Sinfonia n° 9 di Šostakovič. Quando la compose, Šostakovič sovvertì le aspettative del regime sovietico che si prefigurava un’opera celebrativa e patriottica a completamento della “Trilogia bellica” (inaugurata con la Settima sinfonia e proseguita con l’Ottava). Il compositore, tuttavia,compose una sinfonia che di monumentale ha ben poco, se non nella finezza della scrittura. Costruita su un umorismo sarcastico, la Sinfonia sembra deridere il conformismo borghese, e forse lo stesso regime.
Il carattere ironico e leggero è stato ben espresso nel primo dei cinque movimenti (Allegro): l’ottavino, che si è ritagliato uno spazio ampio e sembrava commentare con sarcasmo la scena, ha suonato una melodia vivace, brillante e quasi caricaturale, basata su note brevi e sincopate che ricordavano la musica da circo. A questo intervento sono seguiti colpi secchi del rullante, quasi militareschi, e due note del trombone nel registro grave. La melodia nel corso del primo movimento è stata ripresa e trasformata dall’orchestra: il tema è passato in un registro più grave e l’atmosfera è cambiata, diventando cupa e a tratti tragica. La London Symphony Orchestra è riuscita ad esprimere al meglio questi cambi repentini di umore e toni, controllando timbri e dinamiche alla perfezione e permettendo agli interventi solistici (dei fiati) di emergere in tutta la loro potenza espressiva.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Il secondo movimento, dal tono più lirico e meditativo, ha sorpreso lo spettatore con un’improvvisa immersione in una melodia delicata, malinconica e introspettiva. Il clarinetto solo ha aperto il movimento con un canto sospeso, trasformato poi dal flauto traverso in una melodia dal carattere misterioso e interrogativo. Gli archi, con frasi brevi e ascendenti, hanno amplificato questa tensione, come alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile. La carica energica, frenetica e brillante è tornata ben presto nel terzo e nel quinto movimento. Solo il Largo (quarto movimento) ha introdotto una pausa di riflessione che sembrava evocare le ferite della guerra. Il carattere drammatico, funebre, si è trasformato poi in un Allegretto vivace che con un crescendo giocoso ha chiuso la sinfonia.
A concludere il concerto è stato Juventus, un poema sinfonico che intreccia la brillantezza della “gioventù” con temi romantici e pensosi. L’energia non è mai venuta meno: la potenza sonora dell’orchestra ha travolto con forza il pubblico. Come inatteso omaggio, il pubblico torinese ha ricevuto infine un «piccolissimo regalo» da Sir Antonio Pappano e dalla London Symphony Orchestra: la “Prima danza ungherese” di Brahms, eseguita con leggerezza ed entusiasmo.
A differenza del concerto inaugurale del Festival, Pappano ha deciso di offrire al pubblico un’esperienza senza silenzi contemplativi, ma ricca di vibrazioni. La musica ha parlato senza interruzioni e con intensità.
Per molti torinesi e milanesi l’unico motivo per desiderare che l’estate finisca in fretta è l’arrivo di MiTo Settembre Musica, il festival che da diciannove edizioni segna il passaggio dalla spensieratezza estiva alla routine autunnale. Dopo mesi di attesa e un’estate che ha faticato a mostrarsi tale, si torna alla quotidianità: tra chi riprende gli studi, chi rientra al lavoro e chi sceglie di salutare il caldo immergendosi nell’ascolto di musica ‘rivoluzionaria’ (Rivoluzioni è il tema scelto da Giorgio Battistelli per identificare una musica capace di creare nuove prospettive).
Il 3 settembre, a Torino, si è aperto il sipario sull’edizione 2025 di MiTo. L’auditorium Lingotto è tornato nuovamente a vibrare di musica e dell’energia di un pubblico affezionato, capace di stupirsi ed emozionarsi.
Foto di Gianluca Platania
Ad accompagnarci nel viaggio musicale tra le musiche russe di tre compositori che hanno fatto la Storia – Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij – è stata l’orchestra Filarmonica della Scala guidata da Myung-Whun Chung. A completare il quadro, il ventiseienne Mao Fujita, pianista pluripremiato che nel 2019 ha ricevuto la medaglia d’argento al Concorso Čajkovskij di Mosca.
Myung-Whun Chung, che presto vedremo al Teatro alla Scala in qualità di direttore musicale, sembrava dirigere l’orchestra ancor prima di salire sul podio: non ha voluto lasciare il tempo agli applausi di concludersi per dare subito il primo attacco del “Valzer n. 2” di Šostakovič. Un gesto fulmineo, una scarica di energia e l’orchestra ha preso il volo: Chung infatti, dopo qualche movimento, si è appoggiato al pianoforte e ha lasciato l’orchestra dirigersi da sola per qualche battuta, per poi riprendere le redini con la sua direzione sobria ma intensa. Quel “Valzer” che per alcuni è stato il primo passo incerto nel mondo della musica, tra i leggii traballanti e gli spartiti sgualciti di un’orchestrina scolastica, nelle mani della Filarmonica della Scala è diventato un turbine di emozioni e di potenza che ha travolto il pubblico. La sua leggerezza e spensieratezza danzabile si è contrapposta in maniera quasi teatrale ai due brani successivi – il Concerto n° 2 di Rachmaninov e la Sinfonia “Patetica”di Čajkovskij – entrambi drammatici e di struggente profondità.
Foto di Gianluca Platania
Il concerto della Filarmonica è stato un vero viaggio esistenziale attraverso le sfumature dell’animo umano: dalla serenità luminosa del “Valzer”, alla morte sussurrata in pppp dai contrabbassi (in sordina) nel finale della “Patetica”. Ma la vita non è mai lineare, e così non lo è stato il percorso che ci ha portato alla chiusura di questo viaggio musicale: si sono alternati dialoghi e scontri, tensioni e abbandoni, in un continuo passaggio da toni tragici a melodie dolci e malinconiche.
Il Concerto di Rachmaninov è stato il primo brano che ha affondato le sue radici nei temi tragici, pur lasciando spazio a melodie serene ma nostalgiche. La morte si è fatta sentire fin dai rintocchi funebri iniziali, ma presto ha ceduto il passo ad una dolce malinconia, nel secondo movimento, che ha evocato chiaramente la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven: una melodia sognante che sembrava nascondere qualcosa di sospeso tra sogno e inquietudine. Un trillo nervoso del pianoforte e il pizzicato dei violoncelli hanno introdotto una crepa nell’incanto, una minaccia in agguato, forse un riferimento alla morte come presenza silenziosa. Rachmaninov gioca con la ripetizione di cellule melodiche, creando un effetto di loop emotivo, dove ogni variazione di tonalità si trasforma in una nuova sfumatura dell’animo umano: Fujita e la Filarmonica sono diventati un unico organismo che è riuscito a trasformare le note musicali in tensioni emotive.
