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MiTo Settembre Musica, undicesima giornata

Entrare al Teatro Vittoria è sempre un gesto d’amore verso sé stessi: una coccola per il cuore e una carezza per l’udito. Nella sua sala intima e priva di barriere tra palco e platea, il suono riesce ad abbracciare lo spettatore con calore ed energia.
Il 13 settembre, nell’ambito di MiTo Settembre Musica, il teatro ha registrato il sold out – almeno sulla carta: qualche poltrona vuota è rimasta, ma questo non ha intaccato la magia della serata.

Protagonista dell’evento l’Eliot Quartett, approdato a Torino per concludere il viaggio musicale attraverso i quindici quartetti di Šostakovič: un percorso iniziato con tre appuntamenti a Milano e proseguito con tre giornate nella nostra città.

L’Eliot Quartett, fondato nel 2014, si è rapidamente affermato come una delle formazioni cameristiche più significative del panorama internazionale. Vanta numerosi riconoscimenti ed è spesso ospite di importanti sale da concerto in Europa. L’esecuzione integrale dei quartetti di Šostakovič è stata un traguardo e un sogno raggiunto nella stagione 2024-2025 con date in Germania, in Austria, in Canada e oggi anche in Italia.

Con la prima data torinese, sabato, il quartetto ha portato sul palco il Quartetto n° 4, il Quartetto n° 13 e il Quartetto n° 9, offrendo al pubblico un percorso musicale denso di contrasti. Troppo spesso entriamo in sala, leggiamo il programma (se ci spinge la curiosità) e usciamo senza mai sentire la voce dei musicisti. Il secondo violino Alexander Sachs, invece, ha scelto di rompere il silenzio e di introdurre i pezzi, sottolineando la profonda diversità che caratterizza i quartetti. Composti da Šostakovič in periodi differenti della sua vita, ciascuno riflette un contesto storico e personale differente. È difficile, infatti, separare le scelte musicali dalle tensioni politiche che lo circondavano.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

A quarantatré anni Šostakovič compose il Quartetto n° 4 in un clima di forte repressione culturale, consapevole che la sua musica sarebbe rimasta inascoltata a causa della censura del regime sovietico. Il compositore sapeva che il nuovo pezzo – che conteneva citazioni dirette della musica popolare ebraica – non avrebbe potuto essere eseguito almeno fino alla morte di Stalin, ma decise di comporlo ugualmente come atto di resistenza ‘silenziosa’ e testimonianza artistica.

Ai quattro musicisti è bastato uno sguardo per dare avvio al primo movimento che, con il suo impasto sonoro che richiama una cornamusa, ha trasportato subito il pubblico in un paesaggio remoto. Era come se l’intreccio di violini e viola, sostenuti dal bordone del violoncello, stesse dichiarando l’intento del concerto: non una semplice esecuzione, ma un’immersione nell’anima di Šostakovič.
Un gusto orientaleggiante è affiorato lentamente, insinuandosi tra dissonanze che non hanno generato mai conflitti ma piuttosto tensioni emotive. I violini di Maryana Osipova e Alexander Sachs, pur essendo due voci distinte e contrapposte, hanno dialogato senza farsi la guerra, come due anime che si sfiorano senza mai scontrarsi. Il tono dolce e malinconico ha saputo mescolarsi alla perfezione con note profonde, gravi, a tratti dissonanti.
È però nel quarto movimento che il pezzo ha raggiunto il suo apice emotivo: una danza macabra, straziante, i cui motivi ebraici si sono intrecciati a ritmi agitati e vorticosi che hanno animato il suono, rendendolo denso e coeso.

La potenza sonora creata dal quartetto è riuscita a materializzare timbricamente un’intera orchestra: non più dunque quattro strumenti, ma un intero organico. La danza vorticosa improvvisamente ha lasciato il suo posto a pizzicati in pp che sembravano voler insinuare dubbi e domande nell’ascoltatore.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

Mentre il silenzio si faceva sacro e l’arco di Dmitry Hahalin (alla viola) era pronto a dare vita al Quartetto n° 13, una notifica squillante (anzi, due notifiche consecutive) – inequivocabilmente Samsung – ha rovinato il rituale. Hahalin, pronto in posizione per iniziare, ha reagito con un gesto potente che ha mostrato il suo disappunto: ha abbassato la viola staccandola dalla spalla e dal mento, l’ha appoggiata sulle sue gambe, e poi ha atteso fermo, con lo sguardo abbassato, finché la sala non ha ritrovato silenzio e concentrazione. Un giorno, forse, assisteremo ad un concerto in cui nessun telefono squillerà, nessuna notifica ad alto volume interromperà il flusso armonico della musica, e nessun cellulare scivolerà dalle poltrone. Ma evidentemente quel giorno, il 13 settembre, non era ancora arrivato.

Le condizioni di salute di Šostakovič erano tutt’altro che stabili quando compose il tredicesimo quartetto, completato nel 1970 dopo diversi ricoveri. Ogni nota sembra, infatti, portare il peso di una vita vissuta sul filo, tra fragilità interiori e una traiettoria esistenziale troppo ‘rivoluzionaria’ rispetto al contesto storico. Attendere il silenzio non è stato solo un gesto di rispetto nei confronti dei musicisti stessi e della musica del compositore, ma un tributo alla vita di Šostakovič, per non dimenticare la sua storia e le difficoltà che ha incontrato lungo il percorso.

La malattia si sente sin dalle prime note che con leggerezza, ma tragicità, si addentrano con passo felpato in una storia drammatica che vuole, forse, evocare l’imminenza della morte. Il violoncello di Michael Preuß, con le sue note gravi, ha dialogato con quelle acutissime e taglienti dei violini, creando un paesaggio desolato ma vibrante. Sforzati-piano dei violini nel registro acuto, staccati fortissimi omoritmici, continue dissonanze, colpi secchi d’archetto sul legno degli strumenti – che, come frustate sonore, hanno risvegliato lo spettatore – e il nervosismo crescente hanno saputo rendere palpabile la sofferenza, il dolore e la malattia. L’atonalità ha dominato la scena, ma senza soffocare la melodia, che è rimasta centrale.

