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In missione per conto di Chopin

Un pianoforte, un compositore e tre interpreti per quattro concerti.

La rassegna, organizzata da Unione Musicale, si intitola Festival Chopin, ed è ovviamente dedicata al compositore polacco. A interpretare le sue pagine sono tre giovani musicisti: Matteo Buonanoce, Maria José Palla, David Irimescu, tutti formati presso il Conservatorio di Torino. Siamo stati al Teatro Vittoria per il concerto pomeridiano del 28 maggio per sentire questi talenti nascenti confrontarsi con un repertorio variegato e complesso. 

Il primo ad esibirsi è Matteo Buonanoce, torinese classe 2005, che propone i Due notturni op. 48. La sua esecuzione è coinvolgente, il pianista si muove sulla panca, si avvicina col busto alla tastiera o alza lentamente le spalle alla ricerca continua di una precisa espressività. Soprattutto nei momenti di maggior frammentazione del dettato, in cui si susseguono cellule melodiche diverse, Buonanoce riesce a dare una visione intensa della musica di Chopin.

Foto da cartella stampa di Unione Musicale

Dopo è il turno di Maria José Palla, che esegue Quattro mazurke op. 30 e il Valzer op. 64 n° 3, due composizioni caratterizzate da raffinatezza e rimandi alla musica popolare polacca. La pianista ondeggia dolcemente, il suo tocco sulla tastiera è sempre costante, senza esitazioni, dimostrando buona capacità interpretativa e anche comprensione emotiva di una musica energica e appassionata ma anche nostalgica ed evocativa. Nel Valzer si insegue uno stato di gioia, non frivola, ma cosciente delle ansie e dei tormenti: la pianista lo esegue con lucidità, senza eccedere in superflui compiacimenti malinconici.

Foto di Marco Carino

Conclude David Irimescu, pianista italo-rumeno, con il Notturno op. 37 n° 1, i Valzer op. 34 nn. 2-3 e la Ballata n° 2 op. 38, che costituiscono la seconda metà del concerto. Il musicista entra in sala con passo deciso e si prende il tempo di trovare la giusta concentrazione prima di iniziare. L’aspetto interpretativo è ancora più rilevante, qui, trattandosi di brani dai caratteri diversi. David cambia stile con agilità: nel primo brano dilata il lento come a voler cullare chi ascolta, ma sottolineando molto gli abbellimenti, mentre negli altri due è molto più vivace, facendo emergere i forti contrasti ad esempio tra i due temi della Ballata, che vengono contrapposti in modo efficace e con attenzione alla dinamica. 

Foto di Luigi De Palma

Il pubblico applaude con entusiasmo i tre artisti, che alla fine del concerto si inchinano tutti insieme. Tre visioni personali e originali di un compositore la cui musica oggi è molto nota e presente a tutti, ma che spesso diventa un sottofondo o una posa intellettuale, invece sentire un’esecuzione dal vivo può essere un’esperienza più significativa. Tutta l’iniziativa ha avuto un buon riscontro di pubblico che, attratto in primo luogo dal repertorio in programma, ha avuto modo di scoprire e apprezzare nuovi interpreti.

Alessandro Camiolo

Musica e letteratura al Salone del Libro di Torino: quarta giornata

Il Salone Internazionale del Libro di Torino offre ogni anno un ricco programma di incontri di ogni genere, pensati per soddisfare i gusti più diversi dei visitatori. Nonostante la letteratura sia il fulcro del Salone, anche altre forme d’arte trovano spazio tra gli eventi in calendario. Domenica 18 maggio, quarto e penultimo giorno della manifestazione, sono previsti appuntamenti che coinvolgono anche il mondo musicale. 

Nel pomeriggio, ad esempio, si segnalano numerosi incontri tra cui la presentazione di Michele Rossi con il suo libro Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP- Fedeli alla linea, un’opera che esplora la storia e la poetica della celebre band italiana attraverso l’analisi di alcune delle loro canzoni più iconiche. Sempre nello stesso giorno, Francesco Lorenzi, autore del libro per l’infanzia La musica del bosco (Effatà), nonché cantante della band THE SUN, è protagonista di un incontro dedicato ai più piccoli. Infine, Ermal Meta presenta il suo nuovo romanzo Le camelie invernali edito da La nave di Teseo, portando la sua esperienza di artista a cavallo tra letteratura e musica.

Foto di Luciano Nervo

Michele Rossi presenta il suo nuovo libro con Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei

CCCP – Fedeli alla linea, un canzoniere commentato che offre un’analisi approfondita e personale della celebre band punk italiana degli anni ’80. Nel volume, Rossi, biografo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori del gruppo, racconta la storia dei CCCP attraverso la vita dei due componenti principali, la loro esperienza insieme e l’evoluzione della band, esaminando in dettaglio diciannove canzoni emblematiche.

Il libro non si limita a una semplice raccolta di testi, ma diventa un viaggio nel contesto storico, culturale e letterario che ha influenzato la band, con note che svelano il significato nascosto dietro ogni brano. Rossi sottolinea come Berlino rappresenti una città simbolo per la storia dei CCCP, teatro di alcune delle loro esibizioni più significative e luogo emblematico della loro identità punk e post-punk, in netto contrasto con Reggio Emilia, loro città natale.

