Con il settimo appuntamento de “Le domeniche dell’Auditorium”, domenica 17 maggio, l’Auditorium Rai «Arturo Toscanini» di Torino accoglie il concerto dell’Ensemble di corni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
La formazione, composta da otto cornisti dell’orchestra, propone un programma di dieci brani capace di attraversare epoche e stili diversi, dal repertorio barocco fino alle celebri colonne sonore del cinema. Questa scelta rende il concerto particolarmente interessante: non è frequente assistere a un’esibizione affidata esclusivamente ai corni, strumenti che nell’immaginario comune vengono associati soprattutto al ruolo orchestrale.
Fin dalle prime note è sorprendente constatare quanto il suono del corno possa essere potente e allo stesso tempo morbido e avvolgente. Senza alcun bisogno di amplificazione, gli otto strumenti riempiono l’intera sala con un timbro caldo e intenso, capace di alternare momenti solenni ad altri più delicati e lirici.
I musicisti aprono con l’Egmont di Beethoven, che introduce subito un’atmosfera intensa. In seguito, tra i primi brani, uno dei musicisti invita il pubblico a cogliere una melodia che richiama il suono dell’organo: un’immagine particolarmente efficace, che aiuta ad apprezzare ancora di più la versatilità del corno.
Foto da OSNRai
Con il procedere del programma, il repertorio si sposta verso sonorità più brillanti, come ne La danza di Rossini. Non si tratta di una scelta casuale: come spiegato durante il concerto, Rossini è stato uno dei compositori che ha saputo maggiormente valorizzare il corno all’interno dell’orchestra, sfruttandone le capacità espressive e il carattere solenne ma allo stesso tempo lirico.
La parte finale del concerto è dedicata alla musica per il cinema. Le note di Robin Hood: principe dei ladri di Kamen evocano atmosfere avventurose, mentre Nuovo Cinema Paradiso di Morricone regala uno dei momenti più emozionanti dell’esibizione. La melodia, resa ancora più intensa dal timbro caldo dei corni, suscita un senso di meraviglia, lasciando nel pubblico un’impressione profonda.
Un concerto originale e coinvolgente, capace di mostrare tutte le potenzialità espressive del corno e di accompagnare gli ascoltatori in un viaggio musicale che, dal Barocco al Cinema, unisce epoche lontane attraverso il linguaggio universale della musica.
«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» – Pierpaolo Capovilla
Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana.
Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.
La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile vervespoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale.
La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.
Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.
I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.
12 marzo 2026, serata carica di aspettative per il debutto di Laila Al Habash sul palco dell’Hiroshima Mon Amour. Il sorriso radioso e l’emozione palpabile, attraversati da una lieve tensione, rendono l’artista immediatamente autentica.
«Qui tutti mi chiedono solo: “Che lavoro fai?” / Io cerco qualcosa di buono, che tesoro hai? / Qui tutti mi chiedono solo: “Che progetti hai?” / Parlano tutti al futuro e nessuno è mai qui».
Laila apre le danze con “Che lavoro fai?” mettendo subito a fuoco una delle ossessioni più radicate della contemporaneità: ridurre l’individuo a ciò che fa, a ciò che diventerà, alla sua funzione produttiva. Eppure, mentre il brano racconta un futuro che corre svuotato, sotto al palco succede l’opposto: per una volta siamo lì, presenti, a condividere qualcosa che esiste solo in quel momento.
Nel repertorio della serata convivono il nuovo album Tempo e il precedente Mystic Motel ma trova spazio anche un ritorno al passato, “Bluetooth” (2019), che Laila introduce quasi con imbarazzo, dicendo che non è più il suo linguaggio ma è frutto di un’età più giovane che non rinnega. Proprio per questo funziona: permette di cogliere il percorso artistico e i cambiamenti che il tempo inevitabilmente porta con sé.
Ad accompagnare la cantautrice, una band essenziale — batteria, tastiera, basso elettrico, synth e drum pad — che la sostiene e lavora in perfetta sintonia. In alcuni brani Laila, oltre a cantare impeccabilmente, imbraccia e suona anche la sua chitarra elettrica. Il mondo sonoro spazia in numerose dimensioni, tra indie-pop, R&B, urban rap, electro-pop con forte groove e frammenti di modalità maqāmiche che richiamano le sue origini palestinesi e aggiungono ulteriore profondità alle linee melodiche.