Nonostante la potenza e la capacità del quartetto di ipnotizzare il pubblico – soprattutto i più giovani, sempre troppo pochi nelle sale –, qualche testa brizzolata e qualche palpebra hanno ceduto alla forza di gravità. Per un pubblico poco avvezzo a suoni ‘rivoluzionari’ e alle tensioni imprevedibili che questi generano, anche solo ascoltare il Quartetto di Šostakovič può diventare una sfida contro sé stessi. Il magnetismo dell’Eliot Quartett ha però incantato tutti coloro che hanno avuto il coraggio di lasciarsi attraversare da questa rivoluzione sonora.

Il tormento di quest’ultimo pezzo ha lasciato poi spazio alla spensieratezza del Quartetto n° 9, che cita apertamente l’overture del Guillaume Tell di Rossini. Un galoppo senza fine verso la libertà, che sembra essere non solo musicale ma anche emotiva. Dopo aver attraversato l’oscurità, l’Eliot Quartett ci ha invitato a correre insieme, verso un futuro – forse – migliore.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

Il quartetto ha saputo restituire la complessità di queste pagine con un equilibrio perfetto fra melodie dubbiose e malinconiche, poi nervose, e infine allegre e libertine. Il dialogo tra strumenti non è stato soltanto udito ma è stato anche visibile: le espressioni dei volti dei quattro musicisti hanno fatto trasparire una profonda immedesimazione, come se ogni nota fosse vissuta ancor prima di essere suonata. Occhi chiusi, sopracciglia tese e respiri profondi: tutti i loro gesti hanno parlato, trasformando il dialogo musicale in narrazione visiva.

L’Eliot Quartett ha dato voce a Šostakovič, trasformando ogni nota in testimonianza e ogni gesto in racconto.

Ottavia Salvadori

MiTo Settembre Musica, quinta giornata 

All’interno della sua programmazione, MiTo Settembre Musica ha creato dei percorsi tematici per agevolare il proprio pubblico. Il concerto di domenica 7 settembre al Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli è rientrato nel percorso «Ascoltare con gli occhi», dedicato alla multisensorialità e alle esperienze che vanno oltre al concerto classico. Questo titolo sembra un errore, una cosa quasi impossibile da realizzare, poiché ovviamente si ascolta con le orecchie e si osserva con gli occhi. Alberto Navarra, però, con il suono del suo flauto traverso, ha fatto capire agli spettatori quanto l’udito e la vista siano due sensi complementari e come la musica e l’arte contemporanea possano creare un dialogo tra loro e con il pubblico.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il flautista piemontese, nonostante la giovane età, può già vantare numerosi riconoscimenti, tra cui il titolo di «Alumno más sobresaliente», conferitogli dalla Regina di Spagna nel 2019 a Madrid, e il primo posto alla Carl Nielsen International Flute Competition del 2022. Da questo stesso anno si è unito ai Berliner Philharmoniker come membro della Karajan-Akademie, grazie alla quale si sta perfezionando sotto la supervisione di Emmanuel Pahud e Sébastian Jacot.

Il programma scelto ha cercato di seguire con coerenza le sale dell’esposizione permanente del Castello di Rivoli, come fosse una vera e propria visita guidata. Infatti, il concerto è iniziato dall’androne della galleria con Syrinx, brano per flauto solo composto nel 1913 da Claude Debussy. Un inizio inaspettato: il pubblico, abituato alla tradizionale sala da concerto, probabilmente non si immaginava di ascoltare la composizione in parte seduto, in parte in piedi sulle scale. 
Poi finalmente l’interazione vera e propria: aiutato anche dalla disposizione della sala dedicata a Piero Gilardi, il pubblico si è ritrovato circondato dalle installazioni ad ascoltare la Sonata appassionata op. 140 di Sigfrid Karg-Elert. Il brano solistico, in un unico movimento, è molto breve e indaga le potenzialità espressive e tecniche del flauto. Si alternano momenti in pp e in mf, dando sfogo a virtuosismi e momenti più intimi dell’interprete. 
Nella sala seguente, dedicata a Panels and Tower with Colours and Scribbles di Sol Lewitt, è continuata l’esplorazione delle potenzialità dello strumento. Qui il flautista ha eseguito Sequenza per flauto solo di Luciano Berio, composizione che spinge il flauto oltre i limiti convenzionali e tradizionali, trasformandolo, in alcuni momenti, da strumento a fiato in strumento a percussione.
Continuando il percorso ci si è ritrovati nella sala de L’architettura dello specchio di Michelangelo Pistoletto, per il momento probabilmente più interessante del concerto. Alberto Navarra, infatti, ha eseguito Soliloquy op. 44 di Lowell Liebermann suonando davanti all’installazione, composta da quattro enormi specchi, dando, così, le spalle al proprio pubblico. Questo per rimanere coerente con il significato dell’opera di Pistoletto: il flautista è diventato esso stesso arte, creando quasi un quadro di sé stesso attraverso il riflesso dello specchio. Durante l’esecuzione ha cercato spesso l’attenzione del pubblico, osservandolo da un punto di vista particolare.
Proseguendo, musica e arte sono diventate un tutt’uno, grazie anche all’installazione HellYeahWeFuckDie di Hito Steyerl. Navarra, in questa sala, si è ritrovato circondato dalle persone e dalle note di Density 21.5 di Edgard Varèse. Infatti, le scritte tridimensionali che sono parte dell’installazione e occupano l’intera sala hanno fatto da sedute per gli spettatori, rendendo difficile per il musicista riservarsi uno spazio distante dal pubblico. Il titolo del brano allude alla densità fisica del platino, materiale di cui può essere fatto il flauto traverso, e alla consistenza del suono che esso può generare. Infatti, nonostante la sua brevità, Density 21.5 è ricco di cambi di registro ed esplora l’intera estensione dello strumento, alternando note molto acute a note molto gravi.
In ultimo, il momento più spiazzante: la Partita in la minore per flauto solo BWV 1013 di Johann Sebastian Bach eseguita sotto l’installazione Novecento di Maurizio Cattelan. Chissà se il compositore barocco avrebbe apprezzato questa esecuzione – considerando la sua indole sperimentatrice, è possibile –, ma di sicuro il pubblico è rimasto colpito e inaspettatamente affascinato. Non sono mancati lunghi applausi e commenti molto positivi da parte degli spettatori.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il pubblico si è ritrovato, insomma, catapultato in una modalità insolita, un concerto itinerante tra le sale di una galleria d’arte contemporanea, dove Alberto Navarra era al tempo stesso musicista e cicerone. I tempi erano quelli di una classica visita al museo, dove le opere venivano spiegate non più a parole ma attraverso la musica. Nonostante non fossero abituati a questa modalità, i partecipanti non si sono fermati davanti ad alcun pregiudizio, anzi erano incuriositi e molto attenti. Il rispetto per la musica e per l’arte hanno fatto da padrone, i visitatori si invitavano al silenzio a vicenda pur di ricreare ad ogni cambio di sala la giusta atmosfera. Forse avremmo bisogno di più «guide turistiche» di questo genere. 