A concludere il Concerto è stato il terzo movimento (Allegro scherzando), un finale energico e brillante, che con ironia sembrava prendersi gioco del clima triste e malinconico dei primi due movimenti. Nonostante il carattere scherzoso, sono emersi echi di melodie cantabili e nostalgiche. L’orchestra, sotto la direzione di Chung, ha saputo creare un equilibrio magico tra leggerezza e profondità. In particolare nei momenti più travolgenti, il suono ha raggiunto la platea come aprendo una breccia capace di risvegliare emozioni sopite.
Fujita, curvo sulla tastiera del pianoforte, con lo sguardo fisso sulle mani, sembrava intensamente coinvolto nel turbine di sentimenti raccontati dalla musica. Ogni nota era eseguita con perfezione tecnica, ma la sua forza espressiva risultava attenuata dalla difficoltà di emergere e contrastare il suono pieno dell’orchestra. La fragilità sonora ha trasformato il pianoforte in un punto focale su cui focalizzare l’attenzione. Il suono delicato ma allo stesso tempo incisivo ha incarnato la riservatezza del pianista, che ha accolto gli applausi del pubblico con le spalle chiuse e quasi con esitazione.
Foto di Gianluca Platania
A differenza dell’inizio improvviso del “Valzer”, Chung ha scelto di vivere il silenzio prima di immergersi nella Sinfonia di Čajkovskij: un minuto intero di immobilità in cui il pubblico ha trattenuto a fatica il respiro. Un piccolo rito di ingresso che è stato anticipatore del lento e ‘lamentoso’ addentrarsi nelle melodie più liriche e agitate. Con un continuo gioco di risposte e di melodie ripetute, l’orchestra si è dimostrata straordinariamente coesa. Nel terzo movimento il pubblico non ha saputo trattenere un applauso che ha rotto l’incantesimo: si sa che i momenti chiusi da un grande finale a piena orchestra attirano maggiormente il consenso, e così è stato anche questa volta, con la piccola marcia allegra in fff, scandita da timpani e piatti.
Dopo tre movimenti allegri, nell’ultimo – insolito e struggente – il cerchio apertosi sulle note gravi del fagotto e dai contrabbassi vibrati si è chiuso tornando alla calma iniziale, con un andamento lento e cupo. Un finale che non vuole dare risposte ma lasciare sospesi. Una dissolvenza nel silenzio che non chiede di essere capita ma contemplata. Chung, infatti, immobile nel suo ultimo gesto ha atteso: non ha permesso che il fragore degli applausi rompesse il respiro silenzioso della musica, ma ha lasciato che l’eco dei contrabbassi si sedimentasse nei corpi dei presenti. Solo dopo qualche secondo gli applausi sono arrivati come un’onda.
Il concerto è stato solo il primo di tanti che si susseguiranno nei prossimi giorni: non vediamo l’ora di scoprirli, e immergerci in altri mondi e rivoluzioni.
Torino e Milano si preparano ad accogliere la 19a edizione di MiTo Settembre Musica, il festival internazionale che dal 3 al 18 settembre celebrerà la musica attraverso il tema “Rivoluzioni”.
Durante la conferenza stampa del 20 maggio, in collegamento tra le due città coinvolte, l’Assessora alla Cultura di Torino, Rosanna Purchia, ha affermato che MiTo rappresenta non solo un appuntamento musicale, ma un vero e proprio dovere civile, culturale e sociale. Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha invece evidenziato il valore della collaborazione tra le due città, sottolineando che l’internazionalità del festival rispecchia l’identità e le aspirazioni di Milano.
Alla sua ultima edizione come direttore artistico, Giorgio Battistelli ha messo in luce la necessità di rinnovare il concetto stesso di programmazione musicale. «Non si porta la cultura, si sollecita un’azione culturale» ha affermato, rimarcando la volontà di resistere all’omologazione e stimolare nuove connessioni.
I quattro perimetri su cui si sviluppa il programma sono: Mitjia e gli altri (per omaggiare Šostakovič nel cinquantenario dalla scomparsa), Berio e le avanguardie (con un omaggio al compositore nel centenario dalla nascita), Rivoluzioni – tempi di guerra, tempi di pace, e infine Ascoltare con gli occhi – la musica si intreccia con immagini e danza per creare un’esperienza multisensoriale.
Con 67 eventi in programma, MiTo porterà sui palchi artisti e orchestre di grande rilievo. Ad inaugurare il festival, il 3 settembre all’Auditorium del Lingotto di Torino, ci sarà la Filarmonica della Scala guidata dal futuro nuovo direttore musicale del Teatro, Myung-Whun Chung: in programma musiche di Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij.
A seguire, il 4 settembre al Teatro alla Scala, Antonio Pappano dirigerà la London Symphony Orchestra in brani di Bernstein, Prokof’ev e Copland.
All’interno del programma dedicato a Šostakovič, sarà di rilievo l’esecuzione della Sinfonia n° 10 al Teatro Dal Verme con l’Orchestra Sinfonica di Lucerna diretta da Michael Sanderling, accompagnata dalla proiezione dell’artista William Kentridge: un suggestivo dialogo tra musica e immagini. Significativa sarà anche l’esecuzione integrale dei quartetti per archi di Šostakovič, proposta in sei giornate dal Quartetto Eliot.
Accanto alle esibizioni di grandi nomi, il festival conferma il suo impegno nella valorizzazione di talenti emergenti con il progetto Milano Mito d’Europa che offrirà spazio a giovani musicisti e compositori. In questo ambito, il 6 settembre al Teatro Alfieri di Torino, la Scuola di Perfezionamento Musicale di Saluzzo presenterà un’orchestra di giovani musicisti sotto la direzione di Donato Renzetti in un programma dedicato a Bernstein, Gershwin e John Williams.
Battistelli ha voluto sottolineare come MiTo sia un festival che resiste all’immobilità, abbracciando il cambiamento: «Più passa il tempo, più non so quale sia la musica contemporanea. La musica è un experimentum mundi». L’iniziativa si pone dunque come una riflessione sulla trasformazione culturale e sulle nuove modalità di ascolto e partecipazione.
MiTo si conferma una realtà dinamica capace di intrecciare tradizione e innovazione, di rivoluzionare la musica e la fruizione musicale.
La musica si fa parola e la parola diventa musica. L’edizione 2025 del Salone del Libro ha dimostrato come letteratura, storia e musica possano intrecciarsi e fondersi in un’unica esperienza.
Il 16 maggio, quattro incontri diversi tra loro hanno seguito un filo rosso comune, dando voce a temi ricorrenti e parole che, come un’eco, si sono ripetute cambiando forma.
