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Sicilia Bedda a Torino: sold out per Delia

Il 20 febbraio è la quarta data del tour “Sicilia Bedda” di Delia Buglisi, promettente astro nascente della nuova ‘scuola siciliana’ di cantautori e interpreti.

Il concerto, al Teatro Colosseo, si apre con il palco in penombra, illuminato da fari rossi, mentre si ode la celebre frase di Falcone «la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano […] ha un inizio e avrà una fine». La citazione introduce il medley tra “Minchia Signor Tenente” e “Brucia la Terra”, nel quale la voce dell’artista raggiunge picchi virtuosi evidenziati da un potente graffiato. Il brano fa parte del repertorio portato a X Factor, del quale si coglie l’influenza nello stile del corpo di ballo, formato da 4 performer, e nel mantenimento delle basi strumentali. Ma la cifra originale e personale di Delia sta già prendendo le distanze dalle quadrature e gli imbellettamenti del talent.

Le parti strumentali sono eseguite da violoncello, chitarra, tastiera e una corista-percussionista, oltre che dal pianoforte suonato da Delia stessa, con scioltezza e competenza acquisite nei lunghi anni di studio al conservatorio di Catania. Nelle basi si incontrano una componente elettronica spiccatamente moderna e i suoni della tradizione, come tamburelli e una chitarra che, a tratti, imita le sonorità del mandolino.

foto di Vincenzo Nicolello

Tra un brano e l’altro Delia si perde volentieri in chiacchiere con un pubblico interattivo, a maggioranza meridionale, come si evince dalle cadenze dei commenti variegati, da «sei bravissima!» a «ora basta parlare: canta!». Delia, che cantando detiene il dominio assoluto del palco, si pone al suo pubblico in maniera ironica, umile e sempre cortese.

E nel frattempo si racconta, spiegando quali artisti le sono stati di maggiore ispirazione e omaggiandoli con cover potenti ma rispettose della grandezza degli interpreti originali. Franco Battiato, con “La Cura”, in cui Delia passa dal gridare la passione che sopravvive al tempo a sussurrarla con dei vibrati bassi, di superba delicatezza. O ancora “Stranizza d’Amuri”, introdotta con la citazione del ritornello «cu tuttu ca fora c’è a guerra, mi sentu stranizza d’amuri» (nonostante fuori ci sia la guerra, sento la stranezza dell’amore), a sottolineare l’importanza di tenere sempre vivo l’amore, in tutte le sue forme, in un’attualità tanto violenta.

Delia riprende artisti che prima di lei hanno usato i rispettivi dialetti per cantare le proprie storie, dal genovese dei cori di “Dolcenera” di De Andrè al siciliano di “Lu pisce spada” di Modugno. Infine, la cantante si esibisce in una serie di omaggi alla cuntastorie per eccellenza, Rosa Balistreri. “Cu ti lu Dissi” è introdotta dal ritornello cantato a cappella e non microfonato, che raggiunge anche le ultime file del teatro Colosseo grazie alla potenza vocale di Delia.

foto di Vincenzo Nicolello

Ma il brano che conduce il pubblico all’apice dell’emotività è “I Pirati a Palermu”, che la cantante interpreta con visibile trasporto emotivo e virtuosismi vocali che le permettono morbidi passaggi tra falsetti, voce piena e graffiati da brividi. L’esibizione inizialmente genera uno sbigottito silenzio collettivo carico di emozioni, seguito da una lunghissima standing ovation riempita da applausi scroscianti, mentre Delia si commuove in silenzio.

Il concerto si conclude con il brano originale “Sicilia Bedda”, elogio alla terra d’origine della cantante, e l’inedito non ancora pubblicato “Zitta e Muta”, potente inno di emancipazione femminile. Tra le note del brano di chiusura, Delia presenta i musicisti e saluta calorosamente il suo pubblico.

La folla si dirige verso l’uscita, chi ammutolito con gli occhi ancora lucidi e chi intento a tessere lodi ammirate dell’artista. In strada, qualcuno continua a canticchiare entusiasta i brani sentiti al concerto, prova tangibile di come la capacità espressiva di un singolo individuo possa far breccia e lasciar traccia di sé in centinaia di animi.

