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Terza giornata MiTo Settembre Musica

Prosegue con slancio la programmazione di Mito Settembre Musica nell’ambito del progetto Mitjia e gli altri, dedicato all’universo musicale di Šostakovič.
Dopo il sold out al Teatro alla Scala il 4 settembre, il giorno seguente il pianista Seong-Jin Cho e la London Symphony Orchestra, diretta da Sir Antonio Pappano, sono saliti sul palco del Lingotto, accolti da un pubblico trepidante di attesa e meraviglia.

Il programma ha tracciato un arco musicale ricco di contrasti: dall’eleganza della “Overture” tratta da Semiramide di Rossini, alla poesia romantica del Concerto n° 2 di Chopin. Protagonista della seconda parte del concerto è stata la Sinfonia n° 9 di Šostakovič, anticonvenzionale e specchio di una rivoluzione novecentesca; infine, un inno impetuoso e giovanile in forma di poema sinfonico: Juventus di Victor de Sabata.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Appena varcata la soglia della sala, la presenza imponente dei violini, disposti simmetricamente ai lati del direttore d’orchestra, ha stupito il pubblico. Un impatto visivo potente che si è presto trasformato in un’esperienza sonora coinvolgente.

Si potrebbe dire che il crescendo sia stato il filo conduttore di tutto il concerto, non solo nella “Overture” di Rossini, ma come principio che ha attraversato ogni brano. La London Symphony Orchestra, diretta dall’espressività di Pappano, ha creato uno slancio orchestrale raro: ogni composizione ha rivelato al suo interno una progressiva espansione sonora. Ma ciò che ha colpito è stata la trasformazione complessiva dell’orchestra lungo l’intero concerto: dall’attacco brillante del primo brano sino all’impeto finale di Juventus, l’orchestra ha mostrato una crescita di potenza e compattezza sonora, come se ogni pezzo avesse alimentato il successivo in un progressivo accumulo di energia. La forza espressiva dell’orchestra ha pian piano raggiunto il suo apice, avvolgendo interamente il pubblico.

La “Overture” è iniziata con un crescendo rapido, presto culminato in tre accordi in ff che hanno concluso con energia la prima sezione. Con una melodia sognante, solenne, i corni hanno dato voce alla cantabilità dell’Andantino, esaltando la padronanza dell’orchestra anche per le sezioni melodiche. Come un piccolo concentrato dei temi principali della Semiramide, la “Overture” ha dipinto un quadro vivido, drammatico ma energico e gioioso. Dalla direzione di Pappano è trasparito con forza il suo profondo legame con l’opera italiana, un amore che si traduce in una lettura capace di travolgere con energia e allo stesso tempo di commuovere l’ascoltatore.

È poi arrivato il momento del giovane pianista Seong-Jin Cho: classe 1994, nel 2015 ha vinto il Concorso Internazionale Chopin di Varsavia e ha poi collaborato con diverse orchestre in tutto il mondo consolidando la propria fama internazionale.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

I Concerti chopiniani sono stati, in passato, oggetto di critiche da parte di musicisti e studiosi che hanno evidenziato una certa trascuratezza nell’orchestrazione. L’orchestra, infatti, assume prevalentemente il ruolo di sostegno, fungendo da cornice sonora al protagonista: il pianoforte.

La tecnica impeccabile e il controllo assoluto di Seong-Jin Cho hanno rivelato, tra le pieghe della perfezione formale, una sottile assenza: quella della vibrazione emotiva capace di raggiungere le corde più profonde dell’ascoltatore. Nonostante questo, Cho si è mosso con naturalezza sulla tastiera, generando un vortice infinito di note, come un fiume impetuoso che scorre senza tregua. Orchestra e pianoforte sono diventati l’uno l’estensione dell’altro: dove l’orchestra non riusciva ad arrivare, giungeva il pianoforte; dove il pianoforte si fermava, l’orchestra prendeva il testimone e proseguiva il discorso musicale. Erano due organismi complementari che non potevano fare a meno l’uno dell’altro. E così, ciò che un tempo veniva considerato un limite dell’orchestrazione chopiniana si è trasformato in una risorsa che ha creato equilibri. Da semplice sfondo sonoro, la London Symphony Orchestra è diventata voce attiva nel dialogo ora dolce e malinconico, ora frenetico ed energico.

Il concerto è poi proseguito con la Sinfonia n° 9 di Šostakovič. Quando la compose, Šostakovič sovvertì le aspettative del regime sovietico che si prefigurava un’opera celebrativa e patriottica a completamento della “Trilogia bellica” (inaugurata con la Settima sinfonia e proseguita con l’Ottava). Il compositore, tuttavia,compose una sinfonia che di monumentale ha ben poco, se non nella finezza della scrittura. Costruita su un umorismo sarcastico, la Sinfonia sembra deridere il conformismo borghese, e forse lo stesso regime.

Il carattere ironico e leggero è stato ben espresso nel primo dei cinque movimenti (Allegro): l’ottavino, che si è ritagliato uno spazio ampio e sembrava commentare con sarcasmo la scena, ha suonato una melodia vivace, brillante e quasi caricaturale, basata su note brevi e sincopate che ricordavano la musica da circo. A questo intervento sono seguiti colpi secchi del rullante, quasi militareschi, e due note del trombone nel registro grave.
La melodia nel corso del primo movimento è stata ripresa e trasformata dall’orchestra: il tema è passato in un registro più grave e l’atmosfera è cambiata, diventando cupa e a tratti tragica. La London Symphony Orchestra è riuscita ad esprimere al meglio questi cambi repentini di umore e toni, controllando timbri e dinamiche alla perfezione e permettendo agli interventi solistici (dei fiati) di emergere in tutta la loro potenza espressiva.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il secondo movimento, dal tono più lirico e meditativo, ha sorpreso lo spettatore con un’improvvisa immersione in una melodia delicata, malinconica e introspettiva. Il clarinetto solo ha aperto il movimento con un canto sospeso, trasformato poi dal flauto traverso in una melodia dal carattere misterioso e interrogativo. Gli archi, con frasi brevi e ascendenti, hanno amplificato questa tensione, come alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile.
La carica energica, frenetica e brillante è tornata ben presto nel terzo e nel quinto movimento. Solo il Largo (quarto movimento) ha introdotto una pausa di riflessione che sembrava evocare le ferite della guerra. Il carattere drammatico, funebre, si è trasformato poi in un Allegretto vivace che con un crescendo giocoso ha chiuso la sinfonia.