L’IO E IL NOI: LUCIANO LIGABUE E MATTEO ZUPPI
Chi lo avrebbe mai detto che un rocker di Correggio e un cardinale avrebbero formato un duo irresistibile? Eppure, Luciano Ligabue e Matteo Zuppi hanno regalato all’auditorium del Lingotto, colmo di persone, una conversazione densa di riflessioni sulla vita, sulla musica, sulla necessità di raccontarsi, ma anche di sorrisi e risate.
«Per vivere la Storia, con la S maiuscola, bisogna ascoltare e leggere tante storie per capire quanto sia importante passare dall’Io al Noi». Da questa riflessione di Gigio Rancilio è cominciato il dialogo tra queste due figure unite dal bisogno di raccontare e condividere storie. Ligabue, abituato a vivere i palchi, ha svelato quanto la parola cantata abbia un peso ben diverso da quella detta, «può essere più leggera o più pesante e profonda»; il cardinale ha ricordato che «chi canta prega due volte… la musica permette di raccontare ciò che non si riesce a dire. Mettere in circolo, è l’unico modo per relativizzare l’Io». Il potere della parola è infatti tema centrale nell’edizione 2025 del Salone che ha come slogan “Le parole tra noi leggere”.
Non è un caso che Ligabue abbia ripercorso la sua carriera parlando di responsabilità: «Quando ho cominciato non volevo lavorare… volevo esercitare una passione, volevo cantare. Ma quando ti rendi conto che ci sono persone che si tatuano una tua frase, vuol dire che non lo puoi più fare in maniera così leggera: si alza, per fortuna, un livello di responsabilità. Capisci che puoi essere utile, essere un sostegno e un supporto soprattutto per chi sta passando un momento difficile».
Come ha ricordato il cantautore, la musica ha cambiato forma e potenza: se una volta si cantava per il bisogno di dire qualcosa, questo bisogno oggi rischia e viene sopraffatto dalla necessità di apparire.
Foto di Giulia Fasano, da cartella stampa Salone del Libro
Il senso di comunità, quel Noi che per Zuppi è fondamentale per il benessere dell’Io, Ligabue lo ritrova nel legame con il suo pubblico: una fiducia incondizionata che i fan ripongono nel cantautore e che merita, in cambio, un’apertura emotiva autentica. Nella sua autobiografia, Unastoria, Ligabue apre il suo cuore e la sua vita ai lettori, condividendo anche il dolore più grande: la perdita del figlio appena nato.
«In pandemia, quando c’era una totale incertezza del futuro, e il presente era un limbo, non si poteva fare altro che guardare al passato. Ho capito che quella poteva essere l’occasione per fare chiarezza sulle emozioni che mi hanno accompagnato. Questo libro è l’atto più estremo di svelamento di me stesso».
Il dolore, per Zuppi, è difficile da classificare. Inizia da qui una riflessione su temi attuali che hanno toccato profondamente tutti.
«Come si fa a controllare il dolore quando i bambini muoiono di freddo? E quando muoiono nella Striscia di Gaza? Questa cosa ci deve fare paura! La guerra è la più grande paura. Oggi si parla di riarmo, si tracciano confini… è una follia. La paura deve diventare consapevolezza e speranza. L’individualismo non fa bene e il sovranismo non ha futuro».
Foto di Giulia Fasano, da cartella stampa Salone del Libro
“Chissà se Dio si sente solo”, brano del 2023, esplora le paure, quelle che ci rendono soli e che ci fanno perdere il senso del Noi, lasciandoci smarriti. Ligabue riflette su un decennio segnato da eventi drammatici, per citarne solo alcuni: la pandemia, la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, gli effetti devastanti del cambiamento climatico. Seppur laico, il cantautore esprime un profondo bisogno di spiritualità e ricerca e, nel tentativo di umanizzare Dio, si chiede «e se anche Dio si sentisse abbandonato da noi?». Un pensiero che va al di là della religione e che si lega alla necessità di ritrovare una dimensione collettiva, una comunità che restituisca speranza.
La pace e la speranza sono state cantate nel 1999 da Ligabue, insieme a Piero Pelù e Jovanotti, nel brano “Il mio nome è mai più”. «Oggi – afferma il cantautore – è più difficile far arrivare le canzoni: escono tantissime canzoni che mediamente hanno una vita più breve e, forse, non lasciano una traccia profonda. Quando ho iniziato guardavo a Francesco (Guccini) e a Fabrizio (De André)… cantare era un atto istintivo, cantare era una conseguenza dello scrivere». Il brano, che denuncia la guerra, nasce dopo richieste esplicite da parte di figure politiche – presidente del consiglio e segretari di partito – che sollecitavano i musicisti a fare qualcosa. Ma Ligabue e i suoi colleghi hanno risposto chiaramente: «Non è la musica a dover fare qualcosa, ma è la politica che deve agire!».
Tuttavia il senso di responsabilità ha prevalso: hanno prodotto il brano e abbracciato la causa di Emergency, riuscendo a finanziare la costruzione di due ospedali in Afghanistan. È un chiaro segnale che dimostra come la musica possa essere qualcosa di più di un mero intrattenimento, può diventare un atto di protesta, di presa di coscienza, di speranza ma che purtroppo non può sostituirsi alla politica: può evidenziare i problemi, farli risuonare nelle menti e nei cuori, creare opportunità e nutrire l’anima ma, alla fine, è la politica l’unica ad avere il potere di prendere decisioni e di agire concretamente.
UNA RIVOLUZIONE MUSICALE: STEFANO PISTOLINI E ODERSO RUBINI
Nel libro Qual è quello che canta? Resoconto di una band minore, Stefano Pistolini ci porta in un’epoca in cui la musica non era solo un mezzo di intrattenimento, ma un atto di resistenza culturale, una vera e propria esperienza collettiva. Negli anni ’70 e ’80 nacque un fermento musicale che si opponeva alle logiche dei cantautori: il punk e la new wave trasformavano il suono in un manifesto di ribellione e appartenenza.
Impossibile non trovare punti di contatto con il dialogo tra Ligabue e Zuppi: la musica è cambiata, il modo di produrla è cambiato e anche il rapporto tra musica e società. Se negli anni ’70 e ’80 la musica si faceva per il piacere di farla, oggi – come sottolinea Pistolini– si tende a cercare la via più veloce per ottenere il successo. Afferma l’autore: «Fare musica era un’esperienza collettiva, i suoni avevano un valore trasgressivo, dissacrante e innovativo».
Pistolini ci porta in un’Italia di fine anni ’70, in particolare nella città di Bologna dove prende forma una scena musicale che mescola creatività, politica e sperimentazione. In quel periodo Oderso Rubini diventò un catalizzatore della rivoluzione musicale che stava nascendo (è interessante anche ricordare come in quegli anni al Conservatorio di Bologna sia nato il primo corso di musica elettronica). Rubini diede vita, insieme ad alcuni compagni di corso, ad un piccolo studio di registrazione in Via S. Felice che poi si trasformerà nella cooperativa Harpo’s Bazaar. Grazie alla produzione di una cassetta degli Skiantos, la cooperativa entrò in contatto con Gianni Sassi (capo della Cramps Records). Successivamente, la direzione artistica della Ricordi propose a Rubini un contratto che permise alla Harpo’s Bazar di diventare una vera casa discografica. Dopo il successo del Bologna Rock, evento musicale organizzato nel 1979 che riunì gruppi allora sconosciuti e radunò seimila persone, Rubini fondò la Italian Records.