Stella Platania

Dentro sé stessi: il Macbeth di Muti

Il teatro e l’arte non servono a divertire ma a far evolvere culturalmente e spiritualmente l’animo umano. Più ci si avvicina all’armonia e alla bellezza, più ci si allontana dalla violenza che abita questo mondo. Con questo spirito Riccardo Muti torna al Teatro Regio per la quarta volta in cinque anni e inaugura l’anteprima giovani, il 20 febbraio, del Macbeth verdiano – sold out per tutte le repliche. Un’opera che Muti dirige da più di cinquant’anni ma che ogni volta «spalanca voragini nuove». «Perché dirigo ancora Macbeth? Ma avete visto la mia faccia? C’è una simbiosi!» afferma con ironia alla conferenza stampa.

Opera cardine della stagione “Rosso”, il nuovo allestimento del Teatro Regio in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo rappresenta a pieno la duplicità dell’animo in continua lotta tra il bene e il male.
«Fair is foul, and foul is fair»: Macbeth di Giuseppe Verdi è un’opera costruita sull’antitesi, sul doppio, sull’ambiguità tra luce e ombra. I confini tra ambiente esterno e interiorità si sfaldano e si fanno incerti, rendendo tutto inafferrabile.

La disamina del testo di Shakespeare appare imprescindibile per la regista Chiara Muti – che ancora una volta affianca il padre con una fiducia che va oltre il mero legame familiare. A partire dal testo del Bardo, la regia di Chiara Muti e la scenografia di Alessandro Camera prendono vita traducendo la frattura tra luce e ombra e la dualità dell’animo in materia visiva: un grande arco, che delinea la forma di un immenso occhio, delimita una desolata brughiera fangosa animata da corpi melmosi di streghe. Siamo dentro la mente di Macbeth: spettatori dentro e fuori di lui.

Uno sguardo e una psiche che non distinguono più i confini: ciò che è reale si confonde con ciò che è frutto dell’immaginazione e della follia. Le streghe, dapprima mimetizzate nello scuro paesaggio, sembrano rocce immobili ricoperte di fango. Dopo il preludio orchestrale – cesellato con una sensibilità infernale – la materia si anima: dal terreno – o forse dal fondo della psiche del protagonista – emergono corpi mortiferi; si sollevano, si torcono e cantano con un andamento sincopato, grottesco. È una danza macabra che incrina ogni certezza percettiva: sono creature reali o è la mente in frantumi di Macbeth a plasmarle e dar loro consistenza?

Foto di Daniele Ratti, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

La scenografia non cambia mai: rimane identica a sé stessa per tutti e quattro gli atti, ostinata come un’ossessione e immobile come un monito che grava sul mondo. Solo pochi elementi, inseriti in maniera calibrata, tentano – con risultati non efficaci – di ridefinire gli spazi e distinguere ambienti interni ed esterni. La scenografia sembra voler dichiarare qualcosa di (in)stabile che avviene nel paesaggio mentale di Macbeth. Emblematica è l’apparizione di un letto nel secondo quadro del primo atto: simbolo della notte, dell’incubo e della passione, diviene esso stesso iride al centro del grande occhio. Macbeth e Lady si confrontano sul delitto, in modo intimo e perturbante ma circondati da un ampio spazio che non riesce a contenere il segreto omicida. Proprio quando la tensione, il carattere manipolatore di Lady, la sopraffazione di Macbeth e la complicità dei due arriva al culmine («E se fallisse il colpo? / Non fallirà… se tu non tremi»), si odono suoni di un’orchestrina marziale e la scena si popola di corpi, indebolendo la tensione psicologica creata dalle parole dei due.

Più incisiva risulta la scena dell’apparizione dello spirito di Banco, in chiusura di secondo atto. Un grande specchio alle spalle del trono e della tavola regale – generato anch’esso dalla materia nera del suolo-psiche – diventa dispositivo drammaturgico che riflette, nasconde e altera. Attraverso un calibrato effetto di luci, la figura immobile di Banco appare e scompare dietro lo specchio. Non entra in scena, si manifesta. La fissità spettrale contrapposta al crescente disordine e tormento emotivo di Macbeth rende l’apparizione più perturbante. Il banchetto per l’incoronazione si trasforma in un incubo da cui è impossibile fuggire.