Foto di Elisabetta Canavero
La performance propone momenti introspettivi condivisi e altri più leggeri e trascinanti, capaci di coinvolgere il pubblico e farlo ballare. Ogni brano ha una specifica atmosfera, mistica e onirica. Laila canta intimamente immersa tra nebbia e gioco di luci o balla e si accende sul palco. La cintura da danza del ventre diventa un dettaglio visivo che rafforza un’estetica stratificata, sensoriale, identitaria e colorata. In alcuni momenti qualche mossa può risultare leggermente costruita o troppo studiata, ma non intacca il fascino. Quello che conta davvero è ciò Laila comunica: scrive e canta di sé stessa, con testi delicati ma mai evanescenti. Sul palco, l’emozione diventa autenticità, rendendo ogni parola credibile e coerente.
Tempo, non a caso, è il nome dell’album e del tour. Se in “Brodo” (2021) Laila si chiedeva «sono in ritardo forse o non sono mai arrivata», con Tempo e “C’è tempo”sembra aver cambiato prospettiva: le domande trovano una consapevolezza più calma e centrata. Il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma qualcosa da abitare.
Ed è proprio questa la sensazione che restituisce il live all’Hiroshima Mon Amour: non un punto d’arrivo, ma un momento pieno, vissuto fino in fondo. Un tempo presente e prezioso.
Ci hanno fatto aspettare ma ne è valsa la pena: il tanto atteso concerto di Lucio Corsi e dei Baustelle, originariamente programmato per l’8 luglio ma annullato a causa del maltempo, è stato finalmente recuperato la serata del 15 luglio. Nonostante l’infelice posticipo, l’evento ha regalato una splendida chiusura al decennale del Flowers Festival.
All’incantevole calar del sole, è arrivato il nostro menestrello Lucio Corsi, con il suo stile glam rock fai-da-te, con le solite buste di patatine a sorreggere le spalline. Affiancato da una grande schiera di musicisti, si è acceso una sigaretta e ha aperto il concerto con l’assolo di “Freccia bianca”, brano incalzante tratto dall’album Cosa faremo da grandi del 2020, che ha iniziato a coinvolgere gli spettatori, dai più grandi ai più piccoli.
Ha proseguito passando ai pezzi del suo ultimo album Volevo essere un duro, doppio vincitore della Targa Tenco, fino all’omonima canzone, reduce dall’Eurovision, creando un momento magico di celebrazione della norma e del quotidiano.
Tra una sigaretta accesa e un’altra lanciata, per avere la bocca libera per cantare, i brani si sono fatti più lenti con “Situazione complicata” e ballate come “Nel cuore della notte”, riprendendo ritmo solo nel finale, con la canzone “Francis Delacroix”. L’ultimo brano ha fatto scatenare e divertire tutto il pubblico, soprattutto perché nessuno si era reso conto, fino a quel momento, che il fotografo che stava seguendo Lucio da tutto il concerto, con una sigaretta in bocca e un cappello da cowboy nero, era Francis Delacroix in persona.
Francis ha accompagnato con la chitarra la canzone a lui dedicata e nel gran finale si è quasi sfiorata la caduta dal palco di entrambi, tra i molteplici movimenti di Lucio, gli altrettanti spostamenti del tecnico che lo inseguiva per allentargli il cavo del microfono ed evitare si incastrasse e Francis Delacroix che si godeva appieno il suo momento. Finale spontaneo, dunque, come d’altronde spontaneo è Lucio Corsi, che per una bella oretta ci ha rapiti mostrandoci nuove realtà attraverso il suo sguardo fresco.
Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival
Dopo una breve pausa il pubblico ha acclamato a gran voce i Baustelle, band di Montepulciano che da quasi trent’anni unisce sonorità retrò, liriche raffinate e uno sguardo originale sulle problematiche dei giovani tra poesia urbana e una malinconia cinematografica. L’intera esibizione è stata costruita sui brani di El Galactico, album uscito nell’aprile di quest’anno, sviluppato attorno a sonorità della California anni ‘60, con un chiaro riferimento ai Beach Boys e ai Mamas and the Papas.
Solo verso il termine dell’esibizione sono giunti a brani più vecchi come: “La guerra è finita” e “Le Rane”, sul finale della quale, mentre i tecnici preparavano il palco per la canzone successiva, il frontman Francesco Bianconi ha colto l’occasione intonando “Tanti auguri a te” dedicato alla cantautrice e polistrumentista, Rachele Bastreghi, acclamata dagli spettatori.
Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival
La band apparentemente chiude il concerto e torna sulle quinte, per poi, dopo vari cori da parte del pubblico, ritornare sul palco e far scatenare tutti con il brano, tanto atteso da tutti, “Charlie fa surf”, terminando in bellezza la decima edizione del Flowers Festival, lasciandoci senza voce, con poco udito, ma contenti.
La marimba, strumento dai suoi suoni caldi ed esotici, e il computer, sono stati uniti in un’insolita combinazione per il concerto “Il mio mondo sonoro” di Daniele Di Gregorio. L’evento, organizzato da Unione Musicale, si è tenuto il 25 febbraio 2025 al Teatro Vittoria di Torino.
Daniele Di Gregorio, percussionista di grande esperienza, ha un background che spazia dalla musica classica al jazz. La sua carriera include collaborazioni con l’Orchestra Giovanile Italiana diretta da Claudio Abbado e il Rossini Festival. Durante i suoi studi jazz, Di Gregorio si è innamorato della marimba, attratto dal calore del suo suono ligneo.
Di Gregorio ha utilizzato il computer non per la sintesi elettronica, ma per riprodurre basi pre-registrate. Questa è una pratica comune tra i musicisti delle ultime generazioni per lo studio, anche se spesso molto criticata. L’artista afferma infatti di voler mettere in contrasto il calore espressivo della marimba con il rigore freddo del computer. Strutturando l’evento come una lezione-concerto, Di Gregorio ha creato un’atmosfera familiare, alternando l’esecuzione dei brani con spiegazioni sulla marimba e le sue potenzialità.
Il concerto inizia, Di Gregorio entra in sala e comincia immediatamente a suonare senza i consueti inchini e formalità. Finito il primo brano prende il microfono in mano e comincia la presentazione. Il brano intitolato “Quando vuoi” è una composizione per due marimbe, con una parte preregistrata riprodotta dal computer. I brani includono “Viaggio”, un’improvvisazione su un loop ritmico in 7/4, che ha creato un movimento circolare tipico del jazz. “Esercizio in forma di concerto” è stato eseguito come brano fuori programma; ha dimostrato come la marimba possa riprodurre l’intera estensione di un’orchestra, dalle note più gravi ai suoni più acuti. Altri pezzi erano “Gaslini Song”, dedicato al suo maestro di improvvisazione jazz, “Stella by Starlight”, un classico jazz adattato per marimba e pianoforte e “Sequenza fast”, unacomposizione estemporanea per trio su loop ritmico basato su una scala ottotonica.
Un brano particolarmente toccante è stato “La leggenda del campo dei fiori”, ispirato alla storia d’amore di Paolo ed Elena, due partigiani attivi durante la Seconda Guerra Mondiale ma che, terminato il conflitto, si lasciano per riprendere ognuno le proprie vite. Di Gregorio crea un’atmosfera malinconica e introspettiva, grazie all’utilizzo di bacchette morbide non tipicamente usate per la marimba .
Il concerto si è concluso con “Tra Occidente e Oriente”, un brano che contrappone la tranquillità della natura alla frenesia urbana, utilizzando la marimba e una base di pianoforte per rappresentare questi temi contrastanti.
L’atmosfera informale della lezione-concerto ha permesso al pubblico di scoprire le molteplici sfaccettature della marimba, uno strumento noto ma spesso sottovalutato, catturando l’interesse del pubblico e suscitando in molti il desiderio di sperimentare personalmente la marimba. Il concerto ha quindi offerto non solo un’esperienza musicale coinvolgente, ma anche un’opportunità di apprendimento e di scoperta.
Con tamburi e tamburelli siciliani Alessio Bondì fa il suo ingresso all’Off Topic, attraversando il pubblico per arrivare sul palco e dare inizio a quello che si è rivelato essere un viaggio nella tradizione sicula. È così che il cantautore palermitano classe ’88 dà inizio al concerto che presenta il suo ultimo album Runnegghiè: opera che sintetizza la ricerca di Bondì, insieme al produttore Fabio Rizzo, sul folklore della sua isola.