Il libro dipinge il ritratto di un’epoca che le nuove generazioni non hanno vissuto e probabilmente non avranno modo di sperimentare. Oggi la musica è sempre più accessibile, è presente ovunque e l’esperienza che un tempo accompagnava la creazione e la fruizione di musica, sembra dissolversi.
MUSICA E GIUSTIZIA IN DE ANDRÈ: FABRIZIO BARTELLONI
Esistono artisti che si limitano a raccontare il mondo, ma ci sono anche quelli che il mondo lo ribaltano, lo smontano, lo ricostruiscono guardandolo da un’altra prospettiva. Fabrizio De André appartiene a questa ultima categoria: è – come lo definisce Fabrizio Bartelloni – il più grande insinuatore di domande e non un dispensatore di certezze. La sua musica invita a liberarsi dalle proprie maschere e strutture sociali per poter indossare i panni altrui, a comprendere e non giudicare.
Fabrizio Bartelloni, avvocato e scrittore, ha pubblicato in concomitanza con il Salone del Libro Al vostro posto non ci so stare: un testo che ripercorre la carriera del cantautore genovese, De André, con una particolare attenzione alla visione dell’artista sul tema della giustizia e sul suo rifiuto di mettersi nella posizione di chi giudica. La Camera Penale di Pisa ha patrocinato il libro riconoscendo nella poetica di De André e nel testo di Bartelloni un potente veicolo di riflessione sulla giustizia e sulla pena.
Il cantautore, negli anni ’60, fu una figura rivoluzionaria e dirompente per l’epoca, tanto da essere spesso censurato. I temi dell’illegalità – come ricorda Bartelloni – erano stati sfiorati da altri autori come Fred Buscaglione, ma De André, ispirandosi al cantautorato francese di George Brassens, fu tra i primi a raccontare storie di personaggi marginali e marginalizzati. L’ossessione per la giustizia, l’emarginazione e la condizione umana è stata il filo conduttore della sua esistenza.
“Il pescatore”, secondo Bartelloni, è il brano in cui traspare maggiormente l’essenza della sua idea di giustizia: De Andrè/il pescatore rifiuta di prendere la posizione di giudice e accoglie l’essere umano per quello che è («versò il vino e spezzò il pane//per chi diceva ho sete ho fame»), saranno i gendarmi «in sella e con le armi» a giudicare la colpevolezza o l’innocenza dell’assassino che aveva «due occhi grandi da bambino//due occhi enormi di paura». De Andrè non riduce l’uomo al singolo gesto compiuto perché ritiene che il comportamento umano, attuato in un determinato momento, possa essere generato da mille ragioni. Il cantautore cerca di capire l’essere umano e il perché delle sue scelte.
Esiste una sproporzione tra il gesto e la punizione associata al punto da trasformare le carceri in luoghi di anime già morte. La società finisce per dimenticare coloro che stanno in carcere, relegando i detenuti a una condizione di abbandono. Invece di essere un luogo di rieducazione e reinserimento, diventa un limbo sociale, dove chi ha commesso un errore viene stigmatizzato. “La Ballata del Miché” ne è un esempio: Michele Aiello, uomo dall’identità incerta trasferitosi a Genova dal sud dell’Italia, ha ucciso un uomo per salvare la sua amata, viene condannato a venti anni di carcere ma si toglie la vita per ottenere la libertà. Persino la sua morte viene disprezzata: «Nella fossa comune cadrà//senza il prete e la messa//perché di un suicida non hanno pietà». Per De André negare un funerale e una degna sepoltura è l’ultimo impietoso atto di una giustizia cieca.
«Il carcere negli anni ’60 è un luogo dove la vita finiva» ha affermato Bartelloni «questo è un messaggio rivoluzionario per gli anni ’60, ma lo è anche oggi nel 2025… e forse è questo il vero problema». Negli anni ’90 De André visitò un carcere in Sardegna, e riconsiderò la sua posizione: il carcere, se pensato in modo diverso, può trasformarsi in un ambiente di reinserimento educativo. Il problema resta il sovraffollamento che impedisce agli strumenti di operare nell’ottica della risocializzazione.
In “Don Raffaè” il cantautore denuncia non solo le condizioni disumane delle carceri ma anche il vuoto lasciato dallo Stato nei territori in cui la criminalità organizzata diventa l’unica alternativa. Un tema attuale che riecheggia nelle parole di Ligabue quando afferma che la musica può evidenziare i problemi ma non può sostituirsi allo Stato.
Ancora una volta, anche con questa conferenza si evidenzia come le storie raccontate attraverso la musica si trasformino in un atto di denuncia e in una forma di presa di coscienza.
RACCONTI RESISTENTI: MODENA CITY RAMBLERS
Alzare il volume della musica dei Modena City Ramblers era quasi un rito in molte case: musica trascinante, sempre presente e che – diciamolo – faceva storcere il naso di qualche vicino… ma chi può lamentarsi di un po’ di sana musica folk-rock che racconta la lotta e la libertà? Se dobbiamo disturbare, meglio farlo con stile!
Generazioni intere si sono ritrovate, volenti o nolenti, a canticchiare le loro canzoni, a ballare sui ritmi trascinanti che mescolano tradizione e ribellione. È difficile toglierseli dalla testa e dalle orecchie e, forse, è giusto così perché certe storie vanno raccontate e tramandate. Anche ad anni di distanza, le loro musiche risuonano forti perché la Resistenza non è solo quella di ieri ma anche quella di oggi.
Al Salone del Libro, però, le parole hanno preso il posto delle note. In occasione dell’80° anniversario della liberazione dell’Italia e il 20° anniversario dell’album Appunti Partigiani, i MCR hanno deciso di assumere le vesti di scrittori (anche se lo sono sempre stati – ricordiamo la frase citata sopra: «cantare era una conseguenza dello scrivere»). Hanno scritto un libro intitolato Nati per la libertà. Racconti resistenti: un’opera corale letteraria che unisce fantasia e memoria.
Presentati da Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, Davide (Dudu) Morandi, Franco D’Aniello, Francesco (Fry) Monetti, Leonardo Sgavetti e Massimo Ghiacci hanno raccontato la genesi del libro, rivelando piccoli squarci delle storie che lo compongono.