A concludere il concerto è stato Juventus, un poema sinfonico che intreccia la brillantezza della “gioventù” con temi romantici e pensosi. L’energia non è mai venuta meno: la potenza sonora dell’orchestra ha travolto con forza il pubblico.
Come inatteso omaggio, il pubblico torinese ha ricevuto infine un «piccolissimo regalo» da Sir Antonio Pappano e dalla London Symphony Orchestra: la “Prima danza ungherese” di Brahms, eseguita con leggerezza ed entusiasmo.

A differenza del concerto inaugurale del Festival, Pappano ha deciso di offrire al pubblico un’esperienza senza silenzi contemplativi, ma ricca di vibrazioni. La musica ha parlato senza interruzioni e con intensità.

Ottavia Salvadori

Inaugurazione MiTo Settembre Musica 2025

Per molti torinesi e milanesi l’unico motivo per desiderare che l’estate finisca in fretta è l’arrivo di MiTo Settembre Musica, il festival che da diciannove edizioni segna il passaggio dalla spensieratezza estiva alla routine autunnale.
Dopo mesi di attesa e un’estate che ha faticato a mostrarsi tale, si torna alla quotidianità: tra chi riprende gli studi, chi rientra al lavoro e chi sceglie di salutare il caldo immergendosi nell’ascolto di musica ‘rivoluzionaria’ (Rivoluzioni è il tema scelto da Giorgio Battistelli per identificare una musica capace di creare nuove prospettive).

Il 3 settembre, a Torino, si è aperto il sipario sull’edizione 2025 di MiTo. L’auditorium Lingotto è tornato nuovamente a vibrare di musica e dell’energia di un pubblico affezionato, capace di stupirsi ed emozionarsi.

Foto di Gianluca Platania

Ad accompagnarci nel viaggio musicale tra le musiche russe di tre compositori che hanno fatto la Storia – Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij – è stata l’orchestra Filarmonica della Scala guidata da Myung-Whun Chung. A completare il quadro, il ventiseienne Mao Fujita, pianista pluripremiato che nel 2019 ha ricevuto la medaglia d’argento al Concorso Čajkovskij di Mosca.

Myung-Whun Chung, che presto vedremo al Teatro alla Scala in qualità di direttore musicale, sembrava dirigere l’orchestra ancor prima di salire sul podio: non ha voluto lasciare il tempo agli applausi di concludersi per dare subito il primo attacco del “Valzer n. 2” di Šostakovič. Un gesto fulmineo, una scarica di energia e l’orchestra ha preso il volo: Chung infatti, dopo qualche movimento, si è appoggiato al pianoforte e ha lasciato l’orchestra dirigersi da sola per qualche battuta, per poi riprendere le redini con la sua direzione sobria ma intensa. Quel “Valzer” che per alcuni è stato il primo passo incerto nel mondo della musica, tra i leggii traballanti e gli spartiti sgualciti di un’orchestrina scolastica, nelle mani della Filarmonica della Scala è diventato un turbine di emozioni e di potenza che ha travolto il pubblico. La sua leggerezza e spensieratezza danzabile si è contrapposta in maniera quasi teatrale ai due brani successivi –  il Concerto n° 2 di Rachmaninov e la Sinfonia “Patetica”di Čajkovskij – entrambi drammatici e di struggente profondità.

Foto di Gianluca Platania

Il concerto della Filarmonica è stato un vero viaggio esistenziale attraverso le sfumature dell’animo umano: dalla serenità luminosa del “Valzer”, alla morte sussurrata in pppp dai contrabbassi (in sordina) nel finale della “Patetica”. Ma la vita non è mai lineare, e così non lo è stato il percorso che ci ha portato alla chiusura di questo viaggio musicale: si sono alternati dialoghi e scontri, tensioni e abbandoni, in un continuo passaggio da toni tragici a melodie dolci e malinconiche.

Il Concerto di Rachmaninov è stato il primo brano che ha affondato le sue radici nei temi tragici, pur lasciando spazio a melodie serene ma nostalgiche. La morte si è fatta sentire fin dai rintocchi funebri iniziali, ma presto ha ceduto il passo ad una dolce malinconia, nel secondo movimento, che ha evocato chiaramente la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven: una melodia sognante che sembrava nascondere qualcosa di sospeso tra sogno e inquietudine. Un trillo nervoso del pianoforte e il pizzicato dei violoncelli hanno introdotto una crepa nell’incanto, una minaccia in agguato, forse un riferimento alla morte come presenza silenziosa. Rachmaninov gioca con la ripetizione di cellule melodiche, creando un effetto di loop emotivo, dove ogni variazione di tonalità si trasforma in una nuova sfumatura dell’animo umano: Fujita e la Filarmonica sono diventati un unico organismo che è riuscito a trasformare le note musicali in tensioni emotive.

A concludere il Concerto è stato il terzo movimento (Allegro scherzando), un finale energico e brillante, che con ironia sembrava prendersi gioco del clima triste e malinconico dei primi due movimenti. Nonostante il carattere scherzoso, sono emersi echi di melodie cantabili e nostalgiche. L’orchestra, sotto la direzione di Chung, ha saputo creare un equilibrio magico tra leggerezza e profondità. In particolare nei momenti più travolgenti, il suono ha raggiunto la platea come aprendo una breccia capace di risvegliare emozioni sopite.