Attraverso un’accurata ricostruzione, l’autore mostra come i CCCP abbiano incarnato l’ultima avanguardia italiana del Novecento. Dal punto di vista musicale, molto interessante è il loro accostamento tra il genere punk e il liscio, un tentativo di unire modernità e tradizione.

Dopo la presentazione del libro, Rossi prosegue l’incontro coinvolgendo il pubblico, invitandolo a proporre canzoni del gruppo emiliano da analizzare insieme sul momento. 

La presentazione di Francesco Lorenzi è moderata dal comico Gigi Cotichella, e dà  vita a un vero e proprio spettacolo. Lorenzi è il frontman dei THE SUN, un gruppo punk, pop e Christian rock nato nel Vicentino alla fine degli anni Novanta.

Lorenzi presenta il suo libro per bambini La musica del bosco, una storia in cui gli animali prendono spunto dalla vita dell’artista e della sua band, con la parola “sole” che ricorre costantemente, proprio come nel nome del gruppo. L’autore afferma che la decisione di scrivere un libro per più giovani è nata dalla presenza molto attiva di numerosi bambini a tutti i loro concerti.

Dopo la presentazione, il gruppo propone alcune canzoni per allietare il pubblico e rendere l’evento più dinamico. Come nel libro, anche nelle canzoni la parola “sole” è ricorrente, quasi come una firma distintiva.

Per concludere, Ermal Meta, cantautore di origini albanesi, presenta il suo secondo romanzo Le camelie invernali, pubblicato da La nave di Teseo, segnando il suo ritorno alla scrittura dopo il primo libro Domani e per sempre (2022).

Foto di Giulia Fasano

L’evento è stato organizzato per essere accessibile a un pubblico ampio, con la presenza di un traduttore LIS e sottotitoli, in modo da permettere anche ai non udenti di seguire la presentazione.

Nel romanzo, Ermal Meta si ispira alla sua infanzia in Albania, raccontando una storia di tensioni e conflitti tra due famiglie ricche di segreti, ambientata nell’Albania post-comunista durante il periodo delle grandi migrazioni verso l’Italia. La presentazione, pur parlando poco di musica, ha saputo coinvolgere il pubblico suscitando curiosità sul romanzo e i suoi temi profondi.

In sintesi, la giornata ha offerto un ricco panorama di incontri che hanno saputo unire musica, letteratura e cultura, coinvolgendo un pubblico variegato e appassionato attraverso storie, analisi e performance dal vivo.

Marta Miron

Mace: voodoo people, elettronica senza frontiere

«Io sono il mio DJ» cantava Samuel dei Subsonica alla fine dello scorso millennio. Sono parole che sembrano distanti da ciò che oggi fanno in molti, ovvero mettere in sequenza brani che il pubblico vuole ascoltare, senza una propria visione personale. Perché citarlo allora? Beh, oggi torna utile per illuminare il percorso musicale sfaccettato e personale di MACE (Simone Benussi), producer e DJ milanese, che dopo aver attraversato l’underground hip-hop agli inizi degli anni 2000, per poi passare all’elettronica e alla serate nei club, negli ultimi anni si è affermato nel mainstream come un artista unico, libero e riconoscibile. 

Siamo stati a Milano per sentire il suo nuovo DJ set audio-visuale “Voodoo People” che per cinque sere consecutive, dal 14 al 18 maggio, ha presentato al club District 272. Lo show promosso dal Club To Club di Torino, che ha debuttato lo scorso novembre a Lingotto Fiere, è stato ripensato in una forma ristretta e familiare con l’aggiunta di ospiti diversi in apertura. Per la seconda data sono stati invitati per un set in collaborazione Lamusa II e XIII (del collettivo torinese Gang of Ducks). 

Foto di Onofrio Petronella

Il locale è un ex strip club in cui sono ancora presenti i pali da lap dance, dal pavimento al soffitto svettano due grandi schermi verticali che, insieme alle luci soffuse, creano un grande portale verso altre dimensioni. Il viaggio e l’attraversamento fanno parte della visione musicale di MACE (vedi “breakthrough suite” in OLTRE), ne deriva la sua decisione di sperimentare con suoni che provengono da culture con cui è entrato a contatto durante i suoi viaggi esplorativi in giro per il mondo. La prima parte è piena di voci, percussioni e tamburi africani, baile funk brasiliano, che poi virano verso jungle e breakbeat. I generi continuano a sovrapporsi, mentre sugli schermi una maschera tribale si trasforma nel volto dell’artista. La seconda parte invece è una serie di produzioni inedite: MACE suona al sintetizzatore modulare brani che esplorano ulteriormente i generi e i ritmi dell’elettronica, mescolando techno industriale, ruvida e martellante a tracce psichedeliche e ipnotizzanti. Tutto questo si collega alla parte visuale che accompagna e sostiene ogni variazione, creando un percorso fitto di connessioni tra luci e immagini. 

Foto di Onofrio Petronella

Nel finale MACE abbandona la consolle e passa dalla parte del pubblico, tra abbracci e balli di gruppo l’ultima traccia scatena le poche energie ancora rimaste e conclude questo lungo rito di passaggio musicale.
Un progetto sincretico, come il culto voodoo che l’ha ispirato, sulla scia dell’omonimo brano di Prodigy e del documentario su Haiti realizzato da Maya Deren, che diventa un intenso invito al ballo sotto la guida di un DJ che ci salva la vita. 