Foto di Fabrizio Fiore, da cartella stampa Salone del Libro
Il progetto ha preso forma in modo spontaneo, gli autori non hanno concordato preventivamente i contenuti specifici: ciascuno ha scritto con il proprio stile senza influenzare gli altri in alcun modo, dando vita, così, ad un’opera che riflette la diversità di approcci ma che mantiene – secondo Greppi e gli autori – una straordinaria coerenza narrativa. Proprio come accade quando compongono le loro canzoni: idee diverse che alla fine convergono in un unico racconto. Questa armonia nella diversità è una delle cose che rende il libro affascinante. La scelta di non firmare i racconti singolarmente, lasciando solo un riferimento nei titoli di coda, rafforza il senso comunitario del progetto; unisce la voci degli autori creando un’opera scritta da dieci mani ma con un’unica penna.
La profonda ricerca che ha accompagnato la scrittura dei racconti ha fatto riferimento alla Resistenza emiliana recuperando non solo documenti storici, ma anche testimonianze familiari e racconti tramandati oralmente.
Carlo Greppi ha evidenziato come la partecipazione di stranieri alla Resistenza italiana, sia stata spesso trascurata da molti storici e non. Il libro e i MCR, al contrario, hanno messo in luce figure che per anni sono rimaste ai margini della narrazione ufficiale perché «anche l’Italia ha avuto i suoi “Che Guevara”». Prigionieri di guerra evasi, combattenti scozzesi, il comandante Vladimiro… uomini venuti dall’estero ma che hanno combattuto per la libertà. «La libertà non ha colore, non ha appartenenza politica… è al di sopra di tutto. Si lotta per la libertà ovunque. Lontano da casa tu lotti per la libertà anche a casa tua» ha affermato Dudu, perché la lotta per la libertà non ha confini.
Foto di Fabrizio Fiore, da cartella stampa Salone del Libro
Raccontare la guerra è difficile; raccontare la morte, la distruzione, storie di bambini uccisi e storie di bambini e ragazzi che imbracciano le armi lo è ancora di più. Per trovare una voce adatta a queste storie, gli autori hanno sperimentato soluzioni narrative diverse: dare voce ai morti, agli oggetti e agli animali.
«Non riuscivo a mettermi nei panni degli uomini e donne che vivono e hanno vissuto queste cose. Ho scelto di immedesimarmi in un cane, solo così sono riuscito a raccontare questa cosa. È una cosa attuale, che vediamo anche in questi giorni e non capisco come non si possa provare empatia. Se oggi dovessi parlare di Gaza, lo farei fare ad un cane».
Ciò che più ferisce gli autori è il dolore nel vedere l’infanzia e l’adolescenza negata, la mancanza di empatia nei confronti dei bambini perché «i potenti che governano sanno che i loro figli non andranno mai a fare la guerra, ed è più facile mandare a morire gli altri». Franco ribadisce un pensiero comune «Se il mondo, nel 2025, pensasse di più ai bambini, non ci sarebbero guerre».
E così, tra parole, memoria e attualità, il Salone del Libro ha confermato che la musica e i musicisti da sempre lanciano gridi di protesta, ci costringono a sentire e ad aprire gli occhi, a riflettere e ad avere coraggio di prendere una posizione. La musica e la parola sono strumenti di libertà, fili invisibili che intrecciano storie e che si faranno per sempre interpreti di emozioni e sentimenti e, soprattutto, terranno viva la Resistenza.
Torino accoglie con entusiasmo la presentazione della nuova stagione del Teatro Regio che prevede un cartellone che combina tradizione e innovazione.
Il 6 maggio al Foyer del Toro, in apertura della conferenza stampa, il sovrintendente Jouvin ricorda due grandi figure del teatro lirico che sono venute a mancare in questi giorni: PierreAudi, direttore del Festival d’Aix-en-Provence e il baritono Alberto Mastromarino. Poche parole, molto sentite, in ricordo di due persone che lasceranno un grande vuoto.
Il titolo scelto per la stagione, Rosso, nasce da un’attenta riflessione collettiva. Il colore, simbolo di passione e desiderio, nasconde anche un lato oscuro: quello della violenza e del sangue. Jouvin cita un passaggio di La scrittura o la vita di Jorge Semprùn: «Cerco la regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza», una frase che riflette sul dualismo insito nell’essere umano. E proprio da questo tema prende vita il cartellone della nuova stagione: conflitti tra bene e male che raccontano la duplicità dell’animo in continua lotta tra amore e odio.
Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino
Ad inaugurare il nuovo anno operistico sarà Francesca da Rimini¸ opera di Zandonai nata nel 1914 per la città di Torino. Diretta da AndreaBattistoni, l’opera è un esempio di literaturoper basata sulla tragedia di D’Annunzio e rappresenta un viaggio tra influenze italiane, della scuola di Mascagni, e suggestioni da Debussy, Ravel e Strauss. Il direttore artistico Cristiano Sandri sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra opere di repertorio e titoli meno noti che vogliono essere riscoperti e riportati in vita. In questa visione si inserisce Francesca da Rimini affidata alla regia di Andrea Berna, giovane regista vincitore del Premio Abbiati nel 2024.
Più volte, nel corso della conferenza, viene enfatizzata la fiducia che gli artisti nutrono nei confronti del Teatro Regio, riconosciuto come ambiente accogliente in cui tornano sempre con entusiasmo. Prova ne è l’opera di apertura, che ha visto il Teatro riunire un cast di attori-cantanti di prestigio disposti ad accettare anche i ruoli minori, brevi nella loro durata ma estremamente impegnativi dal punto di vista vocale; tra questi vi sono i due fratelli di Francesca, Samaritana e Ostasio, interpretati rispettivamente da Valentina Boi e Devid Cecconi. Tra gli interpreti si evidenzia la presenza di Roberto Alagna, nel ruolo di Paolo, che torna a Torino dopo 20 anni, e la giovane Barno Ismatullaeva che ha lasciato il segno nel 2023 nella Madama Butterfly.
La stagione inizia già ad ammorbidire i toni con Il Ratto del Serraglio, diretto da Gianluca Capuano e la regia di Michel Fau. Il Singspiel di Mozart mescola serietà e comicità lasciando un messaggio di speranza che scava approfonditamente nelle passioni dei personaggi. L’allestimento dello spettacolo viene dall’Opéra Royal de Versailles e preannuncia una produzione evocativa e colorata capace di trasportare il pubblico nei paesaggi turchi e nel palazzo del Pascià Selim.
Dicembre sarà il mese dedicato ai balletti e vedrà il grande ritorno di Roberto Bolle, che accende gli animi degli appassionati. Quest’anno, sul palco del Regio, Bolle non porterà il consueto gala “Bolle and Friends”, ma presenterà uno spettacolo intitolato “Caravaggio” su musica di Bruno Moretti. L’anno si concluderà con altri due titoli importanti e due compagnie estere: la Compagnia di Balletto del Teatro Nazionale di Praga che porterà sul palco Romeo e Giulietta, e il Balletto Nazionale della Lettonia di Riga, per la prima volta ospite a Torino con Il lago dei Cigni.
Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino
Come afferma Jouvin, dopo le festività natalizie e il freddo del mese di dicembre è necessario riscaldare i cuori con un titolo più leggero e sognante. A gennaio, con l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino e la regia di Manu Lalli, andrà in scena La Cenerentoladi Rossini. La produzione vuole recuperare la fiaba di Perrault per divertire il pubblico e farlo tornare un po’ bambino, una coccola prima del grande ritorno del maestro Riccardo Muti con la cupa riflessione proposta da Macbeth.
Tratta dalla tragedia di Shakespeare, l’opera scava nell’animo umano per meditare sulle tematiche del male, del potere, del destino e della colpa: un esempio lampante di come la musica e il teatro permettano di comprendere, o quantomeno interrogarsi, sulla profondità delle emozioni. Ad affiancare il direttore d’orchestra, tornerà la regia di Chiara Muti e un cast di interpreti fedeli al maestro Muti, tra cui Luca Micheletti (Macbeth) e Giovanni Sala (Macduff).
L’unico titolo di cui, durante la conferenza, viene raccontata brevemente la trama è Dialoghi delle Carmelitane: per la prima volta a Torino verrà raccontato il tragico episodio della Rivoluzione Francese. L’allestimento proviene dal Dutch National Opera & Ballet, da una produzione che ha debuttato nel 1997 ad Amsterdam, e a dirigere l’orchestra ci sarà Yves Abel.
La stagione continuerà con uno titolo belliniano, IPuritani, affidato a Francesco Lanzillotta e Pierre-Emmanuel Rousseau, duo artistico che aveva collaborato nel 2023 per la produzione de La Rondine.
In chiusura dia stagione, tornerà sul podio Andrea Battistoni con un caposaldo del repertorio operistico: Toscadi Puccini, definita dal direttore un «thriller musicale ante litteram». Tosca, opera che ha accompagnato Battistoni in diversi debutti in prestigiosi teatri internazionali, sarà diretta dal maestro per la prima volta in Italia proprio sul palco del Teatro di Torino. La regia è affidata a Stefano Poda, che torna dopo il premio Abbiati per il miglior spettacolo del 2023 (Juive), e il cast vede il ritorno del baritono Roberto Frontali nel ruolo di Vitellio Scarpia, dopo il successo nel ruolo di Gianni Schicchi. A interpretare Tosca e Cavaradossi, saranno Chiara Isotton e Martin Muehle.
Per concludere la conferenza, vengono presentati i progetti e le attività dedicate a famiglie, giovani e scuole. «Il pubblico giovane è il nostro futuro» afferma il sovrintendente, ribadendo l’impegno del Regio nei confronti delle nuove generazioni con sconti per gli Under30, la creazione di una Card Under16 e la prosecuzione della campagna “Il Regio è di tutti”. Tra le iniziative al Piccolo Regio figurano Hänsel e Gretel, Pierino e il Lupo, Brundibàr, Il Piccolo Principe e la riduzione di La Cenerentola, proposta con una drammaturgia ad hoc per avvicinare bambini, giovani e adulti al mondo del teatro operistico.
La stagione 2025-2026 preannuncia un anno intenso, capace di emozionare e incantare il pubblico.
Anche nel 2025 il Torino Jazz Festival si conclude con la Giornata Internazionale del Jazz, celebrata il 30 aprile. Più che una conclusione, questa giornata sancisce ogni anno un nuovo inizio: apre a una riflessione su un genere che abbraccia sempre di più la sua natura libera e la sua capacità di unire tecniche vocali e strumentali, strumenti e tradizioni diverse, uscendo così dai suoi confini “classici”.
A coronare il Festival ci sono due main concert: quello di Dudù Kouate al Teatro Juvarra, un piccolo gioiello nascosto tra i palazzi di Torino, e quello di Jason Moran al Lingotto, in una sala grande e moderna. Due concerti e due luoghi agli antipodi ma che raccontano un’unica storia.
Dietro una piccola porticina discreta, quasi timida, il Teatro Juvarra accoglie il pubblico in un’atmosfera intima e familiare. L’impressione iniziale è quella di varcare la soglia di un’abitazione privata, ma basta qualche rampa di scale per scoprire una sala elegante e raccolta e un quartetto musicale che trasforma il teatro in un universo utopico.
Dudù Kouate ha attraversato confini geografici e culturali per dare forma alla sua arte. Senegalese di origine, cresce in una famiglia di Griot ma presto si trasferisce in Italia per diffondere la tradizione tra le strade di Bergamo (e non solo). Musicista affermato in tutto il mondo, Kouate entra a far parte dello storico Art Ensemble of Chicago, uno dei gruppi jazz più longevi che unisce avanguardia, free jazz e la tradizione africana.
Foto di Ottavia Salvadori
«Il palco è grande quanto il mondo… però riusciamo a starci» afferma Kouate durante il concerto, e in queste parole si cela l’essenza della sua musica e della sua visione artistica. In un mondo vasto e complesso, ognuno può trovare il proprio posto per esprimersi, vivere e comunicare attraverso l’arte. Il palco non è solo il luogo in cui stanno i musicisti, ma è il nucleo vitale da cui si originano connessioni umane, culturali e spirituali. È lo spazio in cui ogni suono diventa dialogo e crea ponti tra storie, emozioni e vissuti.
Per il TJF Kouate ha messo insieme un quartetto esclusivo, riunendo talenti da diversi parti del mondo: Simon Sieger (Francia) al pianoforte, ai fiati e voce, Alan Keary (Irlanda) al basso elettrico a cinque corde, al violino e voce, Zeynep Ayse Hatipoglu (Turchia) al violoncello.
Descrivere e dare nome ad ogni strumento utilizzato durante il concerto sarebbe quasi impossibile: Kouate, seduto su una piattaforma rialzata, è circondato da decine di strumenti, dallo xalam al talking drum, dal thunder drum a set di piatti e campane di varie dimensioni e tipologia. A rendere il paesaggio sonoro ancora più unico e affascinante sono gli strumenti artigianali, frutto della sua ricerca sul suono: tubi in plastica fatti volteggiare in aria e sezioni di bottiglia legate a bastoni in legno ed immerse nell’acqua – oggetti reinventati che diventano veri strumenti musicali.