L’esperimento creato grazie alla collaborazione dell’associazione De Sono e di MiTo Settembre Musica è stato sicuramente un successo. La speranza, uscendo da questo concerto, è che non rimanga solamente un momento di sperimentazione fine a sé stesso, ma che si continui a far entrare le arti sempre più in dialogo tra di loro, creando sempre più occasioni di incontro ed eliminando il più possibile le distanze.

Roberta Durazzi

Terza giornata MiTo Settembre Musica

Prosegue con slancio la programmazione di Mito Settembre Musica nell’ambito del progetto Mitjia e gli altri, dedicato all’universo musicale di Šostakovič.
Dopo il sold out al Teatro alla Scala il 4 settembre, il giorno seguente il pianista Seong-Jin Cho e la London Symphony Orchestra, diretta da Sir Antonio Pappano, sono saliti sul palco del Lingotto, accolti da un pubblico trepidante di attesa e meraviglia.

Il programma ha tracciato un arco musicale ricco di contrasti: dall’eleganza della “Overture” tratta da Semiramide di Rossini, alla poesia romantica del Concerto n° 2 di Chopin. Protagonista della seconda parte del concerto è stata la Sinfonia n° 9 di Šostakovič, anticonvenzionale e specchio di una rivoluzione novecentesca; infine, un inno impetuoso e giovanile in forma di poema sinfonico: Juventus di Victor de Sabata.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Appena varcata la soglia della sala, la presenza imponente dei violini, disposti simmetricamente ai lati del direttore d’orchestra, ha stupito il pubblico. Un impatto visivo potente che si è presto trasformato in un’esperienza sonora coinvolgente.

Si potrebbe dire che il crescendo sia stato il filo conduttore di tutto il concerto, non solo nella “Overture” di Rossini, ma come principio che ha attraversato ogni brano. La London Symphony Orchestra, diretta dall’espressività di Pappano, ha creato uno slancio orchestrale raro: ogni composizione ha rivelato al suo interno una progressiva espansione sonora. Ma ciò che ha colpito è stata la trasformazione complessiva dell’orchestra lungo l’intero concerto: dall’attacco brillante del primo brano sino all’impeto finale di Juventus, l’orchestra ha mostrato una crescita di potenza e compattezza sonora, come se ogni pezzo avesse alimentato il successivo in un progressivo accumulo di energia. La forza espressiva dell’orchestra ha pian piano raggiunto il suo apice, avvolgendo interamente il pubblico.

La “Overture” è iniziata con un crescendo rapido, presto culminato in tre accordi in ff che hanno concluso con energia la prima sezione. Con una melodia sognante, solenne, i corni hanno dato voce alla cantabilità dell’Andantino, esaltando la padronanza dell’orchestra anche per le sezioni melodiche. Come un piccolo concentrato dei temi principali della Semiramide, la “Overture” ha dipinto un quadro vivido, drammatico ma energico e gioioso. Dalla direzione di Pappano è trasparito con forza il suo profondo legame con l’opera italiana, un amore che si traduce in una lettura capace di travolgere con energia e allo stesso tempo di commuovere l’ascoltatore.

È poi arrivato il momento del giovane pianista Seong-Jin Cho: classe 1994, nel 2015 ha vinto il Concorso Internazionale Chopin di Varsavia e ha poi collaborato con diverse orchestre in tutto il mondo consolidando la propria fama internazionale.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

I Concerti chopiniani sono stati, in passato, oggetto di critiche da parte di musicisti e studiosi che hanno evidenziato una certa trascuratezza nell’orchestrazione. L’orchestra, infatti, assume prevalentemente il ruolo di sostegno, fungendo da cornice sonora al protagonista: il pianoforte.

La tecnica impeccabile e il controllo assoluto di Seong-Jin Cho hanno rivelato, tra le pieghe della perfezione formale, una sottile assenza: quella della vibrazione emotiva capace di raggiungere le corde più profonde dell’ascoltatore. Nonostante questo, Cho si è mosso con naturalezza sulla tastiera, generando un vortice infinito di note, come un fiume impetuoso che scorre senza tregua. Orchestra e pianoforte sono diventati l’uno l’estensione dell’altro: dove l’orchestra non riusciva ad arrivare, giungeva il pianoforte; dove il pianoforte si fermava, l’orchestra prendeva il testimone e proseguiva il discorso musicale. Erano due organismi complementari che non potevano fare a meno l’uno dell’altro. E così, ciò che un tempo veniva considerato un limite dell’orchestrazione chopiniana si è trasformato in una risorsa che ha creato equilibri. Da semplice sfondo sonoro, la London Symphony Orchestra è diventata voce attiva nel dialogo ora dolce e malinconico, ora frenetico ed energico.

Il concerto è poi proseguito con la Sinfonia n° 9 di Šostakovič. Quando la compose, Šostakovič sovvertì le aspettative del regime sovietico che si prefigurava un’opera celebrativa e patriottica a completamento della “Trilogia bellica” (inaugurata con la Settima sinfonia e proseguita con l’Ottava). Il compositore, tuttavia,compose una sinfonia che di monumentale ha ben poco, se non nella finezza della scrittura. Costruita su un umorismo sarcastico, la Sinfonia sembra deridere il conformismo borghese, e forse lo stesso regime.