Fujita, curvo sulla tastiera del pianoforte, con lo sguardo fisso sulle mani, sembrava intensamente coinvolto nel turbine di sentimenti raccontati dalla musica. Ogni nota era eseguita con perfezione tecnica, ma la sua forza espressiva risultava attenuata dalla difficoltà di emergere e contrastare il suono pieno dell’orchestra. La fragilità sonora ha trasformato il pianoforte in un punto focale su cui focalizzare l’attenzione. Il suono delicato ma allo stesso tempo incisivo ha incarnato la riservatezza del pianista, che ha accolto gli applausi del pubblico con le spalle chiuse e quasi con esitazione.

Foto di Gianluca Platania

A differenza dell’inizio improvviso del “Valzer”, Chung ha scelto di vivere il silenzio prima di immergersi nella Sinfonia di Čajkovskij: un minuto intero di immobilità in cui il pubblico ha trattenuto a fatica il respiro. Un piccolo rito di ingresso che è stato anticipatore del lento e ‘lamentoso’ addentrarsi nelle melodie più liriche e agitate.
Con un continuo gioco di risposte e di melodie ripetute, l’orchestra si è dimostrata straordinariamente coesa. Nel terzo movimento il pubblico non ha saputo trattenere un applauso che ha rotto l’incantesimo: si sa che i momenti chiusi da un grande finale a piena orchestra attirano maggiormente il consenso, e così è stato anche questa volta, con la piccola marcia allegra in fff, scandita da timpani e piatti.

Dopo tre movimenti allegri, nell’ultimo – insolito e struggente – il cerchio apertosi sulle note gravi del fagotto e dai contrabbassi vibrati si è chiuso tornando alla calma iniziale, con un andamento lento e cupo. Un finale che non vuole dare risposte ma lasciare sospesi. Una dissolvenza nel silenzio che non chiede di essere capita ma contemplata. Chung, infatti, immobile nel suo ultimo gesto ha atteso: non ha permesso che il fragore degli applausi rompesse il respiro silenzioso della musica, ma ha lasciato che l’eco dei contrabbassi si sedimentasse nei corpi dei presenti. Solo dopo qualche secondo gli applausi sono arrivati come un’onda.

Il concerto è stato solo il primo di tanti che si susseguiranno nei prossimi giorni: non vediamo l’ora di scoprirli, e immergerci in altri mondi e rivoluzioni.

Ottavia Salvadori

La Notte della Taranta 2025 – Riflessioni a posteriori: la festa c’è, ma cosa resta davvero?

Il fine stagione salentino è inscritto l’ultimo sabato di agosto, quando il comune di Melpignano ospita la Notte della Taranta. L’evento, atteso tutto l’anno, in questo caso si è tenuto il 23 agosto (eccezionalmente il penultimo sabato del mese), quando circa 160 mila persone si sono radunate nello spazio dell’ex Convento degli Agostiniani per partecipare all’ormai imperdibile appuntamento con il Concertone finale.

Tra scenografie, tamburelli pulsanti e un cielo terso − come risarcimento di un improvviso temporale nel primo pomeriggio − questa 28ª edizione ha confermato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo centrale dell’evento nel panorama musicale e culturale italiano. David Krakauer, clarinettista di fama mondiale, ha ricoperto il ruolo di Maestro Concertatore, creando un ponte tra pizzica, contaminazioni klezmer (di cui è considerato uno dei massimi interpreti) e sperimentazioni contemporanee.

Sul palco, con lui, l’Orchestra Popolare, il corpo di ballo coreografato da Fredy Franzutti e la rosa di ospiti tra cui: Giuliano Sangiorgi, Ermal Meta, Serena Brancale, Antonio Castrignanò, il Canzoniere Grecanico Salentino, TÄRA, Settembre, Anna Castiglia, in aggiunta a Kathleen Tagg, SarahMK e Yoshie Fruchter, abituali collaboratori di Krakauer.

Nonostante le intenzioni espresse lo scorso anno dal presidente della Fondazione della Notte della Taranta, Massimo Bray, di voler riportare il Concertone a una dimensione più tradizionale e meno spettacolarizzata, l’esito è stato molto più vicino allo scorso anno (tra le edizioni più contestate) di quanto si potesse immaginare.

Le testate mainstream, come spesso accade, si sono concentrate sugli aspetti più televisivi dello show, lodando ad esempio Ema Stokholma e tessendone le lodi riguardo alla capacità di condurre in un contesto complesso come quello della musica tradizionale. Ma, al netto della professionalità, la realtà è un po’ diversa e le modalità di conduzione, i ritmi da palinsesto televisivo ricordavano un evento molto caro a noi italiani: mancava poco che dicesse «Dirige l’orchestra il Maestro David Krakauer, con il codice 01 canta Giuliano Sangiorgi». Che poi, Sangiorgi è stato effettivamente il primo artista a salire sul palco. Oltre al lancio del suo nuovo singolo in dialetto salentino sulla xylella (con tanto di videoclip proiettato), ha fatto quello che si presuppone faccia un artista alla Notte della Taranta: cantare la pizzica. Nel suo caso “Lu rusciu te lu mare” e “Quannu te llai la facce la matina”, conditi con i suoi acutissimi, hanno creato un bel tono malinconico che, tutto sommato, ha bilanciato bene l’atmosfera più festosa della serata.

Dalla diretta del Concertone

Ad alcuni degli altri ospiti è stata data la possibilità di interpretare un brano tradizionale, ma anche di eseguire un inedito del proprio repertorio. Ermal Meta si è interfacciato con “Lule Lule” brano della tradizione arbëreshe, omaggio alle sue radici albanesi, e ha eseguito anche il suo brano “Mediterrano”; Serena Brancale ha interpretato “All’acque all’acque”, brano in dialetto barese, ma anche la sua hit “Anema e Core”; Anna Castiglia ha eseguito prima “Ghali”, con cui si era presentata a X Factor 2023, e poi il “Beddha ci dormi”. Destino diverso è spettato ai due ospiti più giovani che non hanno dovuto cimentarsi con la tradizione: TÄRA ha interpretato “Araba fenice” e Settembre, dopo aver eseguito “Vertebre”, ci ha tenuto a specificare di avere un legame forte con questa terra perché «Vengo sempre in Salento a fare le vacanze».