Macbeth non è un re, ma un attore che recita la parte. La sua regalità è svuotata di senso; la scenografia lo sottolinea con tragicità: sul fondo un sipario rosso, instabile. La scena sembra raddoppiarsi, e Macbeth ostenta sicurezza davanti a luci fisse – che poi come lucciole volteggiano nello spazio e svaniscono – e davanti ad un pubblico che non c’è, o che forse esiste solo nella sua mente febbrile in cerca di conferme e legittimazione. Macbeth resta solo un attore e un prigioniero di un ruolo (o di sé stesso?).

La musica diventa specchio dei personaggi rivelando i mostri nascosti della psiche. Le parole prendono potere, si caricano di significati profondi che la musica amplifica. La volontà di Verdi di porre l’attenzione «sul poeta e non sul compositore» qui si riverbera nella modalità espressiva dei cantanti-attori, e nell’attento studio dell’emissione del suono, del colore e della dinamica: pronuncia nitida, priva di scivolamenti o sillabe sacrificate alla cantabilità.

Foto di Mattia Gaido, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Nel ruolo di protagonista, Luca Micheletti – baritono avvezzo al repertorio verdiano e interprete affine alla visione di Muti – costruisce un Macbeth tormentato con un timbro scuro e tragico. Dopo il delitto del re Duncan, la voce soffocata mostra il progressivo svuotamento e collasso dell’animo di Macbeth. Al suo fianco una Lady Macbeth dall’estensione vocale estrema: Lidia Fridman – soprano che torna al Regio dopo il Ballo in maschera del 2024 – dispiega la sua voce attraversando con sicurezza e potenza tanto il registro grave, che caratterizza il lato più oscuro del personaggio, quanto quello acuto, capace di sovrastare l’orchestra e il coro. La sua interpretazione caratterizza una donna demoniaca e manipolatrice ma, allo stesso tempo, fragile e vittima della follia.

Non delude neanche questa volta il coro del Teatro Regio che, sotto la direzione di Piero Monti, si impone come autentico protagonista, al pari di Macbeth e Lady. È presenza collettiva che assume volti e significati diversi: è forza sovrannaturale quando dà voce alle streghe; ma è anche voce del popolo. La duttilità espressiva del coro incarna le forze invisibili che muovono il destino e la fragilità umana.

Dal 24 febbraio al 7 marzo il Macbeth di Verdi (e di Muti) porta a Torino una riflessione profonda, lasciando domande e risposte indefinite: quanto può il senso di colpa divenire peso insopportabile, fino a sgretolare l’identità? E quanto siamo padroni o vittime delle nostre paure e del nostro inconscio?
È questo che vuole portare in scena Riccardo Muti: un teatro che non offre soluzioni ma interroga l’io più profondo.

Ottavia Salvadori

Il Lunedì di Tutti Fenomeni: tra maturità cinismo e nostalgia

«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”) 

Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.

Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.

Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.

Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più  a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi? 

Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.

Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).

È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».

Michele Bisio

1, 2, 6, 9 SONO ANDATO AL…HIROSHIMA

La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.

I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi). 

La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.

L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto, del 1979.

Instagram: @rullino_urbano

Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.

Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.

Instagram: @rullino_urbano


Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.

Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.

Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.

Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia. 

Maria Scaletta

Ex-Otago al Cap10100: un tuffo nostalgico nel cuore di “Marassi”

Mercoledì 14 gennaio, il Cap10100 di Torino ha ospitato la seconda tappa del tour, rigorosamente sold out, degli Ex-Otago, band genovese che ha scelto di celebrare i dieci anni di Marassi tornando là dove tutto è iniziato: nei piccoli club, tra il sudore, i cori e l’energia del pubblico.

Il disco Marassi, uscito nel 2016, è un manifesto generazionale e territoriale: racconta Genova, il quartiere da cui la band proviene, e lo fa con una sincerità fatta di immagini quotidiane, malinconia e voglia di riscatto. Tornare a suonarlo dal vivo, in un contesto intimo e raccolto, è sembrata una scelta naturale. Una festa collettiva, più che un concerto, dove si è cantato, saltato e ballato. Un’occasione imperdibile per chi, dieci anni fa, era troppo giovane per vivere appieno l’epoca d’oro dell’indie italiano.