Il carattere ironico e leggero è stato ben espresso nel primo dei cinque movimenti (Allegro): l’ottavino, che si è ritagliato uno spazio ampio e sembrava commentare con sarcasmo la scena, ha suonato una melodia vivace, brillante e quasi caricaturale, basata su note brevi e sincopate che ricordavano la musica da circo. A questo intervento sono seguiti colpi secchi del rullante, quasi militareschi, e due note del trombone nel registro grave.
La melodia nel corso del primo movimento è stata ripresa e trasformata dall’orchestra: il tema è passato in un registro più grave e l’atmosfera è cambiata, diventando cupa e a tratti tragica. La London Symphony Orchestra è riuscita ad esprimere al meglio questi cambi repentini di umore e toni, controllando timbri e dinamiche alla perfezione e permettendo agli interventi solistici (dei fiati) di emergere in tutta la loro potenza espressiva.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il secondo movimento, dal tono più lirico e meditativo, ha sorpreso lo spettatore con un’improvvisa immersione in una melodia delicata, malinconica e introspettiva. Il clarinetto solo ha aperto il movimento con un canto sospeso, trasformato poi dal flauto traverso in una melodia dal carattere misterioso e interrogativo. Gli archi, con frasi brevi e ascendenti, hanno amplificato questa tensione, come alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile.
La carica energica, frenetica e brillante è tornata ben presto nel terzo e nel quinto movimento. Solo il Largo (quarto movimento) ha introdotto una pausa di riflessione che sembrava evocare le ferite della guerra. Il carattere drammatico, funebre, si è trasformato poi in un Allegretto vivace che con un crescendo giocoso ha chiuso la sinfonia.

A concludere il concerto è stato Juventus, un poema sinfonico che intreccia la brillantezza della “gioventù” con temi romantici e pensosi. L’energia non è mai venuta meno: la potenza sonora dell’orchestra ha travolto con forza il pubblico.
Come inatteso omaggio, il pubblico torinese ha ricevuto infine un «piccolissimo regalo» da Sir Antonio Pappano e dalla London Symphony Orchestra: la “Prima danza ungherese” di Brahms, eseguita con leggerezza ed entusiasmo.

A differenza del concerto inaugurale del Festival, Pappano ha deciso di offrire al pubblico un’esperienza senza silenzi contemplativi, ma ricca di vibrazioni. La musica ha parlato senza interruzioni e con intensità.

Ottavia Salvadori

Inaugurazione MiTo Settembre Musica 2025

Per molti torinesi e milanesi l’unico motivo per desiderare che l’estate finisca in fretta è l’arrivo di MiTo Settembre Musica, il festival che da diciannove edizioni segna il passaggio dalla spensieratezza estiva alla routine autunnale.
Dopo mesi di attesa e un’estate che ha faticato a mostrarsi tale, si torna alla quotidianità: tra chi riprende gli studi, chi rientra al lavoro e chi sceglie di salutare il caldo immergendosi nell’ascolto di musica ‘rivoluzionaria’ (Rivoluzioni è il tema scelto da Giorgio Battistelli per identificare una musica capace di creare nuove prospettive).

Il 3 settembre, a Torino, si è aperto il sipario sull’edizione 2025 di MiTo. L’auditorium Lingotto è tornato nuovamente a vibrare di musica e dell’energia di un pubblico affezionato, capace di stupirsi ed emozionarsi.

Foto di Gianluca Platania

Ad accompagnarci nel viaggio musicale tra le musiche russe di tre compositori che hanno fatto la Storia – Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij – è stata l’orchestra Filarmonica della Scala guidata da Myung-Whun Chung. A completare il quadro, il ventiseienne Mao Fujita, pianista pluripremiato che nel 2019 ha ricevuto la medaglia d’argento al Concorso Čajkovskij di Mosca.

Myung-Whun Chung, che presto vedremo al Teatro alla Scala in qualità di direttore musicale, sembrava dirigere l’orchestra ancor prima di salire sul podio: non ha voluto lasciare il tempo agli applausi di concludersi per dare subito il primo attacco del “Valzer n. 2” di Šostakovič. Un gesto fulmineo, una scarica di energia e l’orchestra ha preso il volo: Chung infatti, dopo qualche movimento, si è appoggiato al pianoforte e ha lasciato l’orchestra dirigersi da sola per qualche battuta, per poi riprendere le redini con la sua direzione sobria ma intensa. Quel “Valzer” che per alcuni è stato il primo passo incerto nel mondo della musica, tra i leggii traballanti e gli spartiti sgualciti di un’orchestrina scolastica, nelle mani della Filarmonica della Scala è diventato un turbine di emozioni e di potenza che ha travolto il pubblico. La sua leggerezza e spensieratezza danzabile si è contrapposta in maniera quasi teatrale ai due brani successivi –  il Concerto n° 2 di Rachmaninov e la Sinfonia “Patetica”di Čajkovskij – entrambi drammatici e di struggente profondità.

Foto di Gianluca Platania

Il concerto della Filarmonica è stato un vero viaggio esistenziale attraverso le sfumature dell’animo umano: dalla serenità luminosa del “Valzer”, alla morte sussurrata in pppp dai contrabbassi (in sordina) nel finale della “Patetica”. Ma la vita non è mai lineare, e così non lo è stato il percorso che ci ha portato alla chiusura di questo viaggio musicale: si sono alternati dialoghi e scontri, tensioni e abbandoni, in un continuo passaggio da toni tragici a melodie dolci e malinconiche.

Il Concerto di Rachmaninov è stato il primo brano che ha affondato le sue radici nei temi tragici, pur lasciando spazio a melodie serene ma nostalgiche. La morte si è fatta sentire fin dai rintocchi funebri iniziali, ma presto ha ceduto il passo ad una dolce malinconia, nel secondo movimento, che ha evocato chiaramente la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven: una melodia sognante che sembrava nascondere qualcosa di sospeso tra sogno e inquietudine. Un trillo nervoso del pianoforte e il pizzicato dei violoncelli hanno introdotto una crepa nell’incanto, una minaccia in agguato, forse un riferimento alla morte come presenza silenziosa. Rachmaninov gioca con la ripetizione di cellule melodiche, creando un effetto di loop emotivo, dove ogni variazione di tonalità si trasforma in una nuova sfumatura dell’animo umano: Fujita e la Filarmonica sono diventati un unico organismo che è riuscito a trasformare le note musicali in tensioni emotive.

A concludere il Concerto è stato il terzo movimento (Allegro scherzando), un finale energico e brillante, che con ironia sembrava prendersi gioco del clima triste e malinconico dei primi due movimenti. Nonostante il carattere scherzoso, sono emersi echi di melodie cantabili e nostalgiche. L’orchestra, sotto la direzione di Chung, ha saputo creare un equilibrio magico tra leggerezza e profondità. In particolare nei momenti più travolgenti, il suono ha raggiunto la platea come aprendo una breccia capace di risvegliare emozioni sopite.