Negli occhi ho impresso

Il vuoto delle complessità di un buco nero

Che campiona anche l’aldilà

Per trasformare l’agonia delle parole

In forma d’onda, azioni, in tutto ciò che si muove

(estratto da “Il Mio D.J.” dei Subsonica)

Alessandro Camiolo

Hamlet in Musica: il fascino del Romanticismo francese a Torino

L’Anteprima Giovani del Teatro Regio di Torino rappresenta un’opportunità straordinaria per avvicinarsi all’opera, un genere che in queste occasioni dimostra di essere, più che mai, giovane e vivo.

In programma, il 13 maggio 2025, c’è Hamlet, opera composta nel 1868 dall’omonima tragedia di William Shakespeare con musiche di Ambroise Thomas e libretto di Michel Carré e Jules Barbier.  Cinque atti che sfidano l’adattamento di un testo tanto complesso e intenso, a cui la regia di Jacopo Spirei offre una risposta brillante.

All’arrivo in sala, prima dell’inizio dello spettacolo, il sipario è già alzato, alcuni figuranti leggono appassionatamente un libro – presumibilmente l’omonima opera shakespeariana. Pian piano il palco si riempie di lettori e finalmente le luci si spengono. L’Orchestra del Teatro Regio, diretta da Jérémie Rhorer, comincia a suonare dopo essere stata annunciata da un rullo di timpani. Il preludio, inizialmente cupo e malinconico, si intensifica diventando una marcia reale: è proprio in un’ambientazione nobiliare ma decadente che la storia di Hamlet ha inizio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Il Coro del Teatro Regio rompe il predominio orchestrale con un canto solenne, rappresentando lo sfarzo delle nozze tra Gertrude e Claudius, rispettivamente Re e Regina di Danimarca. 

I protagonisti dell’opera, Hamlet e Ophélie sono rispettivamente interpretati dal tenore John Osborn, e dal soprano Sara Blanch. Si presentano in un duetto dove la voce tenorile di Hamlet e quella sopranile di Ophélie si fondono esprimendo tutta la spensieratezza della gioventù dei giovani innamorati, che purtroppo avrà breve durata.

Laerte, il fratello di Ophélie, entra in scena subito dopo, (l’interpretazione del personaggio si deve a Julien Henric), seguito poco dopo dai due amici di Hamlet, Horatio (Tomislav Lavoie) e Marcellus (Alexander Marev), che si presentano dando ad Hamlet la sconvolgente notizia di aver avvistato lo spettro del padre deceduto.

Un’orchestrina dietro al palco e dei rintocchi di campana annunciano la comparsa dello Spettro, interpretato dal basso Alastair Miles, sempre accompagnato da due bambini, presumibilmente Hamlet e Ophélie da piccoli. Il fantasma parla con un declamato su una nota fissa  per tutto il discorso, variando raramente, per esempio durante la ripetizione di «Venge-moi! Venge-moi!» dove il canto si alza leggermente per sottolineare l’urgenza del messaggio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

La Regina Gertrude è interpretata dal mezzosoprano Clémentine Margaine, dalla  voce calda e potente che contrasta con quella leggera e cristallina di Ophélie, dimostrando eccellentemente la differenza d’età tra i due personaggi. Analogo è il rapporto tra le voci di Claudius, interpretato dal basso Riccardo Zanellato, dalla voce piena e profonda, e quella tenorile di Hamlet, più acuta e giovanile.

Gli ultimi personaggi a comparire sono i due becchini, interpretati da Janusz Nosek e Maciej Kwaśniewski che  in questa versione assumono le sembianze di medici legali in un obitorio umido e squallido.

Di grande effetto sono le scelte registiche, come l’uso delle luci, spesso impiegate come riflettori cinematografici. Le scenografie, realizzate da Gary McCann, hanno contribuito a rendere Hamlet un’esperienza visiva di forte impatto: edifici sontuosi ma decadenti, con pareti dall’intonaco scrostato, un evidente contrasto tra presente e passato. Particolarmente suggestiva è la messa in scena dello spettacolo L’assassinio di Gonzago da parte di Hamlet e degli istrioni, durante il banchetto di nozze: grazie all’utilizzo di tre marionette giganti che occupano quasi interamente il palcoscenico, la rappresentazione assume un carattere fortemente spettacolare e coinvolgente.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Prima dell’inizio di quest’ultima scena un delicato assolo di sassofono soprano rompe il silenzio della sala, regalando un momento di grande suggestione. Questo intervento è degno di nota perché, al tempo in cui l’opera fu composta, il sax era uno strumento appena inventato e poco diffuso. L’effetto  sorpresa che suscitò allora si rinnova ancora oggi poiché lo strumento rimane una presenza rara e inaspettata nel repertorio operistico.