A farsi carico della dimensione più autentica e tradizionale ci hanno pensato i cantanti dell’Orchestra Popolare − come sempre impeccabili – e anche Antonio Castrignanò con una potentissima “Aria Caddhipulina” (suo marchio di fabbrica), e il Canzoniere Grecanico Salentino (che ha spento 50 candeline di carriera) con “Pizzica Indiavolata” e “Lu Giustacofane”.

Ma cosa resta davvero di questa edizione?

L’amara certezza della direzione che la NdT ha ormai imboccato e che sta proseguendo con il rischio di un frontale diretto con la realtà che sente la mancanza dell’atmosfera popolare.

I tempi televisivi, le attese durante le pubblicità, i continui collegamenti con lo spazio della radio (che ricordano nitidamente i collegamenti di Sanremo con la nave o il Primo Maggio con lo stesso box radio), hanno raffreddato l’esperienza. Le misure di sicurezza con ingressi contingentati, le barriere divisorie, la disposizione data di aspettare poche ore prima dell’inizio per aprire le transenne d’ingresso, hanno spezzato la consuetudine del pomeriggio (se non addirittura la mattina o la notte) in piazza, fatta di suoni, risate e condivisioni pre concerto. A ciò si aggiungono: l’omaggio iniziale a Pippo Baudo un po’ forzato, “Kalinitta” con la scelta di non far salire sul palco tutti gli ospiti − come da tradizione non scritta −, il corpo di ballo ridotto e su cui sono circolate diverse perplessità rispetto all’interpretazione di passi che nel complesso poco avevano a che fare con la tradizione popolare. Eppure, proprio in apertura, una nota positiva c’è stata: la danza delle spade, relegata spesso in secondo piano o omessa, è stata eseguita brevemente, ed è un dettaglio da riconoscere e apprezzare.

Dalla diretta del Concertone

Tutto questo non toglie nulla alla bravura di Krakauer e alla sua capacità di maneggiare con cura le musiche tradizionali, contaminandole con quel q.b. necessario, e su questo non c’è dubbio. Così come è vero che, se l’obiettivo da spettatore è divertirsi, la NdT continua a funzionare: si canta e si balla pur non essendo cultori del genere.

Ma questo, forse, non basta più. O non basta per un progetto a lungo termine.

Un primo passo? Eliminare i brani del repertorio degli ospiti, per esempio. Scelta piccola ma un segnale chiaro: si tratta della Notte della Taranta, non di uno dei tanti eventi promozionali. La speranza è che la scelta del Maestro Concertatore, quasi controcorrente rispetto agli ultimi e lontano dai circuiti mainstream, sia davvero un esperimento per un cambio e non una singola eccezione.

Lo scopriremo il prossimo anno. Intanto continuiamo a sperare che qualcosa si stia muovendo davvero.

 Alessia Sabetta

Chiusura in bellezza del Flowers Festival: Lucio Corsi e i Baustelle

Ci hanno fatto aspettare ma ne è valsa la pena: il tanto atteso concerto di Lucio Corsi e dei Baustelle, originariamente programmato per l’8 luglio ma annullato a causa del maltempo, è stato finalmente recuperato la serata del 15 luglio. Nonostante l’infelice posticipo, l’evento ha regalato una splendida chiusura al decennale del Flowers Festival.

All’incantevole calar del sole, è arrivato il nostro menestrello Lucio Corsi, con il suo stile glam rock fai-da-te, con le solite buste di patatine a sorreggere le spalline. Affiancato da una grande schiera di musicisti, si è acceso una sigaretta e ha aperto il concerto con l’assolo di “Freccia bianca”, brano incalzante tratto dall’album Cosa faremo da grandi del 2020, che ha iniziato a coinvolgere gli spettatori, dai più grandi ai più piccoli. 

Ha proseguito passando ai pezzi del suo ultimo album Volevo essere un duro, doppio vincitore della Targa Tenco, fino all’omonima canzone, reduce dall’Eurovision, creando un momento magico di celebrazione della norma e del quotidiano.

Tra una sigaretta accesa e un’altra lanciata, per avere la bocca libera per cantare, i brani si sono fatti più lenti con “Situazione complicata” e ballate come “Nel cuore della notte”, riprendendo ritmo solo nel finale, con la canzone “Francis Delacroix”.  L’ultimo brano ha fatto scatenare e divertire tutto il pubblico, soprattutto perché nessuno si era reso conto, fino a quel momento, che il fotografo che stava seguendo Lucio da tutto il concerto, con una sigaretta in bocca e un cappello da cowboy nero, era Francis Delacroix in persona.

Francis ha accompagnato con la chitarra la canzone a lui dedicata e nel gran finale si è quasi sfiorata la caduta dal palco di entrambi, tra i molteplici movimenti di Lucio, gli altrettanti spostamenti del tecnico che lo inseguiva per allentargli il cavo del microfono ed evitare si incastrasse e Francis Delacroix che si godeva appieno il suo momento. Finale spontaneo, dunque, come d’altronde spontaneo è Lucio Corsi, che per una bella oretta ci ha rapiti mostrandoci nuove realtà attraverso il suo sguardo fresco. 

Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival

Dopo una breve pausa il pubblico ha acclamato a gran voce i Baustelle, band di Montepulciano che da quasi trent’anni unisce sonorità retrò, liriche raffinate e uno sguardo originale sulle problematiche dei giovani tra poesia urbana e una malinconia cinematografica. L’intera esibizione è stata costruita sui brani di El Galactico, album uscito nell’aprile di quest’anno, sviluppato attorno a sonorità della California anni ‘60, con un chiaro riferimento ai Beach Boys e ai Mamas and the Papas.

