La nona edizione del festival conferma la forza di un’identità costruita nel tempo. Ecco qui il nostro reportage.
Viviamo nell’epoca del revival permanente. Le classifiche premiano sonorità vintage, i cataloghi del passato vengono continuamente rispolverati e il confine tra omaggio e nostalgia si fa sempre più sottile. Dentro un’estetica e una cultura musicale ossessionate dall’archivio e dal mito dell’“era meglio prima”, Jazz is Dead! suona come una provocazione. Uno slogan che, però, non certifica la morte del jazz. Al contrario, interroga il destino di una musica che nasce da sovversioni, contaminazioni e sperimentazioni, oggi spesso trasformata in patrimonio museale, preservata e contemplata come un culto del passato. La programmazione del festival ribalta questo paradigma: il jazz è un approccio, non solo un repertorio. Un modo di stare dentro la musica aperto all’”errore” e all’incontro cross-over, che prova a dare nuova vita a un passato che non passa.
Backwards, il tema di quest’anno, è un ritorno sui propri passi con la bussola della visione musicale sempre ben orientata verso la sperimentazione e l’avanguardia. Lo scorso anno il direttore artistico Alessandro Gambo chiudeva l’edizione annunciando che il festival non sarebbe più stato come prima, infatti si è passati dal cemento del Bunker al bosco di Cascina Falchera. Verrebbe da dire che tutto è cambiato e al tempo stesso è rimasto com’era, ma col senso di novità a stimolare le nostre aspettative. La nuova sede favorisce una maggiore vivibilità e due zone concerto: una tradizionale col palco nel prato e una invece più intima e raccolta nel bosco adiacente.
Proprio qui inizia il pomeriggio del venerdì con l’esibizione del duo italiano formato da Stefano Pilia e Marta Salogni: un dialogo intenso tra la chitarra del primo e i nastri magnetici della seconda. La costruzione del suono per loop e delay lunghissimi annulla ogni ritmo e si fonde alle elaborazioni di chitarra piene di feedback e distorsioni che rendono il suono di partenza sempre più irriconoscibile.
Si passa poi alle esibizioni sul palco: la prima è la colombiana Lucrecia Dalt che presenta il suo ultimo album A Danger to Ourselves. La sua musica è mix di lingue, strumenti e ritmi differenti che attraversiamo senza inciampi, come se tutto fosse in continuo fluire.
Dopo di lei un altro duo della giornata: i Matmos, coppia di Baltimora che per un’ora ha conquistato il pubblico con campionamenti di suoni metallici e un umorismo freddo tipici del loro stile. Anche qui sembra tutto un flusso elettronico cadenzato che diventa sempre più ritmato con picchi di glitch e ambient techno che fanno muovere il pubblico.

Il sabato di JID26 ha un’impronta dichiaratamente party che attraversa l’intero programma tra jazz, hip-hop, elettronica, dub, metal e club culture. In coproduzione con il Torino Jazz Festival si parte con Yazz Ahmed insieme a Raph Wyld: un jazz contemporaneo e psichedelico in cui la tromba si muove tra stratificazioni sonore e forti radici arabe, tra apertura mediterranea e ricerca elettronica. Segue Sorvina, tra jazz rap, neo-soul e R&B, con stile e freschezza, groove e una forte attitudine black contemporanea. Gli Alien Dub Orchestra rileggono il dub in chiave orchestrale intrecciando reggae, cumbia e psichedelia in un movimento continuo. Con The Heliocentrics passiamo a stratificazioni ritmiche e improvvisazione: una fusione tra funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e latinoamericani. Moor Mother cambia completamente registro, da una postazione elettronica, costruisce un set di texture abrasive e frammenti sonori tra elettronica, noise e spoken word, e improvvisazione con riferimenti afrofuturistici.
Lord Spikeheart porta un set caotico ed energico tra african metal, elettronica distorta, growl, urla stridenti e accenni rap, tipica performance da head-banging. Con A Guy Called Gerald si entra pienamente nella club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass, con un live set travolgente e di grande qualità. La festa si sposta poi a El Barrio, dove il sabato notte continua in chiave club tra dj set, anche in vinile, e atmosfera da dancefloor.

La terza giornata del festival si rivela molto più di una semplice successione di concerti: è un’ininterrotta odissea geografica e spirituale che ridisegna i confini della musica di ricerca contemporanea. Lontano dalle geometrie urbane, questa dimensione di periferia si trasforma in un rifugio vitale, uno spazio di libertà assoluta dove i suoni possono espandersi e respirare.
Un evento strutturato come una mappa musicale in continuo mutamento: un viaggio transoceanico che prende le mosse dalle radici del sud-est asiatico con suoni percussivi dei gong e delle campane dell’Ensemble Nist Nah, fino ad arrivare all’estasi del krautrock che il trio Dwarfs Of East Agouza intreccia, spingendo la musica egiziana e la psichedelia. Il percorso prosegue calandosi negli abissi rarefatti del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, alla sua prima esibizione in Italia, per poi risalire attraverso le rigorose geometrie del math rock degli Horse Lords e i loro ritmi dispersi. Infine, il viaggio approda poi alla bellezza dolente delle sonorità libanesi dei Sanam. E come da tradizione del festival, anche quest’anno si conclude con il dj set di Alessandro Gambo.

C’è un legame profondo, un filo invisibile che unisce tutti questi mondi e giornate di Jazz is Dead!: un percorso in cui i rumori si sciolgono costantemente in un’atmosfera sospesa. In questo ecosistema, il jazz accetta di “morire” ancora una volta, sgretolando la propria forma classica per reincarnarsi in linguaggi nuovi. Ed è proprio qui che il tema di questa edizione, Backwards, svela la sua intuizione più brillante: andare all’indietro per ritrovare le radici. Radici culturali sparse in ogni angolo del mondo, che qui si intrecciano e dialogano tra loro attraverso un nuovo linguaggio. Forse, solo guardando alle proprie spalle la musica e la comunità che si riunisce per ascoltarla, trova la spinta decisiva per proiettarsi verso il futuro.
Alessandro Camiolo, Linda Signoretto, Melika Nemati

