Sul palco, gli Ex-Otago hanno portato con sé una carica emotiva che ha reso l’atmosfera intensa. La nostalgia è stata il filo conduttore della serata: quella dolceamara di chi ha superato i quarant’anni e si guarda indietro con affetto e un pizzico di malinconia. 

Il concerto ha avuto un andamento particolare: per buona parte dello show, l’attenzione è sembrata catalizzata dal frontman Maurizio Carucci, la cui presenza scenica, ormai consolidata anche grazie alla sua carriera solista, ha dominato il palco. Solo nel finale si è percepita una maggiore coesione tra i membri, un ritorno a quell’identità collettiva che ha sempre contraddistinto la band.

Nonostante i percorsi individuali intrapresi dai musicisti, la loro intesa resta palpabile, segno di un’amicizia forte che resiste nel tempo. Il live, però, parlava soprattutto ai fan di lunga data: chi non conosceva il gruppo avrebbe probabilmente faticato a cogliere il senso profondo della serata. Per tutti gli altri, invece, è stata una liberazione: un’occasione per urlare a squarciagola testi che hanno segnato una stagione della loro vita.

L’energia, va detto, è arrivata più dalla platea che dal palco. Ma forse era proprio questo il senso: un passaggio di testimone, un abbraccio tra chi ha vissuto quegli anni e chi li scopre ora. E quando, in apertura, è risuonato il ritornello provocatorio di “I giovani d’oggi” , è stato chiaro che, dieci anni dopo, Marassi ha ancora qualcosa da dire.

Non sono mancate nella scaletta le canzoni più celebri degl Ex-Otago tratte da altri album, come “Questa notte” e “Con te”, che hanno fatto esplodere il pubblico in un coro unanime. Ma c’è stato spazio anche per le gemme più nascoste, “Costa Rica”, ad esempio, è stata, musicalmente, una vera chicca, perché unisce una produzione essenziale ma incisiva a un flow rilassato e sincero, che restituisce tutta l’autenticità degli esordi. Le sonorità calde e minimali, con beat ovattati e linee melodiche leggere, hanno creato un’atmosfera intima, quasi confidenziale, che si distingue nettamente dai brani più recenti e patinati. È stata accolta con entusiasmo da chi c’era dal giorno zero e ha potuto rivivere emozioni che sembravano ormai lontane.

In definitiva, il concerto al Cap10100 è stato molto più di un semplice tributo a Marassi: è stato un ritorno a casa, anche per chi una casa, a Genova, non l’ha mai avuta. Un viaggio tra le vie del quartiere, tra i ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e le emozioni di chi li ha scoperti solo ora. Gli Ex-Otago ci hanno ricordato che, anche con qualche sbavatura e un’energia più trattenuta, certe canzoni restano.

E quando le luci si sono spente, nessuno aveva davvero voglia di tornare a casa. Perché, in fondo, « ci vuole molto coraggio a dirsi che è finita», anche solo per una sera. Una sera in cui il tempo si è fermato, e Genova è sembrata un po’ più vicina, anche a Torino.

Sofia De March 

GINEVRA in concerto a Torino: pop-rock e femminismo tra i mutamenti

Il 18 dicembre, a pochi giorni dal grande esodo natalizio, GINEVRA, torinese d’origine, sale sul palco dello sPAZIO211 senza l’ansia del sold out e senza la necessità di dimostrare nulla. Un contesto che, più che penalizzare, finisce per valorizzare un live che punta sulla sostanza e non sulla retorica del tutto esaurito. 

Insieme alla band la cantante ripercorre il proprio percorso di crescita personale e musicale: dall’EP METROPOLI del 2020, passando per DIAMANTI, fino ad arrivare all’ultimo progetto pubblicato a gennaio di quest’anno, FEMINA. Un album che segna un cambio di prospettiva piuttosto netto e che GINEVRA introduce senza giri di parole: è un disco dedicato alle donne che resistono e lottano. 