Fujita, curvo sulla tastiera del pianoforte, con lo sguardo fisso sulle mani, sembrava intensamente coinvolto nel turbine di sentimenti raccontati dalla musica. Ogni nota era eseguita con perfezione tecnica, ma la sua forza espressiva risultava attenuata dalla difficoltà di emergere e contrastare il suono pieno dell’orchestra. La fragilità sonora ha trasformato il pianoforte in un punto focale su cui focalizzare l’attenzione. Il suono delicato ma allo stesso tempo incisivo ha incarnato la riservatezza del pianista, che ha accolto gli applausi del pubblico con le spalle chiuse e quasi con esitazione.

Foto di Gianluca Platania

A differenza dell’inizio improvviso del “Valzer”, Chung ha scelto di vivere il silenzio prima di immergersi nella Sinfonia di Čajkovskij: un minuto intero di immobilità in cui il pubblico ha trattenuto a fatica il respiro. Un piccolo rito di ingresso che è stato anticipatore del lento e ‘lamentoso’ addentrarsi nelle melodie più liriche e agitate.
Con un continuo gioco di risposte e di melodie ripetute, l’orchestra si è dimostrata straordinariamente coesa. Nel terzo movimento il pubblico non ha saputo trattenere un applauso che ha rotto l’incantesimo: si sa che i momenti chiusi da un grande finale a piena orchestra attirano maggiormente il consenso, e così è stato anche questa volta, con la piccola marcia allegra in fff, scandita da timpani e piatti.

Dopo tre movimenti allegri, nell’ultimo – insolito e struggente – il cerchio apertosi sulle note gravi del fagotto e dai contrabbassi vibrati si è chiuso tornando alla calma iniziale, con un andamento lento e cupo. Un finale che non vuole dare risposte ma lasciare sospesi. Una dissolvenza nel silenzio che non chiede di essere capita ma contemplata. Chung, infatti, immobile nel suo ultimo gesto ha atteso: non ha permesso che il fragore degli applausi rompesse il respiro silenzioso della musica, ma ha lasciato che l’eco dei contrabbassi si sedimentasse nei corpi dei presenti. Solo dopo qualche secondo gli applausi sono arrivati come un’onda.

Il concerto è stato solo il primo di tanti che si susseguiranno nei prossimi giorni: non vediamo l’ora di scoprirli, e immergerci in altri mondi e rivoluzioni.

Ottavia Salvadori

Guitar: il ritorno essenziale di Mac DeMarco

Sono trascorsi sette anni dall’ultimo lavoro davvero ‘tradizionale’ di Mac DeMarco. Oggi il cantautore canadese ritorna con un album più compatto e maturo, senza però rinunciare alla sua vena anticonvenzionale: Guitar.

Gli ultimi lavori – in gran parte esperimenti strumentali come Five Easy Hot Dogs e One Wayne G – hanno messo in evidenza il cambiamento nello stile dell’artista, che dall’eccentricità indie dei primi dischi ha scelto di orientarsi verso sonorità più acustiche e distese.

Guitar è esattamente questo: un disco breve e pacato, che riflette una personalità più matura e la decisione definitiva di lasciarsi alle spalle una vita sregolata, raggiunta la metà dei trent’anni. Un netto distacco dal Mac che più di dieci anni fa cantava «Cause oh, honey, I’ll smoke you ‘til I’m dying», celebrando la sua marca di sigarette preferita.

Lo stile è ridotto all’osso: niente sintetizzatori, pochissime chitarre elettriche, solo un essenziale scheletro formato da batteria, basso e chitarra acustica. La voce, dolce e delicata, si intreccia con testi intrisi di malinconia, tra il senso di fallimento e la riflessione sul passato. Tracce come “Sweeter” e “Home” mostrano un uomo adulto che guarda alla sua passata giovinezza con una dolce malinconia e un po’ di rancore.

Con questo disco Mac DeMarco non mostra soltanto la maturità di un artista capace di creare brani interessanti con mezzi essenziali, ma anche un atteggiamento profondamente anarchico che ci permette di considerarlo un moderno Bob Dylan: un musicista arrivato a una tale fama da potersi permettere di seguire esclusivamente la propria visione, ignorando aspettative dei fan e le logiche del mercato.

Nonostante però l’album si distingua per una forte coerenza e maturità sia dal punto di vista produttivo che di scrittura, soffre di un limite evidente: la monotonia. La scelta di mantenere sempre lo stesso registro sonoro, senza variazioni significative di ritmo o atmosfera, finisce per appesantire l’ascolto.

Voto 7/10

La Notte della Taranta 2025 – Riflessioni a posteriori: la festa c’è, ma cosa resta davvero?

Il fine stagione salentino è inscritto l’ultimo sabato di agosto, quando il comune di Melpignano ospita la Notte della Taranta. L’evento, atteso tutto l’anno, in questo caso si è tenuto il 23 agosto (eccezionalmente il penultimo sabato del mese), quando circa 160 mila persone si sono radunate nello spazio dell’ex Convento degli Agostiniani per partecipare all’ormai imperdibile appuntamento con il Concertone finale.

Tra scenografie, tamburelli pulsanti e un cielo terso − come risarcimento di un improvviso temporale nel primo pomeriggio − questa 28ª edizione ha confermato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo centrale dell’evento nel panorama musicale e culturale italiano. David Krakauer, clarinettista di fama mondiale, ha ricoperto il ruolo di Maestro Concertatore, creando un ponte tra pizzica, contaminazioni klezmer (di cui è considerato uno dei massimi interpreti) e sperimentazioni contemporanee.

Sul palco, con lui, l’Orchestra Popolare, il corpo di ballo coreografato da Fredy Franzutti e la rosa di ospiti tra cui: Giuliano Sangiorgi, Ermal Meta, Serena Brancale, Antonio Castrignanò, il Canzoniere Grecanico Salentino, TÄRA, Settembre, Anna Castiglia, in aggiunta a Kathleen Tagg, SarahMK e Yoshie Fruchter, abituali collaboratori di Krakauer.

Nonostante le intenzioni espresse lo scorso anno dal presidente della Fondazione della Notte della Taranta, Massimo Bray, di voler riportare il Concertone a una dimensione più tradizionale e meno spettacolarizzata, l’esito è stato molto più vicino allo scorso anno (tra le edizioni più contestate) di quanto si potesse immaginare.