Il lavoro sui ritmi della tradizione viene esplicitato in primis dalla strumentazione utilizzata, soprattutto per la presenza di una chitarra a dieci corde e di una batteria “scomposta”, che mette insieme elementi moderni – come un pad elettronico – e percussioni “inventate” e ricavate da materiali poveri. Ciò che rimane una costante della musica di Bondì è invece l’utilizzo del dialetto, fattore identitario che non lo abbandona neanche nelle interazioni con il pubblico. Forse richiamare l’attenzione del pubblico usando il palermitano incute più timore? Risulta più autorevole? Ottima scelta comunque.
Tornando al nostro viaggio, possiamo trovare momenti più allegri e di festa che si contrappongono ovviamente a momenti più riflessivi. Brani come “Satarè”, “Santa Malatia”, “Wild rosalia” o “Vucciria” hanno la potenza di trasformare l’Off topic nelle strade di Palermo e portare tutti, sia i grandi che i bambini presenti, a ballare e a saltare in mezzo a quella che diventa Piazza Sant’Anna. Da questi momenti di divertimento e spensieratezza, si passa ad una dimensione di raccoglimento quasi rituale, con il solo accompagnamento della chitarra acustica e a volte di un sintetizzatore vocale. Da “Taddarita” a “Cascino”, brani che fanno riferimento a storie e filastrocche della tradizione, passando anche da pezzi più vecchi come “Rimmilluru’ voti” e “200 voti” si crea un momento di grande emotività.
Il concerto si conclude poi nello stesso modo in cui è iniziato: Bondì insieme agli altri componenti della band – Fabio Rizzo alla chitarra, Donato Di trapani alla tastiera e Carmelo Graceffa alle percussioni- attraversa, con tamburi e tamburelli siciliani, il parterre fino ad arrivare alla regia dei fonici. Questa volta però a cantare «semu na cosa sula» («siamo una cosa sola», per i nordici più incalliti) si è tutti, perché quello che questo concerto e che Alessio Bondì sono riusciti a fare è stato proprio di unire, a prescindere dalla provenienza. Nessuna bandiera linguistica in questo rituale di appartenenza.
Al Teatro Colosseo, San Salvario, c’è tanta gente. È il 28 aprile, una di quelle serate in cui fa piacere uscire di casa vestiti più leggeri del solito. C’è una fila lunga, per quanto scorrevole, composta da persone di generazioni differenti. E c’è un evento per il quale probabilmente è da un po’ di tempo che si aspetta, che si fa il conto alla rovescia: Niccolò Fabi approda a Torino con il suo Meno per meno Tour, il ciclo di concerti che celebra l’omonimo album, uscito lo scorso 2 dicembre, in cui figurano diversi brani inediti, oltre alla reinterpretazione in chiave orchestrale di numerose canzoni dal repertorio dell’artista.
Il cantautore romano, che festeggia i 25 anni di carriera, fa il suo ingresso in solitaria, introducendo lo show con un breve discorso: è evidente il desiderio di creare un’atmosfera raccolta, quasi volesse partire per un viaggio, al tempo stesso intimo e condiviso, da compiere insieme ai presenti (scherza: «in questi momenti mi sento un po’ un assistente di volo»). Fabi ha bisogno di immergersi nella dimensione giusta, per familiarizzare con il palco, coabitare lo spazio con il pubblico (il concerto, neanche a dirlo, è andato sold out) ed esprimersi al meglio delle sue possibilità; si percepisce da subito il rispetto della platea per la sua volontà, attraverso un ascolto devoto e – almeno all’inizio – del tutto silenzioso. La prima canzone è “Tradizione e tradimento”, che dà il titolo al disco del 2019.
Ci sono solo lui e la sua chitarra – anzi, le sue chitarre: ne alterna almeno un paio; la scaletta annovera brani del passato più recente (come “Una somma di piccole cose”, 2016) così come i successi degli esordi, tra cui “Rosso” (1997). Partono qui rapide digressioni, in cui Fabi sorride del mood danzereccio del pezzo, che faceva scatenare gli spettatori negli anni Novanta, e del suo contenuto (parla di un sogno in cui lui è morto, e la sua amata al funerale non è vestita a lutto, ma indossa appunto un abito rosso). “Facciamo finta”, annunciata da poche parole che ne suggeriscono l’importanza, lascia una commozione amara, originata da un atroce lutto personale, effuso qui in forma d’arte. L’artista suona anche il pianoforte, accompagnando pezzi quali “Meraviglia” e “Ora e qui”.