Foto di William Fazzari

Dal punto di vista sonoro, FEMINA prende le distanze dall’elettronica più eterea del passato, fatta di synth onnipresenti e ritmiche spesso lasciate sullo sfondo. Al loro posto emergono chitarre riverberate, impreziosite da scivolate melodiche affidate allo slide, e una batteria finalmente centrale, concreta, che dal vivo si prende lo spazio che merita, grazie anche a una microfonazione molto vicina.

I synth, ovviamente, non scompaiono ma cambiano ruolo. Se prima costruivano tappeti sonori su cui la voce poteva comodamente sdraiarsi, ora intervengono come elementi melodici attivi, talvolta in contrasto con le scelte sempre chirurgiche delle linee vocali.

Il live si sviluppa come un percorso volutamente non lineare, muovendosi avanti e indietro tra le diverse fasi della carriera di GINEVRA e rendendo evidenti le trasformazioni avvenute nel tempo. L’estetica pop-rock di FEMINA è immediatamente riconoscibile: anche chi non conosce l’artista individua senza sforzo i brani più recenti. La band, evidentemente a proprio agio, li valorizza senza sovraccaricarli e riesce anche a rimettere mano ai pezzi precedenti con arrangiamenti misurati, mai invadenti come quelle decorazioni natalizie pompose e kitsch, che fanno comunque la loro sporca figura.

Foto di William Fazzari

La vicinanza al Natale e alla città natale crea infine il contesto ideale per la presenza in sala della famiglia, che diventa parte integrante dello spettacolo. Prima attraverso dediche sincere, a cuore aperto, e poi nel finale, quando il padre viene invitato a salire sul palco per suonare “my baby!”. Un momento che chiude una serata intima, energica ed energetica, in cui la presenza scenica e la sicurezza di GINEVRA emergono senza bisogno di effetti speciali come una stella sulla punta dell’albero: inevitabile, luminosa, e senza troppe sfarzosità attorno.

Marco Usmigli

Il Mago del Gelato a Hiroshima Mon Amour: un live da asfissia

Il concerto de Il Mago del Gelato all’Hiroshima Mon Amour, avuto luogo venerdì 21 novembre, è stato travolgente. Ci sono voluti giorni per rielaborare le sensazioni e riuscire a scriverne. Un’ora e mezza senza fiato, in cui il quartetto ha dato vita a sonorità per il corpo e per la mente: muovendo il primo e alleggerendo la seconda. Il gruppo nato, nel cuore multietnico di Via Padova, a Milano, porta avanti un’idea di funk mediterraneo che mescola radici popolari, curiosità urbana e un gusto melodico che profuma d’estate, possibilmente lontano dalla calura meneghina.

Foto di @Rullino_Urbano

Dal vivo i quattro ampliano la formazione, aggiungendo fiati e percussioni per ricreare e potenziare i colori dei brani prodotti in studio. Il risultato è un flusso continuo di gioia euforica, tra groove danzanti, ritmi afro-latini e riff melodici memorabili. I confini si dissolvono. Non c’è più distinzione tra palco e platea e l’estasi musicale si propaga inondando il pubblico. Quella stessa estasi che si prova durante un tuffo al mare in piena notte, alla fine di una giornata calda e passata troppo in fretta, che sa di allegra malinconia. Di risate, leggerezza e nostalgia. Che scuote i pensieri mentre i suoni attraversano ogni centimetro del corpo.

Sul palco i musicisti non si fermano mai: si guardano, sorridono – sudano un sacco – e si lanciano l’uno contro l’altro sfide a base di cambi di ritmo, mostrando una spiccata sintonia forgiata in breve tempo: a due anni dal primo singolo “Zenzero” (2023) non sono ormai più una fresca promessa, ma una conferma nitida del nuovo panorama funk italiano.

Foto di @Rullino_Urbano

Il gruppo ha saputo costruire uno stile riconoscibile, composto da un mix di influenze del passato: dalle scintillanti tastiere anni ‘80 alle percussioni e ai ritmi afrobeat, fino ad arrivare all’uso del vocoder come elemento cardine nei brani cantati. Senza dimenticare il debito verso le sonorità più eclettiche di Piero Piccioni, di cui, tra l’altro, propongono una reinterpretazione del brano “Scacco alla torre”, pubblicato poche settimane fa all’interno del progetto discografico Cinevox ReFramed.