Le testate mainstream, come spesso accade, si sono concentrate sugli aspetti più televisivi dello show, lodando ad esempio Ema Stokholma e tessendone le lodi riguardo alla capacità di condurre in un contesto complesso come quello della musica tradizionale. Ma, al netto della professionalità, la realtà è un po’ diversa e le modalità di conduzione, i ritmi da palinsesto televisivo ricordavano un evento molto caro a noi italiani: mancava poco che dicesse «Dirige l’orchestra il Maestro David Krakauer, con il codice 01 canta Giuliano Sangiorgi». Che poi, Sangiorgi è stato effettivamente il primo artista a salire sul palco. Oltre al lancio del suo nuovo singolo in dialetto salentino sulla xylella (con tanto di videoclip proiettato), ha fatto quello che si presuppone faccia un artista alla Notte della Taranta: cantare la pizzica. Nel suo caso “Lu rusciu te lu mare” e “Quannu te llai la facce la matina”, conditi con i suoi acutissimi, hanno creato un bel tono malinconico che, tutto sommato, ha bilanciato bene l’atmosfera più festosa della serata.

Dalla diretta del Concertone

Ad alcuni degli altri ospiti è stata data la possibilità di interpretare un brano tradizionale, ma anche di eseguire un inedito del proprio repertorio. Ermal Meta si è interfacciato con “Lule Lule” brano della tradizione arbëreshe, omaggio alle sue radici albanesi, e ha eseguito anche il suo brano “Mediterrano”; Serena Brancale ha interpretato “All’acque all’acque”, brano in dialetto barese, ma anche la sua hit “Anema e Core”; Anna Castiglia ha eseguito prima “Ghali”, con cui si era presentata a X Factor 2023, e poi il “Beddha ci dormi”. Destino diverso è spettato ai due ospiti più giovani che non hanno dovuto cimentarsi con la tradizione: TÄRA ha interpretato “Araba fenice” e Settembre, dopo aver eseguito “Vertebre”, ci ha tenuto a specificare di avere un legame forte con questa terra perché «Vengo sempre in Salento a fare le vacanze».

A farsi carico della dimensione più autentica e tradizionale ci hanno pensato i cantanti dell’Orchestra Popolare − come sempre impeccabili – e anche Antonio Castrignanò con una potentissima “Aria Caddhipulina” (suo marchio di fabbrica), e il Canzoniere Grecanico Salentino (che ha spento 50 candeline di carriera) con “Pizzica Indiavolata” e “Lu Giustacofane”.

Ma cosa resta davvero di questa edizione?

L’amara certezza della direzione che la NdT ha ormai imboccato e che sta proseguendo con il rischio di un frontale diretto con la realtà che sente la mancanza dell’atmosfera popolare.

I tempi televisivi, le attese durante le pubblicità, i continui collegamenti con lo spazio della radio (che ricordano nitidamente i collegamenti di Sanremo con la nave o il Primo Maggio con lo stesso box radio), hanno raffreddato l’esperienza. Le misure di sicurezza con ingressi contingentati, le barriere divisorie, la disposizione data di aspettare poche ore prima dell’inizio per aprire le transenne d’ingresso, hanno spezzato la consuetudine del pomeriggio (se non addirittura la mattina o la notte) in piazza, fatta di suoni, risate e condivisioni pre concerto. A ciò si aggiungono: l’omaggio iniziale a Pippo Baudo un po’ forzato, “Kalinitta” con la scelta di non far salire sul palco tutti gli ospiti − come da tradizione non scritta −, il corpo di ballo ridotto e su cui sono circolate diverse perplessità rispetto all’interpretazione di passi che nel complesso poco avevano a che fare con la tradizione popolare. Eppure, proprio in apertura, una nota positiva c’è stata: la danza delle spade, relegata spesso in secondo piano o omessa, è stata eseguita brevemente, ed è un dettaglio da riconoscere e apprezzare.

Dalla diretta del Concertone

Tutto questo non toglie nulla alla bravura di Krakauer e alla sua capacità di maneggiare con cura le musiche tradizionali, contaminandole con quel q.b. necessario, e su questo non c’è dubbio. Così come è vero che, se l’obiettivo da spettatore è divertirsi, la NdT continua a funzionare: si canta e si balla pur non essendo cultori del genere.

Ma questo, forse, non basta più. O non basta per un progetto a lungo termine.

Un primo passo? Eliminare i brani del repertorio degli ospiti, per esempio. Scelta piccola ma un segnale chiaro: si tratta della Notte della Taranta, non di uno dei tanti eventi promozionali. La speranza è che la scelta del Maestro Concertatore, quasi controcorrente rispetto agli ultimi e lontano dai circuiti mainstream, sia davvero un esperimento per un cambio e non una singola eccezione.

Lo scopriremo il prossimo anno. Intanto continuiamo a sperare che qualcosa si stia muovendo davvero.

 Alessia Sabetta

Chiusura in bellezza del Flowers Festival: Lucio Corsi e i Baustelle

Ci hanno fatto aspettare ma ne è valsa la pena: il tanto atteso concerto di Lucio Corsi e dei Baustelle, originariamente programmato per l’8 luglio ma annullato a causa del maltempo, è stato finalmente recuperato la serata del 15 luglio. Nonostante l’infelice posticipo, l’evento ha regalato una splendida chiusura al decennale del Flowers Festival.

All’incantevole calar del sole, è arrivato il nostro menestrello Lucio Corsi, con il suo stile glam rock fai-da-te, con le solite buste di patatine a sorreggere le spalline. Affiancato da una grande schiera di musicisti, si è acceso una sigaretta e ha aperto il concerto con l’assolo di “Freccia bianca”, brano incalzante tratto dall’album Cosa faremo da grandi del 2020, che ha iniziato a coinvolgere gli spettatori, dai più grandi ai più piccoli. 

Ha proseguito passando ai pezzi del suo ultimo album Volevo essere un duro, doppio vincitore della Targa Tenco, fino all’omonima canzone, reduce dall’Eurovision, creando un momento magico di celebrazione della norma e del quotidiano.