Il quarto atto si distacca dal resto dell’opera, creando un ambiente a parte, molto cupo, probabilmente una soffitta con molti mobili sullo sfondo coperti da teli. Ophélie ne è la protagonista indiscussa. La scena, per come è strutturata, può ricordare l’“Atto in bianco” del balletto romantico per eccellenza, Giselle, da cui il regista sembra prendere ispirazione per le ambientazioni e i costumi, grazie alla presenza di tante donne vestite in abito da sposa. Ophélie percorre la scena, apparendo fragile e sofferente, ma allo stesso tempo travolta dalla follia, come se cercasse di persuadersi della propria felicità inesistente. Il canto, ricco di sforzati e glissati, richiama l’aria della bambola meccanica “ Les oiseaux dans la charmille” dall’opera fantastica Les contes d’Hoffmann. Sara Blanch interpreta il personaggio magistralmente, con una voce agile ed espressiva, donando un punto di vista introspettivo e innocente della giovane ragazza.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Il finale mette in scena la morte di Claudius e l’incoronazione di Hamlet come nuovo re. Il coro enuncia solennemente «Vive Hamlet, vive notre Roi!» ma il protagonista appare profondamente triste: abbraccia la salma di Ophélie mentre si dondola su un cavalluccio a dondolo: un’immagine carica di malinconia.

Al termine dell’opera, il pubblico esplode in un lungo applauso, particolarmente caloroso per il Coro, diretto da Ulisse Trabacchin, e per le interpretazioni di Claudius, Gertrude e Ophélie che hanno profondamente commosso gli spettatori.

Questa messa in scena di Hamlet ha portato a Torino l’opera romantica francese, un repertorio poco noto nel nostro paese, ma che vale davvero la pena riscoprire e far conoscere meglio.

Marta Miron

Viaggi musicali in un club astronave

L’ascolto musicale è sempre più una pratica di adattamento, cambiano le tecnologie, le sale e i contesti di ritrovo, ma rimane una parte centrale della nostra esperienza.

Se parliamo poi di musica elettronica sperimentale, ovvero l’esplorazione del suono nelle sue molteplici forme, trovare un luogo adeguato non è semplice.
Parte da qui il progetto Performing the Club curato da Cristina Baù, che punta a ripensare i club come spazi performativi unici e non convenzionali.

Il club in questione è l’Azimut: uno tra i più raffinati di Torino e con spiccata attenzione al pubblico più affezionato, in cui la qualità artistica e audio non è lasciata al caso. Dal contenitore passiamo al contenuto: “La Danza dell’Universo” in Cinque Movimenti, ideata da Domenico Sciajno e Riccardo Mazza con visual di Laura Pol, è la performance presentata in anteprima sabato 10 maggio, in apertura alla serata techno curata da GENAU. Sciajno e Mazza sono docenti di musica elettronica rispettivamente presso il Conservatorio di Torino e la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo, Pol è artista visuale e fondatrice di Project-TO insieme a Mazza.

Foto di Loris Turturro

All’ingresso ogni partecipante riceve una bustina con all’interno uno dei cinque elementi del Wu Xing (fuoco, acqua, legno, metallo, terra), ripensati sotto forma di ceneri, ghiaccio, minerali, polveri di metallo, germogli. Si arriva così nella sala principale. I tre artisti stanno in piedi attorno ad un tavolo centrale su cui è disposta la strumentazione necessaria: portatili, tablet, mixer audio. C’è anche una ciotola con sopra una telecamera collegata al computer di Laura che elabora il segnale video attraverso un algoritmo creando i visual proiettati sulle due pareti.

Foto di Loris Turturro

L’ordine seguito si potrebbe definire ascensionale, dall’esecuzione del movimento legato alla terra, caratterizzato da una bassa frequenza costante del sound System Funktion-One, che fa tremare la nostra stabilità. Si passa poi al legno e al fuoco, in cui i suoni iniziano a scontrarsi, sembra di raggiungere vette di altezze vertiginose per ricadere subito giù; poi tutto si trasforma in metallo, la fase più ritmata e veloce che precede il finale dell’acqua, in cui l’agitazione caotica diventa un flusso organizzato, sempre più calmo e avvolgente.

Foto di Loris Turturro

La performance è interattiva, il pubblico viene invitato da Laura a riversare il contenuto della propria bustina dentro la ciotola, creando così effetti visivi sempre nuovi a seconda dell’elemento: inversioni cromatiche, sovraimpressioni, illusioni quasi psichedeliche. Non si ricerca un equilibrio della forma, ma sempre una continua trasformazione sonora e visiva che non si arresta mai. Siamo completamente circondati da suoni e luci in un contesto diverso dal solito, in cui possiamo muoverci, esplorare, sederci e chiudere gli occhi. Un’esperienza di ascolto non riproducibile con altri mezzi, ma che si può trovare sulle piattaforme di streaming, così da poterla vivere almeno in parte. 

Foto di Loris Turturro

Alessandro Camiolo

Tre epoche, un dialogo: Yuki Serino e Martin Nöbauer 

Il 10 maggio al Teatro Vittoria si è conclusa la rassegna “Note tra di noi” dell’Unione Musicale con due giovanissimi e talentuosi musicisti: la violinista Yuki Serino e il pianista Martin Nöbauer. Lei nel 2024 si è aggiudicata il primo premio al Concorso Città di Cremona, lui nel 2023 è stato finalista al Concorso Internazionale Chopin su strumenti d’epoca di Varsavia. 