Foto di Ottavia Salvadori
Irlanda, Francia, Turchia e Senegal (e Italia) si intrecciano in un unico organismo sonoro che espande lo spazio trasformando il concerto in un’esperienza collettiva di ascolto e condivisione. A fondersi non sono solo gli strumenti, ma anche le voci di Kouate, Sieger e Keary che talvolta emergono o si amalgamano al sound complessivo. La voce avvolgente del leader evoca le radici della terra, le tradizioni e la natura ricercata dal gruppo. Al suo fianco, Simon Sieger utilizza la tecnica della throat voice, graffiante e ritmica, avvicinandosi talvolta ad un beatbox raffinato per creare tensioni e dinamismi. In contrasto, la voce dolce ed eterea di Alan Keary che con il suo canto melodico inglese restituisce un senso di calma, armonia e di una natura idilliaca.
Ogni suono, strumentale o vocale, è calibrato con estrema precisione: ogni pianissimo e ogni fortissimo trova il proprio specifico significato, così come i momenti di vuoto e di pieno sonoro. La capacità di fondere ritmi ancestrali, suoni naturali e sensibilità moderne è un invito a riscoprire la potenza della musica come potente strumento di comunicazione e connessione. Ogni nota è un frammento di viaggio, ogni strumento una voce, ogni vibrazione racconta una storia trasmettendo l’eco di tradizioni lontane.
Foto di Ottavia Salvadori
Nulla è appariscente, né il luogo né la presenza scenica dei musicisti. Tutto è semplice, naturale, ma è proprio questa semplicità che genera una forza straordinaria che catapulta altrove, lontano nel tempo e nello spazio.
A conclusione del concerto, Dudù Kouate si avvicina al pubblico e canta una melodia. Quel che succede è magia: il pubblico, intonato e perfettamente in sintonia, raccoglie il testimone e continua a cantare senza sosta. Intanto il palco si svuota lentamente: uno alla volta, a partire da Kouate, i musicisti lasciano la scena, trascinando con loro persino il cavo del basso ancora collegato all’amplificatore. Ma la musica non si ferma. Il pubblico diventa l’unico protagonista, riempiendo il vuoto del palco con l’energia del canto.
Il palco è vuoto ma il pubblico non si arrende e chiama i musicisti a gran voce. Dopo una brevissima pausa, tra risate e applausi, la melodia riparte spontaneamente come un’onda. A quel richiamo sincero e potente, i musicisti non possono resistere: ritornano sul palco per raccogliere l’ovazione che meritano, tra applausi scroscianti e una standing ovation che conferma come la musica abbia dato vita ad un legame condiviso.
E così, quella sensazione di entrare in una “casa” si è rivelata autentica. Siamo tutti parte di un unico palco, siamo tutti uniti e il legame familiare che si crea è generato dalla musica. Perché la musica non è solo suono, è un ponte che collega, un abbraccio che cancella le distanze e un sorprendente mezzo che riesce a creare comunità.
Il Teatro Regio continua ad attirare molto pubblico con una nuova produzione sold out fino all’11 marzo. Con l’anteprima giovani, il 27 febbraio viene inaugurato il nuovo allestimento di Rigoletto firmato da Leo Muscato. Reduce dal successo di Agnese di Paër, nel 2019, Muscato torna al Teatro Regio di Torino insieme alla scenografa Federica Parolini e alla costumista Silvia Aymonino. La carriera di Muscato è costellata di collaborazioni con teatri d’opera prestigiosi e importanti premi quali il Premio Abbiati come Miglior Regista d’Opera (2012), l’International Opera Awards (2016) e il Premio Internazionale Ivo Chiesa come Miglior Regista d’Opera (2023).
A dirigere l’orchestra c’è Nicola Luisotti, ex direttore dell’Opera di San Francisco insignito della San Francisco Opera Medal per i suoi meriti artistici e riconosciuto come uno specialista del repertorio verdiano. Con Verdi torna a Torino dopo otto anni per presentare un’opera che ha segnato la storia del melodramma, la prima delle tre opere della trilogia popolare del compositore composta nel 1851.
Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti
Siamo persone con identità fragili che si nascondono dietro maschere ingannevoli e tutto il mondo intorno a noi è deforme. Questa è l’epoca in cui viviamo, dove apparenza e finzione spesso prevalgono sulla realtà, ma è anche il tema in cui un’opera come Rigoletto trova le sue radici. Non è facile attualizzare opere del passato per raccontarle in maniera trasversale – ha sottolineato Muscato durante la conferenza stampa – ma la messa in scena di Rigoletto sul palco del Teatro Regio è riuscita magistralmente a rendere l’opera vicina al sentire contemporaneo.
La deformità di Rigoletto è frutto dell’ambiente che lo circonda e della società corrotta primo novecentesca che danza tra le due guerre. Il preludio iniziale introduce una scena dominata da una struttura muraria ondulata, realizzata con superfici riflettenti e deformanti, che trasforma il palco in un mondo precario e straniante. Solo sul palco, Rigoletto, il giullare dal naso rosso, contempla la sua immagine nell’unico specchio reale che gli mostra la sua vera essenza: è un uomo solitario e triste, con la gobba e l’alopecia, costretto a nascondersi dietro una maschera per sopravvivere a corte. Nasce probabilmente da qui l’idea di giocare con una scena fissa ma girevole: l’allestimento scenografico diventa un protagonista che sussurra l’ambiguità dei personaggi e la fragilità di un mondo in disfacimento. La scenografia di Parolini svela e nasconde: i personaggi sentono ma non vengono visti, il pubblico vede ma costruisce nella propria immaginazione gli spazi in cui si svolgono le azioni. Improvvisamente le mura cittadine ruotano svelando la festa in corso all’interno del palazzo ducale, presentata da un tableau vivant di personaggi aristocratici. Nasi e maschere da suino deturpano i volti di alcuni personaggi accentuando il grottesco e la decadenza che permea ogni angolo.
Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti
L’illuminazione di Alessandro Verazzi gioca un ruolo cruciale nel rafforzare il senso di straniamento. Il gioco di luci rapisce lo sguardo di tutti e scuote gli animi trasformando il palcoscenico in un labirinto di emozioni, personalità e di ambienti. Ogni fascio di luce, calibrato al millimetro, genera riflessi o ombre tragiche sulla struttura muraria rivelando verità taciute e crea dei veri e propri quadri dando vita ad un ulteriore livello di lettura dello spettacolo. Durante la tempesta del terzo atto, il pubblico, abbagliato da luci intermittenti, diventa parte integrante del dramma, condividendo paure ed emozioni con i personaggi. Un’intuizione registica che ha creato un’esperienza sensoriale partecipativa.