Tra una sigaretta accesa e un’altra lanciata, per avere la bocca libera per cantare, i brani si sono fatti più lenti con “Situazione complicata” e ballate come “Nel cuore della notte”, riprendendo ritmo solo nel finale, con la canzone “Francis Delacroix”.  L’ultimo brano ha fatto scatenare e divertire tutto il pubblico, soprattutto perché nessuno si era reso conto, fino a quel momento, che il fotografo che stava seguendo Lucio da tutto il concerto, con una sigaretta in bocca e un cappello da cowboy nero, era Francis Delacroix in persona.

Francis ha accompagnato con la chitarra la canzone a lui dedicata e nel gran finale si è quasi sfiorata la caduta dal palco di entrambi, tra i molteplici movimenti di Lucio, gli altrettanti spostamenti del tecnico che lo inseguiva per allentargli il cavo del microfono ed evitare si incastrasse e Francis Delacroix che si godeva appieno il suo momento. Finale spontaneo, dunque, come d’altronde spontaneo è Lucio Corsi, che per una bella oretta ci ha rapiti mostrandoci nuove realtà attraverso il suo sguardo fresco. 

Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival

Dopo una breve pausa il pubblico ha acclamato a gran voce i Baustelle, band di Montepulciano che da quasi trent’anni unisce sonorità retrò, liriche raffinate e uno sguardo originale sulle problematiche dei giovani tra poesia urbana e una malinconia cinematografica. L’intera esibizione è stata costruita sui brani di El Galactico, album uscito nell’aprile di quest’anno, sviluppato attorno a sonorità della California anni ‘60, con un chiaro riferimento ai Beach Boys e ai Mamas and the Papas.

Solo verso il termine dell’esibizione sono giunti a brani più vecchi come: “La guerra è finita” e “Le Rane”, sul finale della quale, mentre i tecnici preparavano il palco per la canzone successiva, il frontman Francesco Bianconi ha colto l’occasione intonando “Tanti auguri a te” dedicato alla cantautrice e polistrumentista, Rachele Bastreghi, acclamata dagli spettatori.

Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival

La band apparentemente chiude il concerto e torna sulle quinte, per poi, dopo vari cori da parte del pubblico, ritornare sul palco e far scatenare tutti con il brano, tanto atteso da tutti, “Charlie fa surf”, terminando in bellezza la decima edizione del Flowers Festival, lasciandoci senza voce, con poco udito, ma contenti.

Maria Scaletta

Il punk tra libertà e ironia: i Viagra Boys e i Tre Allegri Ragazzi Morti al Flowers Festival

La rassegna torinese, quest’anno, osa con una line-up composta da band dalle attitudini molto diverse, ma sorprendentemente compatibili. Il risultato è una serata intensa e difficile da dimenticare.

La serata si apre con i Circus Punk, un duo chitarra e batteria che fa subito entrare il pubblico nel mood con brani molto grezzi e veloci.

Subito dopo salgono sul palco i Tre Allegri Ragazzi Morti. Molti nel pubblico sono venuti principalmente per loro, come si nota dalle centinaia di maschere a forma di teschio, simbolo della band. Sono rimasto piacevolmente colpito dalla naturalezza di Toffolo sul palco e dal modo quasi colloquiale con cui si interfaccia con il pubblico. Il live scorre con leggerezza e, nonostante le sonorità più soft, si confermano un’ottima scelta come band di appoggio per gli headliner svedesi.

Dopo i TARM, il palco si riempie di tecnici che montano gli strumenti, mentre sul maxischermo appare a caratteri cubitali la scritta endless anxiety e le casse iniziano a suonare musica house e techno ad alto volume, per prepararci a tutto quello che succederà da lì a poco.

Le luci si spengono, uno dopo l’altro i musicisti fanno il loro ingresso. Per ultimo arriva Sebastian, il frontman: a petto nudo e con gli occhiali da sole. Attaccano con “Man Made of Meat”, traccia dall’ultimo album che fa subito impazzire il pubblico, la cui metà è già un enorme pogo.

Il live va avanti così, tra brani vecchi e nuovi che non lasciano un secondo di respiro per la potenza dei suoni e della performance. I “boys” portano uno spettacolo non perfetto ma indimenticabile, anche per la sfacciata ironia che caratterizza i brani e i discorsi del cantante. Un esempio è la performance di uno dei loro pezzi più famosi, “Research chemicals”, suonata con un loop di basso per più di 10 minuti, durante i quali il tastierista e Sebastian si scambiano continuamente diversi strumenti, tra cui una keyboard guitar da band anni 80.

La serata si rivela un successo dimostrando come, anche in Italia, quando un festival viene ben organizzato e ha il coraggio di osare, può dar vita a risultati sorprendenti e di grande valore.

Alessandro Ciffo

Monitor festival: da un grande potere derivano grandi responsabilità

Vi siete mai chiesti perchè sui palchi dei concerti ci siano delle casse non rivolte al pubblico? Se sì, a cosa servono? Può sembrare un po’ controintuitivo, invece proprio quelle casse sono utili a connettere pubblico e artisti, che attraverso queste possono ascoltarsi e avere maggior controllo della performance. Si chiamano casse spia o MONITOR, proprio come il nuovo two days festival che si è appena concluso a sPAZIO211, con l’intento simile di creare unione tra pubblico e artisti, con nuove scoperte e grandi aspettative. 

Il secondo giorno ha offerto varietà musicale e geografica, con tanti artisti per la prima volta a Torino. Si inizia con Maria Chiara Argirò, musicista di origine romana ma residente a Londra, che ha presentato il suo ultimo disco Closer, accompagnata da Riccardo Chiaberta (batteria) e Christos Stylianides (tromba ed elettronica). Si notano da subito le radici jazz del progetto, con una lunga introduzione strumentale di tromba e batteria, che poi passa a un’esplorazione elettronica, attraverso effetti di eco e melodie oniriche del synth. La performance procede in modi imprevedibili attraversando territori sonori sfumati, tra momenti techno, in cui dominano ritmi intricati delle percussioni spartane e altri più ambient in cui semplici arpeggi di synth suonano come un tuffo dentro l’acqua. La voce di Maria Chiara tra loop e distorsioni, ricorda un po’ Beth Gibbons, per il modo di interagire con l’ambiente circostante, sta sempre al centro ma al tempo stesso sembra provenire da lontanissimo. 