Quando, dopo il saluto del direttore artistico della rassegna, sono entrati i due musicisti, entrambi con un grande sorriso sulle labbra, si è respirato un piacevole senso di leggerezza (fra l’altro, parte del pubblico ha preso posto su alcune sedie posizionate sul palco per abbattere le barriere tra platea e artisti). 

Il primo brano che hanno scelto per questa serata è stata la Sonata in sol maggiore K. 379 di W. A. Mozart, che si apre con un “adagio” intimo e profondo introdotto dal pianoforte; il violino entra poco dopo, con un accordo pieno in imitazione delle prime note del pianoforte. Sono bastate poche battute per capire che davanti a noi avevamo degli autentici talenti nonostante la giovane età: questo inizio perfetto ci ha fatto subito entrare nel loro mondo. Il secondo movimento “allegro” cambia il carattere della sonata, con un gioco di imitazioni tra i due strumenti molto deciso e accattivante, mentre l’ultimo, “andantino cantabile”, contiene variazioni sul tema. Entrambi i musicisti hanno onorato la sonata mozartiana: se Yuki è riuscita a coinvolgere il pubblico con il suo modo unico di suonare, Martin non è stato da meno, e insieme hanno costruito un intreccio di colori e dinamiche che ha colpito gli ascoltatori. 

foto da Unione Musicale

Il programma è proseguito poi con le Tre romanze op. 22 di Clara Schumann. Il primo di questi vellutati quadri sonori è stato particolarmente suggestivo: calibrando ogni nota, i musicisti sono riusciti a trasmettere qualcosa del carattere appassionato della compositrice. Nel secondo, siamo entrati più in profondità nel racconto: con il suo vibrato e la precisione assoluta nei passaggi, era come se la violinista avesse assorbito lo spazio intorno a lei: impossibile distogliere lo sguardo!

foto da Unione Musicale

In chiusura del concerto è stata eseguita la Sonata in la maggiore op. 13 di Gabriel Fauré. (Molto raffinata l’idea dei due musicisti di farci attraversare tre periodi diversi con composizioni che rappresentano a meraviglia il carattere musicale e stilistico dei rispettivi autori!). Nel primo movimento di Fauré, Martin Nöbauer ha brillato in particolare per un crescendo perfetto, eseguito con naturalezza e un’irresistibile tensione. Un momento che ha sicuramente lasciato una forte impressione è stato il climax creato dalle ottave del violino e dagli arpeggi del pianoforte: sono stati impeccabili, raggiungendo il secondo tema con una dolcezza inaspettata, fuori dagli schemi. In tutto il brano sono riusciti a dimostrare una padronanza notevole, combinando destrezza tecnica e sincera espressività emotiva, frutto indubbiamente di un duro lavoro in fase di studio.

Le reazioni del pubblico sono state molto positive: i due musicisti, stanchi ma visibilmente appagati, sono stati acclamati con calorosi applausi (e pazienza se i battimani avevano interrotto le sonate dove il rito concertistico non lo prevede: i musicisti non hanno perso né la concentrazione, né il sorriso!). 

Francesca Modoni

Il re del pogo all’Hiroshima Mon Amour: Simone Panetti, il migliore in città

Immersi in un mare di persone che saltano, ballano e cantano a squarciagola, l’energia travolgente di Simone Panetti e la frenesia collettiva trasformano il parterre dell’Hiroshima Mon Amour in un vortice di adrenalina e pogo sfrenato.

Noto a molti per il suo passato da streamer, Panetti è un artista romano che ha saputo rompere ogni etichetta dimostrando che si può creare ottima musica senza essere vincolati al mondo di internet e dei social. Ritorna live con un mini-tour di quattro date tra Bologna, Roma, Torino e il Mi Ami (Milano), portando sul palco un disco dalle sonorità completamente diverse rispetto ai suoi due album precedenti, Profondo rosa e Titolo provvisorio.

TOMBINO, il nuovo album uscito il due maggio, è nato in un pomeriggio di pura noia con l’intento di fare un “disco metallaro” sulla scia di “Cara Buongiorno”, prodotta da Greg Willen.

Panetti sale sul palco indossando una salopette animalier, affiancato da una band d’eccezione composta da Auroro Borealo, Valerio Visconti, Sebastiano Cavagna e Greg Dallavoce. Per mantenere un filo diretto con le sue origini da streamer, sull’asta del microfono campeggia una videocamera: il suo volto viene proiettato sullo schermo alle spalle, creando un ponte visivo con il mondo dello streaming e di Twitch.

Sin dalle prime note di “ALLE 6”, il pubblico viene travolto dal caos: sacchi dell’immondizia, usati come palloni da spiaggia, volano tra la folla.

Alla provocazione «A Bologna hanno pogato di più», il parterre risponde scatenandosi sulle note di “TOUCHDOWN”. Con “PEGGIORE IN CITTÀ”, Panetti lancia una sfida di viralità dei fan, chiedendo loro di fare piegamenti per tutta la durata del brano.

Lo show alterna momenti di puro disordine a interazioni folli con il pubblico, come la torta lanciata in faccia a un fan per festeggiare il suo compleanno. Commovente il momento di “Cagna”, la canzone da cui tutto ha avuto inizio ma, per non lasciare spazio a troppa introspezione. “CCCP” arriva a provocare il pensiero fascistoide con un moshpit confusionario e fuori tempo che Simone non manca di deridere.