Solo verso il termine dell’esibizione sono giunti a brani più vecchi come: “La guerra è finita” e “Le Rane”, sul finale della quale, mentre i tecnici preparavano il palco per la canzone successiva, il frontman Francesco Bianconi ha colto l’occasione intonando “Tanti auguri a te” dedicato alla cantautrice e polistrumentista, Rachele Bastreghi, acclamata dagli spettatori.

Foto dal profilo Instagram del Flowers Festival

La band apparentemente chiude il concerto e torna sulle quinte, per poi, dopo vari cori da parte del pubblico, ritornare sul palco e far scatenare tutti con il brano, tanto atteso da tutti, “Charlie fa surf”, terminando in bellezza la decima edizione del Flowers Festival, lasciandoci senza voce, con poco udito, ma contenti.

Maria Scaletta

Il punk tra libertà e ironia: i Viagra Boys e i Tre Allegri Ragazzi Morti al Flowers Festival

La rassegna torinese, quest’anno, osa con una line-up composta da band dalle attitudini molto diverse, ma sorprendentemente compatibili. Il risultato è una serata intensa e difficile da dimenticare.

La serata si apre con i Circus Punk, un duo chitarra e batteria che fa subito entrare il pubblico nel mood con brani molto grezzi e veloci.

Subito dopo salgono sul palco i Tre Allegri Ragazzi Morti. Molti nel pubblico sono venuti principalmente per loro, come si nota dalle centinaia di maschere a forma di teschio, simbolo della band. Sono rimasto piacevolmente colpito dalla naturalezza di Toffolo sul palco e dal modo quasi colloquiale con cui si interfaccia con il pubblico. Il live scorre con leggerezza e, nonostante le sonorità più soft, si confermano un’ottima scelta come band di appoggio per gli headliner svedesi.

Dopo i TARM, il palco si riempie di tecnici che montano gli strumenti, mentre sul maxischermo appare a caratteri cubitali la scritta endless anxiety e le casse iniziano a suonare musica house e techno ad alto volume, per prepararci a tutto quello che succederà da lì a poco.

Le luci si spengono, uno dopo l’altro i musicisti fanno il loro ingresso. Per ultimo arriva Sebastian, il frontman: a petto nudo e con gli occhiali da sole. Attaccano con “Man Made of Meat”, traccia dall’ultimo album che fa subito impazzire il pubblico, la cui metà è già un enorme pogo.

Il live va avanti così, tra brani vecchi e nuovi che non lasciano un secondo di respiro per la potenza dei suoni e della performance. I “boys” portano uno spettacolo non perfetto ma indimenticabile, anche per la sfacciata ironia che caratterizza i brani e i discorsi del cantante. Un esempio è la performance di uno dei loro pezzi più famosi, “Research chemicals”, suonata con un loop di basso per più di 10 minuti, durante i quali il tastierista e Sebastian si scambiano continuamente diversi strumenti, tra cui una keyboard guitar da band anni 80.

La serata si rivela un successo dimostrando come, anche in Italia, quando un festival viene ben organizzato e ha il coraggio di osare, può dar vita a risultati sorprendenti e di grande valore.

Alessandro Ciffo

Monitor festival: da un grande potere derivano grandi responsabilità

Vi siete mai chiesti perchè sui palchi dei concerti ci siano delle casse non rivolte al pubblico? Se sì, a cosa servono? Può sembrare un po’ controintuitivo, invece proprio quelle casse sono utili a connettere pubblico e artisti, che attraverso queste possono ascoltarsi e avere maggior controllo della performance. Si chiamano casse spia o MONITOR, proprio come il nuovo two days festival che si è appena concluso a sPAZIO211, con l’intento simile di creare unione tra pubblico e artisti, con nuove scoperte e grandi aspettative. 

Il secondo giorno ha offerto varietà musicale e geografica, con tanti artisti per la prima volta a Torino. Si inizia con Maria Chiara Argirò, musicista di origine romana ma residente a Londra, che ha presentato il suo ultimo disco Closer, accompagnata da Riccardo Chiaberta (batteria) e Christos Stylianides (tromba ed elettronica). Si notano da subito le radici jazz del progetto, con una lunga introduzione strumentale di tromba e batteria, che poi passa a un’esplorazione elettronica, attraverso effetti di eco e melodie oniriche del synth. La performance procede in modi imprevedibili attraversando territori sonori sfumati, tra momenti techno, in cui dominano ritmi intricati delle percussioni spartane e altri più ambient in cui semplici arpeggi di synth suonano come un tuffo dentro l’acqua. La voce di Maria Chiara tra loop e distorsioni, ricorda un po’ Beth Gibbons, per il modo di interagire con l’ambiente circostante, sta sempre al centro ma al tempo stesso sembra provenire da lontanissimo. 

Maria Chiara Argirò (Credits: Senza Futuro Studio)

Da Londra passiamo a Sheffield, con Gia Ford, che sale sul palco chitarra acustica in spalla insieme al suo chitarrista Connor. Il suo live è semplice per via della strumentazione ma molto intenso e divertente. Da una parte i suoi racconti delle sue canzoni, pieni di personaggi emarginati (“Housewife dreams of America”), abusati (“Paint Me Like a Woman”), alienati (“Car crash for two”) dall’altro il suo modo di stare sul palco quasi da crooner con una voce profonda a tratti rabbiosa, aspra e ruvida. Ogni brano è introdotto con frasi sarcastiche dallo stile british, a metà tra cinismo e autoironia, ma sempre rimanendo impassibile. Siamo giunti al tramonto, la luce si unisce all’oscurità, Gia ringrazia il pubblico e promette di tornare in futuro con tutta la band al seguito. 