Tra un brano e l’altro, Fabi continua a parlare in modo semplice, con tono delicato, verrebbe da dire confidenziale. La finestra aperta sul suo vissuto, sul disagio di stare al centro dell’attenzione (di cui racconta in una recente intervista a Sky TG24), sull’animo sensibile che traspare dai suoi versi, è il risultato di una ricerca continua, che corona il lavoro di un autore – e soprattutto di un uomo – più che maturo. Con “Lontano da me” si chiude la prima parte dell’esibizione, e gli strumenti in ombra sul palco infine si animano.
Niccolò Fabi – foto dal suo profilo instagram
Oltre a musicisti quali Roberto Angelini alle chitarre, Alberto Bianco al basso – anche loro cantautori – e Filippo Cornaglia alla batteria, collaboratori stabili di Fabi, ad andare in scena è ora l’Orchestra Notturna Clandestina, protagonista dei brani di Meno per meno, arrangiati dal suo fondatore Enrico Melozzi. La prima canzone suonata in questa veste è “Andare oltre”, presente tra gli inediti dell’album. L’altissimo livello della musica sposa la profondità dei testi, e allo spettacolo partecipa l’intero contesto del teatro e della platea, che pian piano inizia – senza entusiasmi eccessivi – a lasciarsi andare.
Il prosieguo del concerto attinge in primis dagli ultimi album (ad esempio con “A prescindere da me”), dando nuova linfa ai pezzi proposti: “Ha perso la città” è da citare come uno degli esempi più riusciti di riarrangiamento. Da Meno per meno è tratta anche “Al di fuori dell’amore”, con la sua toccante riflessione sulle possibilità di «fare la vita che abbiamo scelto»; subito dopo c’è “Filosofia agricola” (da Una somma di piccole cose), a ricordarci la nostra natura di esseri umani, spesso attaccata alle memorie, ai periodi, alle persone, mentre tutto cambia e fluisce.
Ci si avvia poi verso la conclusione, e non può che essere un crescendo. Fabi torna al piano con “Una mano sugli occhi”, prima di eseguire il brano che forse più di tutti racchiude la sua poetica e le sue peculiarità di artista: “Costruire” mette in musica il ruolo chiave della pazienza e dell’imperfezione nella vita di ognuno, dove a contare non sono le destinazioni, ma i percorsi. “Una buona idea” è il penultimo pezzo, e qua sì: si canta a squarciagola – dulcis in fundo – e qualcuno si alza in piedi, colto dalla sua contagiosa orecchiabilità. A chiudere, una canzone che «proprio non vi potete immaginare»: il grande classico “Lasciarsi un giorno a Roma”, che andò a Sanremo nel ’98, lo intonano proprio tutti, anche quelli che addirittura accennano a un ballo, nei limiti e nelle possibilità dello spazio; tutti hanno lasciato la sedia e battono le mani, giunti forse alla meta, dopo un paio d’ore, di quel viaggio voluto, cercato e ottenuto da Fabi. Un finale da standing ovation, che libera tutto l’apprezzamento e l’affetto dei presenti: questo viene raccolto e onorato dal cantautore, il quale saluta e ringrazia Torino insieme a tutti gli altri interpreti.
L’evento ripaga l’attesa e conferma in pieno le elevate aspettative. La sensazione è quella di aver assistito al concerto di un autore eclettico, capace di riscoprirsi in ogni nuova opera, di unire il gusto e l’esperienza musicale a una particolare qualità dell’animo: quella di sapersi ascoltare, per poi entrare in contatto con chi è in grado di cogliere il frutto di tanto lavoro, che sia nel quotidiano o in occasioni come questa.
Rintracciare il DNA di un gruppo non è sempre un’impresa semplice. É il caso dei norvegesi Leprous, cui discografia, avviata nel 2009 con Tall Poppy Syndrome, è passata dal metal avanguardistico con influenze black (complice la vicinanza della band a Ihsahn, leader degli Emperor), al progressive metal di The Congregation, fino agli ultimi sforzi di stampo più pop e sinfonico, come Aphelion, oggetto dell’attuale tour che li vede protagonisti in ben 40 date consecutive. Per l’Italia c’è Milano: è il 27 febbraio, il Fabrique ospita 5000 fan che – come il gruppo – sono di vario genere: da metallari, a bimbi accompagnati dai genitori.