Il manifesto di una generazione.

Come nei suoi lavori precedenti Panetti si mette a nudo affrontando senza filtri temi come ansia, paura, rabbia e frustrazione. Dice quello che la sua e la nostra generazione pensa, senza retorica né compromessi, mettendo in discussione il presente e interrogandosi sul futuro,

Le sue canzoni suonano bene in cuffia a volume massimo, ma dal vivo raggiungono la loro resa migliore. Panetti prende a schiaffi l’ascoltatore dalla prima all’ultima traccia, con un ritorno al punk ignorante e senza regole. Tra delirio, caos e imprevedibilità, il concerto si trasforma in un’esperienza collettiva senza schemi. Auroro Borealo si rivela una spalla solida e rassicurante per Simone, un supporto fondamentale sul palco.

Live perfetto? No. Ma forse è proprio questo il senso: stare insieme, divertirsi e prendersi qualche calcio in faccia, il prezzo di un live indimenticabile.

Vale la pena tornare a casa con i piedi distrutti, le orecchie che fischiano e qualche livido in più? Assolutamente sì. Ogni salto, ogni nota assordante e ogni spinta tra la folla diventano il segno di una serata vissuta al massimo, dove la musica non si è solo ascoltata, ma sentita sulla pelle.

Quindi, prendete il vostro paio di anfibi e non perdete tempo: comprate i biglietti per le prossime date perché passerete una serata di paura e delirio.

Sofia De March

Presentata la nuova stagione 2025-2026 del Teatro Regio di Torino: “ROSSO”

Torino accoglie con entusiasmo la presentazione della nuova stagione del Teatro Regio che prevede un cartellone che combina tradizione e innovazione.

Il 6 maggio al Foyer del Toro, in apertura della conferenza stampa, il sovrintendente Jouvin ricorda due grandi figure del teatro lirico che sono venute a mancare in questi giorni: Pierre Audi, direttore del Festival d’Aix-en-Provence e il baritono Alberto Mastromarino. Poche parole, molto sentite, in ricordo di due persone che lasceranno un grande vuoto.

Il titolo scelto per la stagione, Rosso, nasce da un’attenta riflessione collettiva. Il colore, simbolo di passione e desiderio, nasconde anche un lato oscuro: quello della violenza e del sangue. Jouvin cita un passaggio di La scrittura o la vita di Jorge Semprùn: «Cerco la regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza», una frase che riflette sul dualismo insito nell’essere umano. E proprio da questo tema prende vita il cartellone della nuova stagione: conflitti tra bene e male che raccontano la duplicità dell’animo in continua lotta tra amore e odio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Ad inaugurare il nuovo anno operistico sarà Francesca da Rimini¸ opera di Zandonai nata nel 1914 per la città di Torino. Diretta da Andrea Battistoni, l’opera è un esempio di literaturoper basata sulla tragedia di D’Annunzio e rappresenta un viaggio tra influenze italiane, della scuola di Mascagni, e suggestioni da Debussy, Ravel e Strauss.
Il direttore artistico Cristiano Sandri sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra opere di repertorio e titoli meno noti che vogliono essere riscoperti e riportati in vita. In questa visione si inserisce Francesca da Rimini affidata alla regia di Andrea Berna, giovane regista vincitore del Premio Abbiati nel 2024.

Più volte, nel corso della conferenza, viene enfatizzata la fiducia che gli artisti nutrono nei confronti del Teatro Regio, riconosciuto come ambiente accogliente in cui tornano sempre con entusiasmo. Prova ne è l’opera di apertura, che ha visto il Teatro riunire un cast di attori-cantanti di prestigio disposti ad accettare anche i ruoli minori, brevi nella loro durata ma estremamente impegnativi dal punto di vista vocale; tra questi vi sono i due fratelli di Francesca, Samaritana e Ostasio, interpretati rispettivamente da Valentina Boi e Devid Cecconi.
Tra gli interpreti si evidenzia la presenza di Roberto Alagna, nel ruolo di Paolo, che torna a Torino dopo 20 anni, e la giovane Barno Ismatullaeva che ha lasciato il segno nel 2023 nella Madama Butterfly.

La stagione inizia già ad ammorbidire i toni con Il Ratto del Serraglio, diretto da Gianluca Capuano e la regia di Michel Fau. Il Singspiel di Mozart mescola serietà e comicità lasciando un messaggio di speranza che scava approfonditamente nelle passioni dei personaggi.
L’allestimento dello spettacolo viene dall’Opéra Royal de Versailles e preannuncia una produzione evocativa e colorata capace di trasportare il pubblico nei paesaggi turchi e nel palazzo del Pascià Selim.

Dicembre sarà il mese dedicato ai balletti e vedrà il grande ritorno di Roberto Bolle, che accende gli animi degli appassionati. Quest’anno, sul palco del Regio, Bolle non porterà il consueto gala “Bolle and Friends”, ma presenterà uno spettacolo intitolato “Caravaggio” su musica di Bruno Moretti.
L’anno si concluderà con altri due titoli importanti e due compagnie estere: la Compagnia di Balletto del Teatro Nazionale di Praga che porterà sul palco Romeo e Giulietta, e il Balletto Nazionale della Lettonia di Riga, per la prima volta ospite a Torino con Il lago dei Cigni.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Come afferma Jouvin, dopo le festività natalizie e il freddo del mese di dicembre è necessario riscaldare i cuori con un titolo più leggero e sognante. A gennaio, con l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino e la regia di Manu Lalli, andrà in scena La Cenerentola di Rossini. La produzione vuole recuperare la fiaba di Perrault per divertire il pubblico e farlo tornare un po’ bambino, una coccola prima del grande ritorno del maestro Riccardo Muti con la cupa riflessione proposta da Macbeth.