Gia Ford (Credits: Senza Futuro Studio)

Subito dopo salgono sul palco YĪN YĪN, quartetto olandese formato da Kees Berkers (batteria), Remy Scheren (basso), Robbert Verwijlen (tastiere) e Erik Bandt (chitarra). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a degli abili sperimentatori che uniscono oriente e occidente, folk giapponese e rock psichedelico, funk e disco anni 80. Il loro approccio punta a espandere ogni brano, quasi alla ricerca di un effetto cosmico in cui ci si perde tra le melodie pentatoniche e i tempi irregolari della batteria. Qualcuno potrebbe pensare che sia solo dell’easy listening, utile per riempire le giornate, ma dal vivo è ottima musica per ballare e viaggiare con l’immaginazione verso un’isola tropicale immaginaria. 

Si conclude ritornando al jazz con il debutto torinese di Arooj Aftab, artista pakistana, cresciuta a New York, che sale sul palco insieme alla sua band composta da Perry Smith alla chitarra, Petros Klampanis al contrabbasso e Engin Kaan Günaydin alla batteria. Lei vestita di nero e con spessi occhiali scuri sembra una presenza misteriosa come il suo ultimo album Night Reign. Canta in inglese e urdu, sua lingua madre, in posizione di profilo al pubblico e avvolta da intense luci blu. Nelle pause familiarizza con il pubblico, non sapendo se ci siano veri fan, offre da bere e chiede scusa per non aver portato dischi da vendere o altri gadget. I brani lunghi e sognanti variano tra blues, R&B e bebop, la sua voce procede per ampi archi di sviluppo in modo inflessibile. Tra un assolo e l’altro, assistiamo a un continuo giro intorno al mondo, tra atmosfere e melodie differenti, come in “Bolo Na”, brano che prende spunto dalla sua passione giovanile per l’heavy metal, in cui le luci rosse e il riff grunge del basso prendono il sopravvento.
Il finale sembra tutto un sogno, Arooj svanisce tra il fumo denso, in realtà era solo andata a prendere il suo negroni e poi riappare per salutare il pubblico insieme alla band. 

Tornati alla realtà, il festival è finito, una rinascita necessaria anche se in forma contenuta, ma senza compromessi. All’ingresso sventolerà ancora il vecchio cartello di TOdays, ma forse a volte bisogna cambiare, perché tutto rimanga com’è. 

Alessandro Camiolo

L’universo condiviso di Marco Castello al Flowers Festival

Al Flowers Festival di Collegno, che da dieci anni anima il cortile della Lavanderia a Vapore con un florilegio di artisti affermati e nuove promesse, domenica 13 luglio è toccato a Marco Castello salire sul palco.

Diciamocelo: ci si aspettava un gran concerto, e gran concerto è stato.

Prima ancora che le luci si accendano sui musicisti, sullo sfondo del palco spicca il logo dell’etichetta indipendente creata dallo stesso Castello per pubblicare il suo secondo disco Pezzi della sera, Megghiu Suli. L’espressione Siciliana suggerisce un doppio significato che sintetizza perfettamente la visione artistica di Marco Castello: “meglio da soli” e “il miglior sole”.

Foto di Alessia Sabetta

Il cantautore siracusano è salito sul palco con una band variegata e numerosa, che ha proposto brani del suo repertorio non solo conservando quell’estetica calda e casalinga che è ormai la sua cifra, ma espandendo ancora di più le sonorità grazie ai colori della chitarra elettrica e ai tre sassofonisti, che hanno regalato improvvise fiammate funk, riuscendo persino a far ondeggiare le teste dei cassieri nei bar.

Come in un grande raduno tra amici, con qualche migliaio di persone di fronte, Marco Castello riesce ad azzerare il dislivello tra palco e platea grazie alla schiettezza dei suoi testi, che nella loro assurdità si offrono come uno tsunami di meme in cui il pubblico si lascia volentieri travolgere, felice di annegare in una frivolezza che – almeno per un po’ – libera da ogni pensiero.

Attraverso una spontanea genuinità non solo caratteriale ma anche musicale, Marco Castello è in qualche modo casa. Il pubblico canta dall’inizio alla fine, ma soprattutto si muove, trasformando il concerto in un grande ritrovo condiviso. C’è chi scuote la testa, chi si dondola sentendosi leggero e chi – la maggior parte – balla freneticamente. 

Lo stesso Castello si scuote seguendo la sua musica, fatta di ritmi mediterranei, venature jazz e tastiere anni ’70. Costruisce un mondo sonoro profondamente in debito con i grandi della musica italiana come Lucio Battisti o Enzo Carella, e verso icone internazionali come Gilberto Gil, dei quali non a caso sceglie di portare sul palco alcune cover. 

Ma se le ispirazioni sono chiare e dichiarate, senza bisogno di stravolgimenti, il merito del cantautore siciliano è quello di ridare linfa a questi generi, soprattutto grazie alla forza inconfondibile dei suoi testi e delle sue linee melodiche, che rendono la sua musica immediatamente riconoscibile e facilmente condivisibile da chiunque.

Foto di Alessia Sabetta

Lo dimostrano anche i numeri legati agli ascolti: dai giorni dell’uscita del suo album di debutto Contenta tu nel 2021, il suo pubblico è cresciuto esponenzialmente, soprattutto grazie alla visibilità conquistata sui palchi dei festival – e senza alcun sotterfugio pubblicitario sui social – che hanno cementato una fanbase ormai fidelizzata.

Sul palco del Flowers, Marco Castello si conferma come un altro fiore prezioso del nostro panorama musicale: capace di sprigionare nuova energia e di liberare l’ossigeno necessario a farci respirare insieme.

Un po’ più leggeri, un po’ più vivi.

Marco Usmigli

Pop X, dov’è Liana, delicatoni: il sabato di flowers festival

L’ultimo weekend del Flowers Festival si chiude con un triplo concerto che fonde una band emergente, tre francesi innamorati e il ventennale del progetto più folle dell’it-pop.