I Leprous durante l’energetico ritornello di “From the Flame” (foto di Mattia Caporrella)
L’apertura è riservata a due gruppi: primi i Kalandra, conterranei degli headliner, che immergono il club in atmosfere eteree e nordiche. Capitanati dalla vocalist Katrine Stenbekk, la band convince il pubblico con una sequenza di brani tratti dal loro debutto The Line, utilizzando strumenti poco convenzionali come archi per chitarra elettrica o corna animali. A seguire gli inglesi Monuments: il pubblico del Fabrique si scatena grazie al loro metalcore di livello, fra circle pit e pogo, incantato dalle abilità vocali di Andy Cizek, che passa dalle melodie agli scream con una facilità disarmante.
Il vocalist dei Monuments Andy Cizek si abbandona al pubblico durante il loro set (Foto di: Mattia Caporrella)
Una potente nota di basso sintetizzato emerge dalle casse: è l’inizio del set dei Leprous, che accolgono i fan con una doppietta terzinata: “Have You Ever” e “The Price”, accompagnate da cori a seguire i classici riff sincopati del gruppo. I Leprous si dimostrano fin da subito a loro agio, interagendo tra di loro e scambiandosi di ruolo continuamente fra tastiere, percussioni e voci.
I Leprous nei momenti finali del concerto (Foto di: Mattia Caporrella)
Continua lo showcase di vocalist fenomenali: Einar Solberg, compositore principale del gruppo, dimostra non solo un controllo vocale precisissimo (la sua ampia estensione vocale è da sempre protagonista dei brani dei Leprous), ma anche un’inedita scioltezza da showman: Solberg si rivolge al pubblico con fare sarcastico quando annuncia che il concerto sta per terminare: «Questa è un’informazione che non richiede reazioni, è un dato di fatto!» sottolinea il vocalist dopo le tipiche proteste. Dopo toccanti dediche all’Ucraina (“Castaway Angels”), tuffi nel passato del gruppo (“Slave” e la rara “Acquired Taste”, sorpresa della serata), e persino un brano eseguito dopo un sondaggio (“The Cloak”), i Leprous salutano il Fabrique bagnandolo di rosso: “The Sky Is Red” surriscalda la folla con la frenetica prima metà, per poi salutarlo con un crescendo finale dalle atmosfere apocalittiche: 11 minuti di intensità, sottolineate da un light-show stroboscopico. Dopo questa serata, resta difficile rintracciare il DNA artistico di gruppi così eclettici, eppure nel tris di gruppi c’è un fil rouge, che parte dalle terre scandinave dei Kalandra, passa per il metal tecnico dei Monuments, e arriva ai Leprous, che in qualche modo, brillano in ogni loro forma.
A cura di Mattia Caporrella (Foto in evidenza: Mattia Caporrella)
Domenica 26 giugno 2022, ore 20: il sole splende sulla sponda bresciana del Lago di Garda. Gli edifici, le vie e le piazze che caratterizzano il Vittoriale degli Italiani sembrano una cartolina ritagliata da un film di Federico Fellini; molte ragazze indossano lunghi vestiti a fiori, i bambini giocano nel piazzale mentre si attende l’apertura dei cancelli che conducono all’Anfiteatro per la nuova edizione della rassegna musicale Tener-a-mente.
Foto: Eleonora Iamonte
A completare questo dipinto apollineo e paradisiaco è l’entrata in scena di Beck poco dopo le 21:40. Il cantautore statunitense appare in vesti quasi angeliche, indossando un completo bianco; nuvole di fumo gialle e blu lo avvolgono mentre canta e suona la chitarra acustica.
Dopo aver eseguito i primi brani in versione solista, arriva una brusca interruzione: la band sale sul palco, le luci diventano psichedeliche; restare seduti è davvero una sfida e la maggior parte del pubblico in platea si alza in piedi per ballare. Il giardino dell’Eden sembra ora essersi trasformato in una discoteca a cielo aperto: per gli amanti del groove e dei ritmi avvolgenti il vero paradiso inizia ora.
Foto: Eleonora Iamonte
Beck dà vita ad un concerto che ripercorre i suoi quasi trent’anni di carriera presentando alcuni dei suoi primi successi come “Loser”, ma anche brani freschi di pubblicazione come “Take it Back”, realizzato con l’artista Jawny (pseudonimo di Jacob Lee-Nicholas Sullenger).