Tratta dalla tragedia di Shakespeare, l’opera scava nell’animo umano per meditare sulle tematiche del male, del potere, del destino e della colpa: un esempio lampante di come la musica e il teatro permettano di comprendere, o quantomeno interrogarsi, sulla profondità delle emozioni. Ad affiancare il direttore d’orchestra, tornerà la regia di Chiara Muti e un cast di interpreti fedeli al maestro Muti, tra cui Luca Micheletti (Macbeth) e Giovanni Sala (Macduff).

L’unico titolo di cui, durante la conferenza, viene raccontata brevemente la trama è Dialoghi delle Carmelitane: per la prima volta a Torino verrà raccontato il tragico episodio della Rivoluzione Francese. L’allestimento proviene dal Dutch National Opera & Ballet, da una produzione che ha debuttato nel 1997 ad Amsterdam, e a dirigere l’orchestra ci sarà Yves Abel.

La stagione continuerà con uno titolo belliniano, I Puritani, affidato a Francesco Lanzillotta e Pierre-Emmanuel Rousseau, duo artistico che aveva collaborato nel 2023 per la produzione de La Rondine.

In chiusura dia stagione, tornerà sul podio Andrea Battistoni con un caposaldo del repertorio operistico: Tosca di Puccini, definita dal direttore un «thriller musicale ante litteram». Tosca, opera che ha accompagnato Battistoni in diversi debutti in prestigiosi teatri internazionali, sarà diretta dal maestro per la prima volta in Italia proprio sul palco del Teatro di Torino.
La regia è affidata a Stefano Poda, che torna dopo il premio Abbiati per il miglior spettacolo del 2023 (Juive), e il cast vede il ritorno del baritono Roberto Frontali nel ruolo di Vitellio Scarpia, dopo il successo nel ruolo di Gianni Schicchi. A interpretare Tosca e Cavaradossi, saranno  Chiara Isotton e Martin Muehle.

Per concludere la conferenza, vengono presentati i progetti e le attività dedicate a famiglie, giovani e scuole. «Il pubblico giovane è il nostro futuro» afferma il sovrintendente, ribadendo l’impegno del Regio nei confronti delle nuove generazioni con sconti per gli Under30, la creazione di una Card Under16 e la prosecuzione della campagna “Il Regio è di tutti”.
Tra le iniziative al Piccolo Regio figurano Hänsel e Gretel, Pierino e il Lupo, Brundibàr, Il Piccolo Principe e la riduzione di La Cenerentola, proposta con una drammaturgia ad hoc per avvicinare bambini, giovani e adulti al mondo del teatro operistico.

La stagione 2025-2026 preannuncia un anno intenso, capace di emozionare e incantare il pubblico.

Ottavia Salvadori

Gli Eugenio in Via Di Gioia tornano a Venaria Reale

«Nasciamo per strada nel 2013, suonando letteralmente ovunque, dalle vie di Torino passiamo ai club, ai festival estivi. Nel 2020 vinciamo il premio della critica “Mia Martini” a Sanremo in soli 7 minuti di permanenza sul palco. Immaginate cosa può succedere in un concerto che dura 2 ore».

Dal loro sito ufficiale: https://eugenioinviadigioia.it

Per l’ultima data de L’amore è tutto club tour, la band degli Eugenio in Via Di Gioia è tornata in Piemonte, a due passi dalla loro città. Il gruppo si è formato infatti a Torino dodici anni fa, intorno a Eugenio Cesaro, cantante e chitarrista, Emanuele Via con fisarmonica e pianoforte, Paolo Di Gioia come percussionista e batterista e infine Lorenzo Federici come bassista. Il nome della band prende spunto dai nomi di ognuno di loro, a eccezione di Federici, al quale, per questa “esclusione”, è stato dedicato il primo album (intitolato Lorenzo Federici, appunto).

Foto di Ottavia Salvadori

Il concerto di Venaria è stato aperto da Camilla Guano, in arte CAMO, conosciuta dal pubblico grazie ai social, dove è solita condividere cover di brani pop e indie accompagnandosi al pianoforte. Più avanti nella serata CAMO è tornata sul palco per cantare con la band “Lentiggini”, singolo uscito a fine 2023.

Foto di Ottavia Salvadori

Dopo il suo intervento, gli Eugenio in Via di Gioia sono saliti sul palco con un breve ritardo e hanno aperto  la serata con “Tutto”, canzone finale dell’ultimo album, facendo in seguito un ritorno nel passato con “Cerchi” e “Obiezione”. 