In un sabato pieno di nuvole e pioggia ci ritroviamo sempre alla Certosa di Collegno, tra ombrelli, impermeabili e tante bandane (sul perchè ci arriviamo dopo). Il pubblico, rispetto ad altre volte, è un mix eterogeneo, giovane, ma forse solo interessato ad ascoltare l’unico gruppo per cui è venuto qui. Non a caso rimbalza continuamente una domanda tra la folla: «Chi sei venuto ad ascoltare?»

La minoranza che sta sotto la pioggia fin dall’inizio, è qui per i Delicatoni, quattro giovani musicisti vicentini dall’indole anarchica che hanno suonato i brani del loro primo album Delicatronic. Il loro sound unisce l’elettronica dance a rime giocose, quotidiane, spesso cantante in coro in un movimento ciclico delle parti a scandire il tempo. L’aggregazione sul palco e tra il pubblico è il fulcro della loro musica, che trasmette leggerezza e voglia di connettersi agli altri con lucidità e dialogo. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Pioggia finita, il pubblico si alza dalle panchine sotto ai gazebo e si fa più numeroso per sentire i Dov’è Liana, gruppo parigino che ha esordito lo scorso anno con l’album Love 679. I tre salgono sul palco col tipico foulard da babooshka e gli occhiali da sole, simbolo indossato anche dai fan. Uno dei cantanti si avvicina al microfono e recita la prima pagina de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, forse uno dei loro riferimenti in quanto a libertà sessuale, con l’invito a essere disinibiti e senza pregiudizi, un elemento presente anche nei loro testi. La loro esibizione è a metà tra un dj set di house french touch e disco dance anni ‘80 suonata con chitarra e pianoforte. Sul palco li vediamo spesso illuminati in silhouette, mentre ballano e cantano tra inglese e italiano, dalla pronuncia in parte stentata dall’altra caricaturale. Ci invitano a fare festa in modo sincero e spontaneo, come ribadito dal brano conclusivo “Perchè piangi Palermo?”: l’importante è ballare, ridere e fare l’amore.

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Infine il gruppo più atteso: i Pop X, progetto capitanato da Davide Panizza che qui si esibisce insieme a Walter Biondani (chitarra acustica), Luca Babic (batteria elettronica) e Niccolò Di Gregorio (chitarra elettrica). Un’esibizione collettiva che cavalca lo spirito demenziale e nonsense attraverso i video karaoke delle canzoni sullo sfondo e immagini intermittenti in rapida successione. Il pubblico può decidere anche di salire sul palco e scatenarsi insieme alla band o rimanere a pogare fino a sfiorare più di mille volte l’atmosfera, come recita “Io centro con i missili”. Da evidenziare i momenti solo strumentali, che spingono sull’elettronica di taglio hyper-pop, ma anche downtempo e garage, quasi una fusione tra A.G. Cook e Fred Again sotto effetto del popper. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Il fatto che Pop X da fenomeno di nicchia sul web, sia riuscito a emergere fino a ritagliarsi un proprio spazio, attraverso testi che si prendono gioco di tutto e spingendo tutto su un’elettronica che potremmo definire tamarra, è sintomo di come il pubblico ricerchi ancora qualcosa di inedito e irripetibile, rispetto ai piatti pronti offerti dalle playlist degli algoritmi. 

La lunga festa è finita dopo oltre tre ore di musica, quando si ritorna alla pace col cuore che batte ancora forte, ma conservando nella mente tanti momenti unici.

Alessandro Camiolo

Monitor Festival: il debutto che accende il futuro

Torino apre l’estate con una nuova proposta nel panorama dei festival: MONITOR, rassegna musicale che debutta presso lo SPAZIO211, storica sede della musica indipendente cittadina. 

La line-up della serata ha offerto un percorso sonoro variegato, capace di intrecciare estetiche locali e internazionali attraverso una selezione accurata di interpreti.

Del resto, a guidare il progetto è Gianluca Gozzi, già direttore artistico del festival TOdays, che per nove edizioni ha rappresentato un punto di riferimento per la città. 

Ad aprire la serata, la band torinese The Cherry Pies, unica formazione locale in cartellone. Il loro suono sporco e seducente rievoca gli Arctic Monkeys di Favourite Worst Nightmare; le chitarre sembrano uscite dai club dei primi anni 2000, mentre le melodie ricordano le ballad dei The Libertines. 

Con brani dalle suggestioni indie-rock britanniche tratti dal loro LP Don’t Just Say Things, la band ha saputo scaldare il pubblico dimostrando che la scena underground torinese ha ancora molto da dire.

Torino non è Sheffield, ma per un attimo lo è parsa.

A seguire, direttamente da Newcastle, Richard Dawson ha cambiato completamente la pelle della serata. 

Senza Futuro Studio

La sua voce, eterea e potente, ha riempito lo spazio con una grazia disarmante.

La padronanza della chitarra richiama i primi lavori solisti di John Frusciante, mentre la scrittura attinge a un immaginario lirico colmo di memorie personali e racconti familiari, evocando fantasmi e visioni surreali. 

Particolarmente toccante l’interpretazione di “Wildegeeses” di Michael Hurley, figura di riferimento del songwriting folk americano e fonte d’ispirazione per Dawson.

Terza artista in scaletta, Luvcat, alla sua prima esibizione italiana. Il suo stile fonde l’estetica pop di Sabrina Carpenter, la schiettezza di Lola Young e il romanticismo noir di Nick Cave. Sul palco ha portato un mix di sensualità e vulnerabilità, esplorando le complessità dell’amore con synth malinconici su cui lasciarsi andare.

Senza Futuro Studio

A chiudere la serata, gli attesissimi Shame, quintetto post-punk di South London che ha recentemente aperto i concerti dei Fontaines D.C. 

La band ha confermato la propria reputazione con un live viscerale e senza compromessi. Il frontman Charlie Steen, tra stage diving e urla catartiche, ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei performer più magnetici della scena britannica: canta, suda, urla, si lancia, si dissolve.