L’esperienza sonora strizza l’occhio al funk, all’indie-rock, all’hip hop, al grunge, al pop e all’R&B, muovendosi tra l’acustico e l’elettronico. La voce calda e inconfondibile di Beck, avvolta in una spiccata quantità di riverbero, riesce a fondersi alla perfezione con le armonie vocali presenti nei campioni sonori diventando la firma definitiva dell’autore, riconoscibile in ogni brano.
Foto: Eleonora Iamonte
Il clima che si respira all’interno dell’Anfiteatro – che ha una capienza massima di circa 1500 persone – è familiare e informale: Hansen parla al pubblico, chiede amichevolmente ad una signora di avvicinarsi agitando davanti a lui il suo ventaglio per riprendersi dal caldo.
L’evento si chiude alle 23:20 circa, con il vociare malinconico degli spettatori che richiamano sul palco il cantante; Beck torna in scena per un’ultima canzone, eseguita solo con voce a cappella e armonica.
Dopo tre anni di assenza in Italia, mercoledì 18 maggioYungblud è tornato a cantare a Milano, questa volta riempiendo il Carroponte di Sesto San Giovanni nell’unica data italiana del Life On Mars Tour.
Dopo neanche un giorno dall’annuncio di Yungblud – terzo album del cantante la cui uscita è prevista per il 2 settembre prossimo –, il ventiquattrenne inglese Dominic Harrison ha avuto finalmente l’occasione di suonare dal vivo anche nel nostro Paese i brani di weird! (2020).
Il sole non è ancora scomparso dietro al muro di amplificatori al centro del palco quando arrivano le Nova Twins, duo rock londinese composto dalla cantante Amy Love e dalla bassista Georgia South. Scelta a dir poco perfetta per aprire il concerto: non siamo ancora al ritornello del primo brano che il pubblico – a maggioranza under 25 e rigorosamente vestito in stile punk rock – si sta già muovendo a ritmo.
Sono invece da poco passate le 21 quando tutte le luci si spengono e dopo un video introduttivo risuonano le note iniziali di “Strawberry Lipstick”: Yungblud corre sul palco ed incita subito tutti a saltare con lui. La sua energia coinvolge in pochi secondi i presenti: è praticamente impossibile non ballare con il cantante che ti obbliga a farlo.
In pochi minuti volano birre e plettri. Yungblud canta uno dei suoi ultimi singoli, “The Funeral”. I fan intonano con lui il brano, che parla di amare sé stessi e accettarsi così come si è. Il concerto non è iniziato neanche da una ventina di minuti e il cantante appare già sinceramente commosso, forse sorpreso di trovare fan così affezionati, che non sbagliano neanche una parola dei suoi testi. Anche durante i pezzi più lenti come “mars” – una ballata che racconta la storia di una fan transgender, ma più in generale la storia di chi si è sempre sentito diverso – non viene mai meno la sua energica presenza scenica.
Oltre i brani del secondo album, la scaletta prevede anche alcuni pezzi dal primo e vari singoli più recenti, ad esempio “Memories” realizzata in collaborazione con Willow e “Fleabag”, sempre dai toni pop-punk. Con il proseguire della serata – e il diminuire dei capi di vestiario addosso a Yungblud, che per gli ultimi brani rimane in pantaloncini e bretelle – aumentano le interazioni con il pubblico: prima una proposta di matrimonio, poi il coming out di un fan. Si è creata un’atmosfera quasi intima, forse difficile da credere pensando alla quantità di gente presente.
Yungblud elogia l’accoglienza italiana, «Ho trovato una famiglia qui a Milano» e aggiunge «Ho speso diciannove anni della mia vita sentendomi giudicato per essere diverso, ma volete sapere come riesco a essere su questo palco oggi ed essere chi voglio? È grazie ad ognuno di voi». E nel caso in cui qualcuno avesse ancora dubbi riguardo il suo affetto nei confronti dei fan, ad un certo punto inizia a indicare ogni presente nelle prime file ripetendo «Ti amo, ti amo, ti amo».
Il live si chiude con “Machine Gun (F**k the NRA)”, un brano che denuncia la facile accessibilità alle armi negli USA. Ma sono i cori di “Loner” intonati dal pubblico a fare da sottofondo mentre lentamente il Carroponte si svuota.
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