L’affinità dei componenti della band si sentiva nell’aria e l’energia di Eugenio si è fatta strada tra il pubblico, prima in senso metaforico poi letteralmente, quando in “Sette camice” ha camminato tra gli spettatori cantando ed entusiasmando tutta platea. Nel tornare sul palco il cantante attira l’attenzione con un apparente diverbio, che poi si è scopre essere preparato con la partecipazione di Davide D’Urso, comico conosciuto sui social per essere un simpatico imitatore dei vari accenti e delle manie dei diversi quartieri torinesi. D’Urso, salito sul palco per inseguire Eugenio, ha iniziato a togliersi la camicia gettandola all’indietro verso Emanuele Via: qui si è notato che ne indossava tante quante sono i personaggi che è solito interpretare. 

Indimenticabile, e ormai momento fisso di ogni concerto, è stata la performance di Cesaro in “Prima di tutto ho inventato me stesso”, uno dei primi brani pubblicati dalla band nel quale il cantante tenta (riuscendoci) di risolvere un gigante cubo di Rubik precedentemente scombinato da qualcuno nel pubblico, mentre canta e suona. 

Foto di Ottavia Salvadori

«Non è mai possesso, l’amore è un dono, che io faccio e ricevo contemporaneamente. Tu non sei mia, io non sono tuo, nessuno è di nessuno».

È l’introduzione di Eugenio Cesaro per la canzone “Stammi lontano” che tocca un tema importante come il prendersi cura di sé stessi all’interno della coppia e il rispetto della libertà delle scelte altrui. 

Verso la conclusione viene eseguita “L’ultima canzone”, la quale non è stata effettivamente l’ultima canzone né del disco o né del concerto, bensì è un riferimento al film Titanic nel quale, sul finale, i musicisti scelgono, consapevolmente, di non cercare un modo per salvarsi concludendo la loro vita facendo quello per cui sono più dotati, ovvero suonare, per l’ultima volta. 

Nel finale la band ha poi intonato “Terra”, inno d’amore per il nostro pianeta, che viene dedicata a chi non ha potuto partecipare al concerto a causa dell’allerta pioggia e dell’alluvione di questi ultimi giorni.

Foto di Ottavia Salvadori

Il concerto si chiude in bellezza con “Per ricominciare”, brano che simboleggia il continuo fluire degli eventi destinati a terminare per ripartire di nuovo.

È stato un ennesimo sold out per gli Eugenio in Via Di Gioia, ma non ci si poteva aspettare altro dalla loro amata città. 

Maria Scaletta

Flamenco Criollo al TJF: musica che unisce l’Atlantico

Un concerto magnetico al Teatro Colosseo per il Torino Jazz Festival: danza, canto e ritmi in una serata che unisce le sponde dell’Atlantico.

Al Teatro Colosseo di Torino, Flamenco Criollo ha dato vita a una delle serate più attese del TJF. Sul palco, il progetto del pianista cubano Aruán Ortiz ha preso forma in una performance che ha unito musicisti e danzatori da Marocco, Palestina, Cuba, Stati Uniti e Spagna. Un’onda che ha attraversato oceani e tradizioni, fondendo i suoni del flamenco con le ritmiche energiche dell’area afro-cubana.

Foto di Ottavia Salvadori

Nato nel 2021, Flamenco Criollo è un progetto ambizioso che intreccia musica, danza e ricerca culturale. Ortiz, jazzista di formazione e studioso di culture musicali, ha dato vita a un ensemble che restituisce le molteplici radici del flamenco. Il risultato è stato un percorso potente, poetico e coinvolgente, fatto di “cantes de ida y vuelta”, quei canti che, come le navi tra Cadice e L’Avana, hanno attraversato l’oceano portando con sé storie, lingue e battiti.

L’incipit dello spettacolo ha subito colpito per delicatezza e simbolismo: una figura femminile, velata, disegna linee perfette, evocando le onde del mare. Un’immagine danzata da Niurka Agüero che anticipa la natura profonda e mobile dell’intera esibizione. Dopo di che la bailaora María Moreno, in un abito lineare lontano dal consueto immaginario turistico del flamenco mettendo in risalto l’intensità interpretativa e i virtuosismi del compás. Il duetto struggente con la cantaora Samara Montañez — tra “adelante” e “para bailar” — ha rapito il pubblico in un silenzio sospeso, carico di emozione.

Foto di Ottavia Salvadori

Accanto a quest’ultima, la danzatrice afro-cubana ha portato in scena un’energia terrena e ancestrale. In un duetto finale, le due interpreti hanno fuso le proprie radici in una sinergia unica, dimostrando che, al di là delle distanze culturali esiste una ritmica umanità condivisa. La centralità delle figure femminili, tra canto e danza, ha dominato la scena: non semplici interpreti, ma custodi di tradizioni in continua trasformazione.

Il concerto ha saputo mantenere un ritmo coinvolgente, arrivando, come più classica delle chiusure, a una partecipazione attiva del pubblico. A guidarla, la cantante cubana Susana Orta López, una delle tre voci dell’ensemble, che ha invitato la platea a unirsi ritmicamente al groove finale. Tutti in piedi, a battere le mani, come palmeros improvvisati ma totalmente dentro allo spettacolo.

Flamenco Criollo è un esempio riuscito di contaminazione consapevole, che scava nelle radici comuni per creare qualcosa di nuovo. Una bellezza di multiculturalità: un’arte viva, che respira e unisce.

di Joy Santandrea