Senza Futuro Studio

Ogni brano, da “Concrete” a “Cutthroat”, è un colpo allo stomaco che mescola rabbia e ironia come farebbe Mark E. Smith dei The Fall ma con l’urgenza generazionale dei millennial.

Non è solo un concerto: è una dichiarazione. E Shame la urlano tutta.

Nonostante si tratti della prima edizione, il MONITOR Festival ha mostrato una sorprendente maturità progettuale e una visione artistica nitida, ponendo le basi per un percorso destinato a evolversi e amplificarsi, coinvolgendo nuovi spazi e pubblici, e contribuendo in modo significativo alla vitalità culturale della città. La qualità della proposta, l’originalità della line-up e la risposta entusiasta del pubblico hanno confermato il potenziale di questa nuova realtà.

MONITOR Festival non è solo un debutto riuscito: è l’inizio di qualcosa di grande.

Sofia De March

CM Orchestra porta i grandi degli anni ’80: special guest Tony Hadley

Puoi anche non ricordare l’anno preciso, ma certi ritornelli ti restano impressi . C’era chi negli anni ’80 li ha vissuti, chi li ha scoperti coi genitori, e chi… era lì per gridare “Baciami” a Tony Hadley.

Il Tones Teatro Natura ad Oira, ha radunato tantissimi amanti della musica: la CM Orchestra, affiancata dallo special guest Tony Hadley, ex frontman degli Spandau Ballet, ha infiammato la rassegna Tone on the Stones. Fondata da Claudio Mazzucchelli, la CM Orchestra è una compagine nata per dare vita a produzioni sinfoniche e crossover capaci di unire repertori classici e pop. Mazzucchelli, figura centrale del progetto, non è solo ideatore e produttore, ma anche arrangiatore e direttore artistico: una personalità poliedrica che ha saputo dare una forma identitaria a ogni produzione. L’orchestra è composta da molti musicisti talentuosi, guidati dalla direzione di Andrea Pollione, musicista e arrangiatore di grande esperienza, da anni legato alla CM Orchestra come direttore musicale.

Foto di Joy Santandrea

Sul palco si sono alternati sei vocalist – Paolo Airoldi, Andrea Casali, Silvia Fusè, Sonia Mosca, Roberta Orrù e Martina Lo Visco – accompagnati da un corpo di ballo coinvolgente. L’apertura è stata affidata a “Frozen” di Madonna, interpretata da Andrea Casali, brano che ha saputo creare il giusto raccoglimento iniziale. A seguire, “Broken Wings” dei Mr. Mister, cantata da Paolo Airoldi, ha portato una scarica emotiva che ha acceso definitivamente la platea. Uno dei momenti più trascinanti dello show è stata la travolgente esecuzione di “Relight My Fire”, brano interpretato coralmente da tutti i vocalist: energia pura, che ha mostrato la grande complicità e chimica tra i cantanti e la CM Orchestra.

Con l’ingresso di Tony Hadley sul palco è scattata la scintilla. L’inconfondibile voce degli Spandau Ballet ha esordito con “Chant No. 1 (I Don’t Need This Pressure On)”, brano dal testo emblematico che parla di rifiuto delle pressioni esterne, come a dire: lasciamo da parte le pressioni e godiamoci la serata. La sua apparizione ha scatenato un’ovazione tra i presenti, numerosissimi (posti sold out) e visibilmente emozionati. Da quel momento, la scaletta ha continuato a snodarsi tra reinterpretazioni di grandi classici: “Everybody Wants to Rule the World” dei Tear For Fears, affidata a Roberta Orrù, ha riportato il pubblico nel cuore del decennio; “What’s Love Got to Do with It”, cantata da Silvia Fusè, ha fatto risplendere le sonorità soul-pop di Tina Turner; “Hung Up” di Madonna, portata sul palco da Sonia Mosca, ha innestato una nuova energia. Non poteva mancare nemmeno “The Wild Boys”, uno dei brani simbolo dei Duran Duran – amici-rivali storici degli Spandau – cantato da Andrea Casali e Paolo Airoldi: adrenalina.

Foto di Joy Santandrea

Hadley è tornato protagonista con alcuni dei successi intramontabili degli Spandau Ballet: “Gold”, “I’ll Fly for You” e “Through the Barricades” – titoli che anche chi non ha vissuto direttamente quel decennio conosce e canta, come se appartenessero a una memoria collettiva. Il momento più divertente è stato senza dubbio l’introduzione di “True”, con Hadley che ha scherzato col pubblico: «If you love somebody and you wanna Bacio Bacio…» – e la platea, in coro, ha risposto «Bacio Bacio». Al suo ribattere con un ulteriore «Bacio Bacio», una fan ha urlato «Baciami!», Hadley, ridendo, ha concluso con un “This is the song. This is True!”, prima che l’orchestra attaccasse con il brano. La sua presenza scenica, il carisma e l’eccezionale qualità vocale hanno dimostrato quanto Hadley riesca ancora oggi a dominare la scena.

Ogni canzone è stata arricchita da coreografie eterogenee che hanno amplificato l’impatto emotivo del programma. Il palco del Tones Teatro Natura, incastonato nella roccia, ha giocato un ruolo fondamentale nella serata: grazie alle proiezioni sulle pareti della cava e a una regia posta sul fondo della platea, costruita all’interno di una struttura a forma di T composta da container, l’intero evento ha acquisito una qualità immersiva rara.

Foto di Joy Santandrea

In platea, tante persone che gli anni ’80 li hanno vissuti, ma anche giovani che quei brani li hanno scoperti grazie ai genitori, e perfino bambini, catturati anche loro dalla trappola del groove irresistibile delle canzoni. Il concerto ha lasciato negli spettatori una sensazione di festa, nostalgia ed entusiasmo contagioso.

Perché certe serate, come certe canzoni, restano. Come recita uno dei versi più noti degli Spandau Ballet: “This is the sound of my soul”.

di Joy Santandrea