Muscato ci regala un Rigoletto che si allontana in alcuni punti dalla fedeltà al libretto originale, arricchendo e sfaccettando il dramma non solo dal punto di vista scenografico ma anche dal punto di vista narrativo. Monterone, dopo aver lanciato la sua maledizione, muore per poi riapparire, in altri quadri, come un fantasma vestito di bianco e illuminato da una luce fredda e intensa, un costante promemoria del destino che incombe su Rigoletto. Gilda viene presentata come una giovane ragazza affidata alle cure di un convento o di un convitto, un’anima pura e innocente in un mondo corrotto. Nell’atto finale, la drammaturgia si discosta ulteriormente dal libretto di Piave con l’ambientazione della scena in un postribolo, una fumeria d’oppio. La forte carica teatrale è amplificata dall’uso di luci e fumo che dividono il palco in tre sezioni: una luce blu a sinistra per la scena di “La donna è mobile”, una luce viola per il postribolo al centro, e una luce più calda per Gilda e Rigoletto che, esterni, osservano la scena. Improvvisamente un taglio di luce tragico, in gusto noir, attraversa i volti di Gilda e Rigoletto, sopraffatti dalla visione e ascolto del cantabile “Bella figlia dell’amore”.
Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti
L’inizio del primo atto è risultato musicalmente sottotono, con una certa difficoltà nel percepire le voci e le parole di alcuni interpreti i quali, probabilmente nel tentativo di preservare la propria voce per le repliche, hanno optato per un’esecuzione a mezza voce. Tuttavia, dalla conclusione del primo atto, l’orchestra e i cantanti hanno espresso il loro pieno potenziale emotivo e vocale, con passaggi dinamici di notevole impatto. Nicola Luisotti ha diretto le sfumature musicali con maestria, mantenendo la fedeltà al tema centrale dell’opera e arricchendolo di nuove sfaccettature emotive. Un plauso speciale va al Coro del Regio, guidato da Ulisse Trabacchin, che ha saputo trasformare i momenti corali in autentiche manifestazioni di espressività.
Un piccolo ma significativo gesto è stato quello di Luisotti che, al termine della rappresentazione, è rimasto sul suo podio, seminascosto, per applaudire l’intero cast, dimostrando grande rispetto e apprezzamento per il lavoro di tutti. La rappresentazione di Rigoletto, come preannunciato durante la conferenza stampa, è stata frutto di un lavoro di squadra eccezionale che ha dato vita ad una fusione armoniosa di talenti artistici e legami umani.
Quante volte abbiamo partecipato a conferenze stampa che sembravano interminabili successioni di formalità e discorsi tediosi? Fortunatamente, l’appuntamento del 24 febbraio al Teatro Regio ha decisamente cambiato registro, offrendo un’atmosfera amichevole, serena, divertente ma con contenuti interessanti e stimolanti. La conferenza stampa del Rigoletto preannuncia una messa in scena accattivante e avvincente.
A fare gli onori di casa, Luigi Lana, presidente di Reale Mutua e Michele Coppola, vicepresidente del Teatro Regio, i cui interventi si concentrano sul tema della collettività. Ma i veri protagonisti sono coloro che, dietro le quinte o in prima linea, danno vita allo spettacolo. Tra questi, a presentare Rigoletto nella Sala del Caminetto, ci sono: Cristiano Sandri – direttore artistico, Nicola Luisotti – direttore d’orchestra, Leo Muscato – regista, Federica Parolini – scenografa, Silvia Aymonino – costumista, Giuliana Gianfaldoni – interprete di Gilda, George Petean – interprete di Rigoletto.
Foto di Ottavia Salvadori
Rigoletto, in scena dal 28 febbraio all’11 marzo (con l’anteprima giovani il 27 febbraio) è frutto di un percorso creativo intenso e appassionato che, come afferma Luisotti, nasce da “collisioni” che si trasformano in “fusioni”, per poi diventare “armonia” e dare finalmente vita all’opera che vedremo sul palco.
L’équipe è di altissimo livello e già dalla conferenza stampa esprime sinergia, coesione e amicizia tra gli artisti. A fare da collante è la stima reciproca, a partire da Leo Muscato e Nicola Luisotti che scherzano sul loro amore corrisposto, una coppia di “fidanzati” che si versa l’acqua nel bicchiere nonostante le sedute distanti.
A rubare la scena è proprio Luisotti, un direttore d’orchestra dirompente e anticonvenzionale, capace di negare il proprio ruolo con un’ironia irresistibile. «Che cosa fa un direttore d’orchestra? Non fa niente!», ha esordito, e per dimostrarlo ha parodiato se stesso, riducendo la direzione d’orchestra a movimenti delle mani e ad una mimica facciale intensa. Cosa rende quindi il gesto del direttore d’orchestra un elemento significativo? Come ha spiegato Luisotti, il senso del suo gesto «apparentemente inutile» è possibile solo grazie alla collaborazione con musicisti, cantanti, attori e tutti coloro che contribuiscono a realizzare l’idea musicale. Il direttore d’orchestra fa suonare la stessa cosa a tutti, non solo a orchestra e cantanti ma anche al direttore artistico. Un’opera d’arte non nasce sola: ha bisogno degli artisti, di tutta la troupe, del pubblico, della stampa e del mondo intero. Solo attraverso questa sinergia si crea una serata magica.
Foto di Ottavia Salvadori
Il regista Leo Muscato aggiunge: «Uno spettacolo è il risultato di un percorso condiviso da diverse persone. Un’opera può prendere forme diverse a seconda di chi lo realizza»; e per questo si spinge ad affermare che Luisotti oltre ad essere un grande direttore d’orchestra e poeta dell’esistenza, potrebbe essere un bravissimo regista.
A differenza del dramma di Hugo, testo di natura politica censurato per cinquant’anni, Rigoletto di Verdi di focalizza sull’umanità, sulle fragilità e sui sentimenti umani. La regia di Muscato vuole proprio porre l’attenzione sul problema dell’identità: tutti i personaggi, ad eccezione di Gilda, non hanno nomi propri. Rigoletto è probabilmente la maschera di un uomo-giocattolo, il Duca ad ogni atto cambia identità passando da aristocratico a studente fino a trasformarsi in militare. Quello di Rigoletto è, dunque, un mondo deforme, che influenza tutti. La scelta scenografica di inserire specchi che distorcono le immagini diventa metafora di una società in cui l’identità è frammentata e mutevole, ispirata alla pittura espressionista che, con i suoi colori accesi, mette in scena punti di vista discontinui.
Foto di Ottavia Salvadori
Rigoletto è un’opera che parla di fragilità, di emozioni, di miseria, di conflitti e, come afferma Giuliana Gianfaldoni, è una storia che può rivelare alcuni lati personali. Il soprano ogni volta che interpreta Gilda, figlia di Rigoletto, riscopre alcuni aspetti del suo rapporto personale con il padre. Dimostrare l’amore è difficile e Rigoletto è l’emblema di questo amore complesso che riesce ad esprimere solo in maniera ossessiva e possessiva.
Dalle prime parole della conferenza stampa era chiaro: questo Rigoletto è frutto di un lavoro di squadra appassionato e il sold out di tutte le date lo presagisce. Non ci resta che attendere l’anteprima giovani del 27 febbraio e scoprire come i valori dell’amicizia e dell’armonia si traducano in emozione pura.
A cura di Ottavia Salvadori
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