Maria Chiara Argirò (Credits: Senza Futuro Studio)

Da Londra passiamo a Sheffield, con Gia Ford, che sale sul palco chitarra acustica in spalla insieme al suo chitarrista Connor. Il suo live è semplice per via della strumentazione ma molto intenso e divertente. Da una parte i suoi racconti delle sue canzoni, pieni di personaggi emarginati (“Housewife dreams of America”), abusati (“Paint Me Like a Woman”), alienati (“Car crash for two”) dall’altro il suo modo di stare sul palco quasi da crooner con una voce profonda a tratti rabbiosa, aspra e ruvida. Ogni brano è introdotto con frasi sarcastiche dallo stile british, a metà tra cinismo e autoironia, ma sempre rimanendo impassibile. Siamo giunti al tramonto, la luce si unisce all’oscurità, Gia ringrazia il pubblico e promette di tornare in futuro con tutta la band al seguito. 

Gia Ford (Credits: Senza Futuro Studio)

Subito dopo salgono sul palco YĪN YĪN, quartetto olandese formato da Kees Berkers (batteria), Remy Scheren (basso), Robbert Verwijlen (tastiere) e Erik Bandt (chitarra). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a degli abili sperimentatori che uniscono oriente e occidente, folk giapponese e rock psichedelico, funk e disco anni 80. Il loro approccio punta a espandere ogni brano, quasi alla ricerca di un effetto cosmico in cui ci si perde tra le melodie pentatoniche e i tempi irregolari della batteria. Qualcuno potrebbe pensare che sia solo dell’easy listening, utile per riempire le giornate, ma dal vivo è ottima musica per ballare e viaggiare con l’immaginazione verso un’isola tropicale immaginaria. 

Si conclude ritornando al jazz con il debutto torinese di Arooj Aftab, artista pakistana, cresciuta a New York, che sale sul palco insieme alla sua band composta da Perry Smith alla chitarra, Petros Klampanis al contrabbasso e Engin Kaan Günaydin alla batteria. Lei vestita di nero e con spessi occhiali scuri sembra una presenza misteriosa come il suo ultimo album Night Reign. Canta in inglese e urdu, sua lingua madre, in posizione di profilo al pubblico e avvolta da intense luci blu. Nelle pause familiarizza con il pubblico, non sapendo se ci siano veri fan, offre da bere e chiede scusa per non aver portato dischi da vendere o altri gadget. I brani lunghi e sognanti variano tra blues, R&B e bebop, la sua voce procede per ampi archi di sviluppo in modo inflessibile. Tra un assolo e l’altro, assistiamo a un continuo giro intorno al mondo, tra atmosfere e melodie differenti, come in “Bolo Na”, brano che prende spunto dalla sua passione giovanile per l’heavy metal, in cui le luci rosse e il riff grunge del basso prendono il sopravvento.
Il finale sembra tutto un sogno, Arooj svanisce tra il fumo denso, in realtà era solo andata a prendere il suo negroni e poi riappare per salutare il pubblico insieme alla band. 

Tornati alla realtà, il festival è finito, una rinascita necessaria anche se in forma contenuta, ma senza compromessi. All’ingresso sventolerà ancora il vecchio cartello di TOdays, ma forse a volte bisogna cambiare, perché tutto rimanga com’è. 

Alessandro Camiolo

L’universo condiviso di Marco Castello al Flowers Festival

Al Flowers Festival di Collegno, che da dieci anni anima il cortile della Lavanderia a Vapore con un florilegio di artisti affermati e nuove promesse, domenica 13 luglio è toccato a Marco Castello salire sul palco.

Diciamocelo: ci si aspettava un gran concerto, e gran concerto è stato.

Prima ancora che le luci si accendano sui musicisti, sullo sfondo del palco spicca il logo dell’etichetta indipendente creata dallo stesso Castello per pubblicare il suo secondo disco Pezzi della sera, Megghiu Suli. L’espressione Siciliana suggerisce un doppio significato che sintetizza perfettamente la visione artistica di Marco Castello: “meglio da soli” e “il miglior sole”.

Foto di Alessia Sabetta

Il cantautore siracusano è salito sul palco con una band variegata e numerosa, che ha proposto brani del suo repertorio non solo conservando quell’estetica calda e casalinga che è ormai la sua cifra, ma espandendo ancora di più le sonorità grazie ai colori della chitarra elettrica e ai tre sassofonisti, che hanno regalato improvvise fiammate funk, riuscendo persino a far ondeggiare le teste dei cassieri nei bar.

Come in un grande raduno tra amici, con qualche migliaio di persone di fronte, Marco Castello riesce ad azzerare il dislivello tra palco e platea grazie alla schiettezza dei suoi testi, che nella loro assurdità si offrono come uno tsunami di meme in cui il pubblico si lascia volentieri travolgere, felice di annegare in una frivolezza che – almeno per un po’ – libera da ogni pensiero.

Attraverso una spontanea genuinità non solo caratteriale ma anche musicale, Marco Castello è in qualche modo casa. Il pubblico canta dall’inizio alla fine, ma soprattutto si muove, trasformando il concerto in un grande ritrovo condiviso. C’è chi scuote la testa, chi si dondola sentendosi leggero e chi – la maggior parte – balla freneticamente. 

Lo stesso Castello si scuote seguendo la sua musica, fatta di ritmi mediterranei, venature jazz e tastiere anni ’70. Costruisce un mondo sonoro profondamente in debito con i grandi della musica italiana come Lucio Battisti o Enzo Carella, e verso icone internazionali come Gilberto Gil, dei quali non a caso sceglie di portare sul palco alcune cover. 

Ma se le ispirazioni sono chiare e dichiarate, senza bisogno di stravolgimenti, il merito del cantautore siciliano è quello di ridare linfa a questi generi, soprattutto grazie alla forza inconfondibile dei suoi testi e delle sue linee melodiche, che rendono la sua musica immediatamente riconoscibile e facilmente condivisibile da chiunque.

Foto di Alessia Sabetta

Lo dimostrano anche i numeri legati agli ascolti: dai giorni dell’uscita del suo album di debutto Contenta tu nel 2021, il suo pubblico è cresciuto esponenzialmente, soprattutto grazie alla visibilità conquistata sui palchi dei festival – e senza alcun sotterfugio pubblicitario sui social – che hanno cementato una fanbase ormai fidelizzata.

Sul palco del Flowers, Marco Castello si conferma come un altro fiore prezioso del nostro panorama musicale: capace di sprigionare nuova energia e di liberare l’ossigeno necessario a farci respirare insieme.

Un po’ più leggeri, un po’ più vivi.

Marco Usmigli