Il Mago del Gelato si afferma come una realtà capace di coinvolgere e trascinare chiunque gli si trovi davanti in un’esperienza collettiva, fisica ed emotiva. E una volta usciti, ripreso fiato, si sorride, stanchi, ma consapevoli di aver partecipato a un sinergico scambio di energia positiva, che ci ricorda quanto i live ci facciano bene. Perché quell’ora e mezza di musica, per quanto passeggera, sa restituirci una gioia che va ben oltre l’ultima nota.

Marco Usmigli

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Dall’etereo fauno di Debussy alla maestria strumentale neoclassica

È ancora viva la musica classica? La risposta arriva forte e chiara il 15 novembre al Teatro Vittoria con Alberto Navarra e Leonardo Pierdomenico.

Il primo, flautista piemontese insignito del titolo di «Alumno más sobresaliente» dalla Regina di Spagna nel 2019 e vincitore nel 2022 del primo premio alla Carl Nielsen International Flute Competition è dal 2025, flauto solista della Philharmonie Luxembourg. Il pianista Leonardo Pierdomenico, a diciotto anni ha vinto il Premio Venezia e ha ottenuto un riconoscimento al Concorso Van Cliburn. Ha debuttato nella stagione cameristica 2022-2023 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e nella stagione di balletto 2023-2024 del Teatro alla Scala di Milano.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il duo è ospite del secondo appuntamento di Note Tra Noi: rassegna dell’Unione Musicale che non offre solo un concerto, ma un’esperienza sensoriale che abbatte la quarta parete invitando il pubblico a sedersi sul palcoscenico, accanto ai musicisti. Non si tratta solo di ascoltare, ma di percepire ogni dettaglio dell’esecuzione: dall’intensità di ogni respiro e sguardo, fino alle vibrazioni emesse dagli strumenti.

Il concerto si apre con un arrangiamento per flauto e pianoforte del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, simbolo dell’impressionismo musicale ispirato al poema di Stéphane Mallarmé. Il suono del flauto mantiene una qualità eterea e delicata, rendendo l’idea del sogno e della sensualità leggera del fauno: un monologo interiore di una creatura mitologica metà uomo e metà capro. Navarra riesce a trasmetterne la profondità emotiva variando il timbro attraverso dinamiche di grande espressività. Le frasi oscillano, pur mantenendo un’estrema precisione del dettaglio. L’accompagnamento pianistico traduce con sensibilità e vivacità ogni sfumatura di colore.

Il concerto prosegue come un viaggio che parte dal romanticismo tormentato di Schumann, con i Fantasiestücke op.73, e arriva alla modernità neoclassica di Poulenc con la Sonata per flauto e pianoforte in tre movimenti. In Schumann, Navarra dimostra come il flauto sia uno strumento capace di rivelare una bellezza sonora inedita. In Poulenc, ogni tocco sulla tastiera e ogni singola nota del flauto diventano dettagli essenziali e sfumature di grande impatto emotivo. Navarra e Pierdomenico usano il suono non per raccontare una storia reale, ma per disegnare trame sonore sognanti. L’idea tematica principale del primo movimento, dal carattere pensoso e a volte interlocutorio, è contrastata dalla dolcezza del secondo movimento e dallo spirito giocoso del terzo.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il brano conclusivo è del compositore russo Prokof’ev: la Sonata op. 94, caratterizzata da un gioco di sonorità leggere e trasparenti di evidente ascendenza classica. Un punto di riferimento essenziale nella letteratura per flauto non solo per la sua lunghezza e complessità tecnica, ma perché offre a entrambi gli esecutori l’opportunità di mettere in piena luce sia la propria maestria strumentale sia la propria profondità interpretativa.

Il suono riesce ad abbracciare la platea con calore, portando con sé lo spettatore in un’altra epoca.

Il successo del concerto emerge dalle movenze spontanee di un bambino che, seduto sulle sedie disposte sul palco e rapito dalle luci, si lascia completamente trasportare dalla musica.

Melika Nemati

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo