Sanremo 2026: le pagelle della prima serata

Prima sera. Prime sentenze. Nessuna pietà. 

Ci sarebbero tante cose da dire, forse troppe. Abbiamo cercato di condensare il tutto in poche righe consapevoli che nei prossimi giorni, non si sa bene per quale allucinazione collettiva, inizieremo a cantarle.

Ditonellapiaga – “Che fastidio”
Ditonellapiaga accende la cassa e riesce a trasformare l’Ariston in un club con le poltrone numerate. Beat elettronico super catchy, magnetismo e ironia. Funziona senza bisogno di piagnistei.

VOTO: 23

Michele Bravi – “Prima o poi”
Il frullato delle banalità. Un mix di rimandi a ballad classicone dagli anni Sessanta fino a toccare Tiziano Ferro nazionale e l’ultimo Gabbani, senza troppa originalità e alquanto dimenticabile.

VOTO: 15

Sayf – “Tu mi piaci tanto”
Il ragazzo è bravo ma non si applica. Le strofe, in teoria critiche e incisive, arrivano poco nella performance. Il ritornello è volutamente la sagra delle banalità. Dove hai lasciato gli assoli di tromba del tuo ultimo tour?

VOTO: 20

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
Tipica cantilena sanremese: tutto ordinato, banale e prevedibile. Ricorda Rose Villain, ma senza quel ritornello che fa esplodere (in tutti i sensi) le orecchie. Niente click, niente boom, solo meh.

VOTO: 14

Dargen D’Amico – “AI AI”
La solita sanremata di Dargen, stavolta senza cassa dritta. Risulta debole e non crediamo riuscirà a ripetere i risultati delle precedenti edizioni, fa un po’ il compitino e pare gli basti.

VOTO: 18 (ai, ai)

Arisa – “Magica favola”
Voce da usignolo e Sincerità (purtroppo non quella di qualche anno fa) ma il testo pare scritto durante la ricreazione. “Sole, cuore, amore” e un voto che parla da solo. La favola? Probabilmente la bella addormentata nel bosco. Soporifero.

VOTO: 18

Luché – “Labirinto”
Il Power Ranger non ha assunto un vocal coach. 

VOTO: 18

Tommaso Paradiso – “I romantici”
Paradiso ha scambiato l’Ariston per il karaoke di quartiere. Non emoziona e non sorprende ma lo sentiremo ovunque senza alcuna ragione, solo l’abitudine. Canzone tutto fuorché originale, uscita da un archivio di hit già ascoltate. Ctrl+C – Ctrl+V ed è subito radio.

VOTO: 12

Elettra Lamborghini – “Voilà”
Cambio di registro per Elettra Lamborghini che prende appunti da Rosa Chemical e cita Raffaella Carrà.  Forse era meglio il reggaeton.

VOTO: 15

Patty Pravo – “Opera”
Testo che vuole essere una raccolta di sagge massime, un po’ alla Battiato, scritte ad hoc per lei ma poco incisive e coese. C’è di positivo che Patty Pravo, nonostante tutto, porta a casa la performance: sa tenere il palco con semplici gesti che danno enfasi. Statuaria, solenne è sempre lì, e ci tiene compagnia. Terrà botta?

VOTO: ∞

Samurai Jay – “Ossessione”
Si torna subito sul divano dei nonni nel 2005, tra un succhino alla pera e Paso Adelante alla tv. L’unico brano veramente estivo dell’edizione è già pronto a catturarci nella prossima stagione calda, tra un caipirinha e un passo di samba (e per fortuna non reggaeton).
Tutto sommato non è poi tutto sbagliato.

VOTO: 23

RAF – “Ora e per sempre”
“Ragazzi ci manca un trentesimo concorrente, avete idee?” Ah sì certo, RAF. 

VOTO: ???

J-Ax – “ITALIA STARTER PACK”
Un mix tra la versione italiana di “Cotton eye Joe” dei Rednex e l’ultimo album di Beyoncé. J-Ax è un po’ confuso per questo Sanremo e tra banjo e cheerleaders ha deciso di buttarla in caciara, che va sempre bene. No comment perché se comment brutto comment.

VOTO: tu vuò fà l’americano (bocciato)

Fulminacci – “Stupida sfortuna”
Un Fulminacci in salsa rosa, lindo e pinto pronto ad accaparrarsi i voti del grande pubblico. Una ballad molto da lui, ma senza quell’elemento che ti fa dire «Oh interessante», cosa che invece, evidentemente, è stata pensata dalla sala stampa.

VOTO: 20

Levante – “SEI TU”
Unico azzardo tra tutti i brani lenti e banali di questo Festival. Il ritornello ti spiazza e funziona, entra in testa e speriamo ci rimanga. EBBRAVA LEVANTE 

VOTO: 25

Fedez e Masini – “MALE NECESSARIO”
Il solito Fedez che fa la vittima in Eurovisione cercando di (?) cantare (?) – si impegna anche aiutandosi con i gesti. 
Il solito Masini che urla cercando di (?) cantare (?) – lui si impegna solo a non farsi scoppiare la giugulare. 
Un momento di quiete per le nostre orecchie: l’autotune sulle urla di Masini. 
Un male assolutamente non necessario.

VOTO: Auto2ne

Ermal meta – “Stella stellina”
Smarmella frasi retoriche, talmente tanto retoriche che è difficile comprendere effettivamente dove voglia parare. Unica salvezza il ricamo “Amal” sulla giacca, e forse a sto punto faceva prima ad andare alla Fashion Week milanese. Tentativo di ghalizzazione ma non raggiunge la “meta”.

VOTO: 14 (non arriva alla Meta)

Serena Brancale – “QUI CON ME”
Partenza buona, sembra tornare la Brancale di “Galleggiare” (Sanremo 2015). Poi qualcosa va storto. Sarà la vicinanza di Arisa che contagia con i virtuosismi alla Disney, ma c’è troppo pop e musical in quel finale “con meeeeee”.

VOTO: 20

Nayt – “Prima che”
Ha fatto il Nayt. Strofe con bel flow che però non cambia mai e alla fine stanca, e un ritornello carino ma non così catchy, alla fine l’esibizione è minimale e funziona. Coerente.

VOTO: 18

Malika Ayane – “animali notturni”
Il brano strumentalmente più interessante, colori mediterranei funky e un po’ di groove, che si perde purtroppo un pochino nell’arrangiamento orchestrale scarno, ma per noi pezzo da testa della classifica.

VOTO: 25

Eddie Brock – “Avvoltoi”
Il nostro consiglio è di tornare su TikTok e rimanere lì.

VOTO: rinuncia agli studi

Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Ed è subito neomelodico. La sagra delle banalità sentimentali: anelli al dito e balli di gruppo pacchiani. Ed ecco infatti che sul finale arrivano balletto con il pubblico e fede nuziale.

VOTO: 80100 (NA)

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
Il testo è bello, la melodia piacevole e va riconosciuto il coraggio di strutturare il brano senza un vero e proprio ritornello. Nigiotti ci prova, non è un disastro ma, tra zero memorabilità e qualche cliché, non ci riesce.

VOTO: 16

Tredici Pietro – “uomo che cade”
È toccato a lui il classico microfono non funzionante. Alla seconda prova era talmente spaventato che ha iniziato l’esibizione emettendo versi a caso per assicurarsi che non ci fossero problemi tecnici – o forse era parte del testo? 
Il classico rapper a Sanremo, però almeno lui sa cantare, dai.

VOTO: 13+10

Chiello – “Ti penso sempre”
Arrangiamento orecchiabile alla The Strokes, vocalmente debole ma con un’identità forte. Chiello non si piega alla kermesse o al pubblico “incravattato” e resta fedele a sé stesso.
Fresco ma forse un po’ piatto.

VOTO: 18

Bambole di Pezza – “Resta con me”
Purtroppo anche loro non sono riuscite a scampare all’effetto Ariston. Si sono presentate come rockettare sovversive, ma sul palco si sono forse dimenticate di esserlo. Per fortuna Laura Pausini alla consegna dei fiori gliel’ha ricordato. Ci si aspettava sicuramente di meglio.

VOTO: ci vediamo al prossimo appello

Maria Antonietta e Colombre – “La felicità e basta”
Leggeri, fin troppo. Ci aspettavamo di più, Welcome back Ricchi e Poveri!

VOTO: 20

Leo Gassman – “NATURALE”
Peccato perché ha un bel timbro, presenza attoriale innata, ma al «La felpa con il nero dell’eyeliner» ogni autore di testi ha necessitato di una rianimazione cardiopolmonare. NATURALE che poi ti troverai a fondo classifica.

VOTO: 10

Francesco Renga – “Il meglio di me”
Il solito Renga, dov’è Nek?

VOTO: 18

LDA e Aka7even – “Poesie Clandestine”
Canticchiabile e catchy. Hit estiva pronta all’uso ma non è un complimento. Grande sorpresa: Aka7even sa cantare. 

VOTO: 22

La redazione

Sicilia Bedda a Torino: sold out per Delia

Il 20 febbraio è la quarta data del tour “Sicilia Bedda” di Delia Buglisi, promettente astro nascente della nuova ‘scuola siciliana’ di cantautori e interpreti.

Il concerto, al Teatro Colosseo, si apre con il palco in penombra, illuminato da fari rossi, mentre si ode la celebre frase di Falcone «la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano […] ha un inizio e avrà una fine». La citazione introduce il medley tra “Minchia Signor Tenente” e “Brucia la Terra”, nel quale la voce dell’artista raggiunge picchi virtuosi evidenziati da un potente graffiato. Il brano fa parte del repertorio portato a X Factor, del quale si coglie l’influenza nello stile del corpo di ballo, formato da 4 performer, e nel mantenimento delle basi strumentali. Ma la cifra originale e personale di Delia sta già prendendo le distanze dalle quadrature e gli imbellettamenti del talent.

Le parti strumentali sono eseguite da violoncello, chitarra, tastiera e una corista-percussionista, oltre che dal pianoforte suonato da Delia stessa, con scioltezza e competenza acquisite nei lunghi anni di studio al conservatorio di Catania. Nelle basi si incontrano una componente elettronica spiccatamente moderna e i suoni della tradizione, come tamburelli e una chitarra che, a tratti, imita le sonorità del mandolino.

foto di Vincenzo Nicolello

Tra un brano e l’altro Delia si perde volentieri in chiacchiere con un pubblico interattivo, a maggioranza meridionale, come si evince dalle cadenze dei commenti variegati, da «sei bravissima!» a «ora basta parlare: canta!». Delia, che cantando detiene il dominio assoluto del palco, si pone al suo pubblico in maniera ironica, umile e sempre cortese.

E nel frattempo si racconta, spiegando quali artisti le sono stati di maggiore ispirazione e omaggiandoli con cover potenti ma rispettose della grandezza degli interpreti originali. Franco Battiato, con “La Cura”, in cui Delia passa dal gridare la passione che sopravvive al tempo a sussurrarla con dei vibrati bassi, di superba delicatezza. O ancora “Stranizza d’Amuri”, introdotta con la citazione del ritornello «cu tuttu ca fora c’è a guerra, mi sentu stranizza d’amuri» (nonostante fuori ci sia la guerra, sento la stranezza dell’amore), a sottolineare l’importanza di tenere sempre vivo l’amore, in tutte le sue forme, in un’attualità tanto violenta.

Delia riprende artisti che prima di lei hanno usato i rispettivi dialetti per cantare le proprie storie, dal genovese dei cori di “Dolcenera” di De Andrè al siciliano di “Lu pisce spada” di Modugno. Infine, la cantante si esibisce in una serie di omaggi alla cuntastorie per eccellenza, Rosa Balistreri. “Cu ti lu Dissi” è introdotta dal ritornello cantato a cappella e non microfonato, che raggiunge anche le ultime file del teatro Colosseo grazie alla potenza vocale di Delia.

foto di Vincenzo Nicolello

Ma il brano che conduce il pubblico all’apice dell’emotività è “I Pirati a Palermu”, che la cantante interpreta con visibile trasporto emotivo e virtuosismi vocali che le permettono morbidi passaggi tra falsetti, voce piena e graffiati da brividi. L’esibizione inizialmente genera uno sbigottito silenzio collettivo carico di emozioni, seguito da una lunghissima standing ovation riempita da applausi scroscianti, mentre Delia si commuove in silenzio.

Il concerto si conclude con il brano originale “Sicilia Bedda”, elogio alla terra d’origine della cantante, e l’inedito non ancora pubblicato “Zitta e Muta”, potente inno di emancipazione femminile. Tra le note del brano di chiusura, Delia presenta i musicisti e saluta calorosamente il suo pubblico.

La folla si dirige verso l’uscita, chi ammutolito con gli occhi ancora lucidi e chi intento a tessere lodi ammirate dell’artista. In strada, qualcuno continua a canticchiare entusiasta i brani sentiti al concerto, prova tangibile di come la capacità espressiva di un singolo individuo possa far breccia e lasciar traccia di sé in centinaia di animi.

Stella Platania

Dentro sé stessi: il Macbeth di Muti

Il teatro e l’arte non servono a divertire ma a far evolvere culturalmente e spiritualmente l’animo umano. Più ci si avvicina all’armonia e alla bellezza, più ci si allontana dalla violenza che abita questo mondo. Con questo spirito Riccardo Muti torna al Teatro Regio per la quarta volta in cinque anni e inaugura l’anteprima giovani, il 20 febbraio, del Macbeth verdiano – sold out per tutte le repliche. Un’opera che Muti dirige da più di cinquant’anni ma che ogni volta «spalanca voragini nuove». «Perché dirigo ancora Macbeth? Ma avete visto la mia faccia? C’è una simbiosi!» afferma con ironia alla conferenza stampa.

Opera cardine della stagione “Rosso”, il nuovo allestimento del Teatro Regio in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo rappresenta a pieno la duplicità dell’animo in continua lotta tra il bene e il male.
«Fair is foul, and foul is fair»: Macbeth di Giuseppe Verdi è un’opera costruita sull’antitesi, sul doppio, sull’ambiguità tra luce e ombra. I confini tra ambiente esterno e interiorità si sfaldano e si fanno incerti, rendendo tutto inafferrabile.

La disamina del testo di Shakespeare appare imprescindibile per la regista Chiara Muti – che ancora una volta affianca il padre con una fiducia che va oltre il mero legame familiare. A partire dal testo del Bardo, la regia di Chiara Muti e la scenografia di Alessandro Camera prendono vita traducendo la frattura tra luce e ombra e la dualità dell’animo in materia visiva: un grande arco, che delinea la forma di un immenso occhio, delimita una desolata brughiera fangosa animata da corpi melmosi di streghe. Siamo dentro la mente di Macbeth: spettatori dentro e fuori di lui.

Uno sguardo e una psiche che non distinguono più i confini: ciò che è reale si confonde con ciò che è frutto dell’immaginazione e della follia. Le streghe, dapprima mimetizzate nello scuro paesaggio, sembrano rocce immobili ricoperte di fango. Dopo il preludio orchestrale – cesellato con una sensibilità infernale – la materia si anima: dal terreno – o forse dal fondo della psiche del protagonista – emergono corpi mortiferi; si sollevano, si torcono e cantano con un andamento sincopato, grottesco. È una danza macabra che incrina ogni certezza percettiva: sono creature reali o è la mente in frantumi di Macbeth a plasmarle e dar loro consistenza?

Foto di Daniele Ratti, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

La scenografia non cambia mai: rimane identica a sé stessa per tutti e quattro gli atti, ostinata come un’ossessione e immobile come un monito che grava sul mondo. Solo pochi elementi, inseriti in maniera calibrata, tentano – con risultati non efficaci – di ridefinire gli spazi e distinguere ambienti interni ed esterni. La scenografia sembra voler dichiarare qualcosa di (in)stabile che avviene nel paesaggio mentale di Macbeth. Emblematica è l’apparizione di un letto nel secondo quadro del primo atto: simbolo della notte, dell’incubo e della passione, diviene esso stesso iride al centro del grande occhio. Macbeth e Lady si confrontano sul delitto, in modo intimo e perturbante ma circondati da un ampio spazio che non riesce a contenere il segreto omicida. Proprio quando la tensione, il carattere manipolatore di Lady, la sopraffazione di Macbeth e la complicità dei due arriva al culmine («E se fallisse il colpo? / Non fallirà… se tu non tremi»), si odono suoni di un’orchestrina marziale e la scena si popola di corpi, indebolendo la tensione psicologica creata dalle parole dei due.

Più incisiva risulta la scena dell’apparizione dello spirito di Banco, in chiusura di secondo atto. Un grande specchio alle spalle del trono e della tavola regale – generato anch’esso dalla materia nera del suolo-psiche – diventa dispositivo drammaturgico che riflette, nasconde e altera. Attraverso un calibrato effetto di luci, la figura immobile di Banco appare e scompare dietro lo specchio. Non entra in scena, si manifesta. La fissità spettrale contrapposta al crescente disordine e tormento emotivo di Macbeth rende l’apparizione più perturbante. Il banchetto per l’incoronazione si trasforma in un incubo da cui è impossibile fuggire.

Macbeth non è un re, ma un attore che recita la parte. La sua regalità è svuotata di senso; la scenografia lo sottolinea con tragicità: sul fondo un sipario rosso, instabile. La scena sembra raddoppiarsi, e Macbeth ostenta sicurezza davanti a luci fisse – che poi come lucciole volteggiano nello spazio e svaniscono – e davanti ad un pubblico che non c’è, o che forse esiste solo nella sua mente febbrile in cerca di conferme e legittimazione. Macbeth resta solo un attore e un prigioniero di un ruolo (o di sé stesso?).

La musica diventa specchio dei personaggi rivelando i mostri nascosti della psiche. Le parole prendono potere, si caricano di significati profondi che la musica amplifica. La volontà di Verdi di porre l’attenzione «sul poeta e non sul compositore» qui si riverbera nella modalità espressiva dei cantanti-attori, e nell’attento studio dell’emissione del suono, del colore e della dinamica: pronuncia nitida, priva di scivolamenti o sillabe sacrificate alla cantabilità.

Foto di Mattia Gaido, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Nel ruolo di protagonista, Luca Micheletti – baritono avvezzo al repertorio verdiano e interprete affine alla visione di Muti – costruisce un Macbeth tormentato con un timbro scuro e tragico. Dopo il delitto del re Duncan, la voce soffocata mostra il progressivo svuotamento e collasso dell’animo di Macbeth. Al suo fianco una Lady Macbeth dall’estensione vocale estrema: Lidia Fridman – soprano che torna al Regio dopo il Ballo in maschera del 2024 – dispiega la sua voce attraversando con sicurezza e potenza tanto il registro grave, che caratterizza il lato più oscuro del personaggio, quanto quello acuto, capace di sovrastare l’orchestra e il coro. La sua interpretazione caratterizza una donna demoniaca e manipolatrice ma, allo stesso tempo, fragile e vittima della follia.

Non delude neanche questa volta il coro del Teatro Regio che, sotto la direzione di Piero Monti, si impone come autentico protagonista, al pari di Macbeth e Lady. È presenza collettiva che assume volti e significati diversi: è forza sovrannaturale quando dà voce alle streghe; ma è anche voce del popolo. La duttilità espressiva del coro incarna le forze invisibili che muovono il destino e la fragilità umana.

Dal 24 febbraio al 7 marzo il Macbeth di Verdi (e di Muti) porta a Torino una riflessione profonda, lasciando domande e risposte indefinite: quanto può il senso di colpa divenire peso insopportabile, fino a sgretolare l’identità? E quanto siamo padroni o vittime delle nostre paure e del nostro inconscio?
È questo che vuole portare in scena Riccardo Muti: un teatro che non offre soluzioni ma interroga l’io più profondo.

Ottavia Salvadori

Michele Mariotti nuovo Direttore dell’OSN Rai

La convocazione stampa recitava un laconico «Presentazione di importanti novità». Un titolo talmente generico da sembrare quasi sospetto, perfetto per alimentare quel chiacchiericcio da foyer che precede gli annunci veri. E infatti, dietro la burocrazia del titolo, si nascondeva la notizia che l’ambiente aspettava: Michele Mariotti sarà il prossimo Direttore Principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

La nomina segna un piccolo record statistico: Mariotti è il primo direttore italiano a ricoprire stabilmente questo ruolo dalla fondazione dell’orchestra nel 1994. Il maestro pesarese succederà ad Andrés Orozco-Estrada (in carica fino al termine della stagione) e prenderà ufficialmente il comando nell’ottobre 2026. Un passaggio di consegne annunciato con largo anticipo, come si usa nelle migliori famiglie – o meglio, nelle migliori orchestre europee – per garantire una transizione morbida.

Non una carriera, ma una crescita

Il rapporto tra Mariotti e l’OSN non è certo un colpo di fulmine dell’ultima ora, ma una relazione solida che dura dal 2011. Durante la conferenza, il direttore ha dribblato con eleganza la retorica del potere: «Non ho mai inseguito un ideale di carriera, termine che non mi piace, ma quello della crescita». Una dichiarazione d’intenti che si sposa bene con la fisionomia attuale dell’orchestra, definita da Mariotti un mix riuscito tra i «senatori dello spogliatoio» (i professori storici) e i giovani talenti entrati tramite concorso.

Foto da cartella stampa RAI – foto di Victor Santiago

Spoiler per le prossime stagioni

Visto che il mistero è stato svelato, tanto valeva dare qualche anticipazione concreta. Il menu dei prossimi mesi si preannuncia interessante, con una predilezione per Rossini e per il controtenore Carlo Vistoli, verso il quale Mariotti ha confessato una stima artistica assoluta («impressionante» è stato l’aggettivo più usato). I due si ritroveranno a maggio per il Tancredi.

Il regalo di San Giovanni

Tra i vari annunci istituzionali, l’Assessora alla Cultura Rosanna Purchia ha infilato una notizia che farà piacere ai torinesi (e al loro portafoglio). Il 24 giugno, per la festa patronale di San Giovanni, l’OSN Rai terrà un concerto gratuito in Auditorium prima dei fuochi d’artificio. Il programma? Un omaggio a Ennio Morricone, per celebrare i dieci anni dal suo Oscar.

Foto da cartella stampa RAI Più Luce 2023

Rai multipiattaforma (ovvero: basta sovrapposizioni)

Il Direttore di Rai Cultura, Fabrizio Zappi, ha infine chiarito la nuova strategia mediatica: i concerti non si accavalleranno più. Diretta su Radio3, differita su Rai 5 e tutto disponibile su RaiPlay. Una gestione “a ventaglio” che ottimizza i contenuti e salva l’appassionato dall’imbarazzo della scelta simultanea.

Michele Mariotti è già al lavoro: dirigerà i concerti di questa settimana. Il futuro direttore è già sul podio, il mistero è risolto, e la musica – per fortuna – continua.

Joy Santandrea

Top 10 singoli di gennaio 2026

Gennaio 2026 porta nuova musica in ogni cuffia. È il primo mese dell’anno e, tra buoni propositi e ancora qualche sbadiglio post-feste, arrivano  brani che fanno ballare, sognare… e anche svegliare. Tra singoli appena usciti e assaggi d’album, c’è già abbastanza musica per riempire tutte le playlist e far partire l’anno con il ritmo giusto.

“Opening Night” – Arctic Monkeys 

Gli Arctic Monkeys fanno il loro ritorno con un singolo che anticipa HELP (2), album collaborativo registrato agli Abbey Road Studios per War Child Records e in uscita il 6 marzo. Il progetto riunisce alcuni grandi nomi della musica, ognuno con un proprio brano, per sostenere i programmi di War Child UK a supporto dei bambini in zone di guerra.
“Opening Night” è misurato e contenuto, le chitarre insistono su pattern ripetitivi senza grandi variazioni insieme a batteria e basso che restano discreti. La voce di Alex Turner guida in una dimensione cupa, malinconica, a tratti inquieta, proseguendo con coerenza il percorso tracciato nel 2022 da The Car e ribadendo una scrittura sempre più ponderata e atmosferica. Una grande band che non ha bisogno di virtuosismi.

“I Keep My Promises” – Labrinth 

Brano estratto dall’album COSMIC OPERA ACT I, “I Keep My Promises” si apre con un preludio orchestrale quasi cinematografico. Voce e chitarra si lamentano, fragili e intense, oscillando tra registro profondo e falsetto. L’elettronica cresce fino a prendere il sopravvento e  i lamenti esplodono in urla graffiate e disperazione. Il testo, crudo ed esplicito, affronta temi di controllo, possesso e ego, per chiudersi con un monito autocritico: «Such a horrible display of toxic masculinity». Il brano, così come l’intero album, conferma lo spessore artistico e la sorprendente versatilità di Labrinth.

“Traffic Lights” – Flea feat. Thom Yorke

Ad anticipare Honora c’è “Traffic Lights”, singolo che apre il nuovo progetto solista di Flea. Conosciuto soprattutto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers, qui Flea esplora il jazz e si esprime attraverso basso e tromba, creando con batteria, sax e piano Rhodes un groove scattante, quasi da jam session. Thom Yorke aggiunge la sua vocalità distintiva, oltre a piano e synth, donando profondità. Nasce un brano raffinato e vibrante riconferma, dopo l’esperienza negli Atoms for Peace, di un’intesa artistica solida, ricercata, curiosa, in continua evoluzione ed esplorazione.

“Infinito” – prima stanza a destra

“Infinito” incanta e fa sognare. La melodia ariosa e la voce in falsetto disegnano un’atmosfera onirica e ipnotica con pause e ripetizioni che fanno fluttuare il brano. Il testo supplica un amore assoluto e senza tempo.
prima stanza a destra è un progetto misterioso, l’identità è nascosta ma potente e questo singolo ne è la dimostrazione.

“Streets of Minneapolis” – Bruce Springsteen

Bruce Springsteen con un singolo folk, urgente, crudo e vero. Racconta gli USA di chi soffre, resiste e continua a farsi sentire. Il brano è stato scritto e registrato rapidamente dopo gli abusi e le violenze dell’ICE nelle operazioni di controllo migratorio sotto l’amministrazione Trump e nelle proteste di massa conseguenti. Il testo percorre le strade, racconta persone e luoghi di una città che non si arrende. Springsteen pronuncia nomi e cognomi delle due vittime perché «We will remember the names of those who died». La narrazione è al plurale e l’ultimo ritornello è accompagnato da un coro e dalle strade di Minneapolis al grido di «ICE OUT NOW!». Springsteen non è solo un cantante: è la voce di chi è stato messo a tacere e delle piazze che continuano a cantare. Il Boss makes America great.

“I Cannot Believe in Tomorrow” – Yellow Days

Presto in uscita Rock and a Hard Place, il nuovo album di Yellow Days, che possiamo assaggiare con l’ultimo singolo “I Cannot Believe in Tomorrow”. L’artista firma uno dei suoi ritratti emotivi più onesti e intimi. Il brano è malinconico ma coinvolgente, con radici soul e funk e quel gusto old school che fa sempre piacere. La voce, graffiante e fragile allo stesso tempo, racconta un presente sospeso più che un futuro negato. Nessuna catarsi, nessuna soluzione: solo la disillusione e l’impotenza che restano quando le domande superano le risposte. Una condivisione sincera che apre la strada a un album atteso con grande curiosità.

“I Just Might” – Bruno Mars

Primo singolo di Bruno Mars, per introdurre l’album The Romantic, che segna il suo ritorno da solista. Il brano è subito contagioso: groove scorrevole, melodie canticchiabili e la capacità di Bruno nel far ballare. Non sorprende, è abbastanza prevedibile e resta nella comfort-zone ma lo fa con eleganza e qualità.

“Numbers 31:17-18” – Sofia Isella

Sofia Isella prende uno dei passi più controversi dell’Antico Testamento e lo trasforma in un brano amaro. La voce, tra canto e parlato, è sottile ma anche abrasiva e accusatoria, incide le sofferenze di donne e bambini, vittime di violenza e di ingiustizie sistemiche, giustificate in nome di Dio. Il brano è claustrofobico, costringe a restare dentro la brutalità delle parole e nell’angoscia della musica. C’è coraggio, ma niente consolazione né filtri: crudeltà e violenza, insieme alla loro giustificazione e all’ipocrisia sociale e religiosa, vengono esposte senza vergogna. Ancora una volta Sofia Isella non chiede permesso, è disturbante ed è necessaria.

“Il Tempo in Me” – Subsonica

Nuova uscita dei Subsonica, “Tempo in Me” non è solo il tempo individuale, quello che ci attraversa e ci trasforma ma è anche il tempo della società e della natura, che porta cambiamenti, gioie e ferite. Un tempo che nella canzone diventa ritmo con un trama tipicamente elettronica e futuristica scandendo la velocità del mondo moderno, mentre le parole scorrono lente e precise, invitando a osservare ciò che muta e ciò che resta. Il brano fa percepire la nostra piccolezza di fronte al passare dei giorni, ma anche la partecipazione a un processo più grande e la sicurezza di qualcuno o qualcosa che rimane un porto sicuro.

“Pressha” – Jill Scott 

Teaser di To Whom This May Concern, “Pressha” si muove tra R&B e soul, con un sound caldo e avvolgente. La voce è protagonista: profonda, sensuale e sfumata. Jill Scott si apre e, pungente, racconta la pressione di conformarsi agli ideali estetici e alle aspettative altrui. Mescola autobiografia e osservazione sociale, mostrando quanto sia soffocante inseguire standard artificiali. Un brano di gran classe.

BONUS EMERGENTI: “Universi Paralleli” – Amarene

“Universi Paralleli” è il singolo d’esordio di Amarene e racconta la difficoltà di confrontarsi con i propri limiti, insieme al desiderio di accettare tutte le proprie sfaccettature. Tra indie-pop e cantautorato alternativo, il brano inaugura il percorso artistico dell’artista, presentando al pubblico il suo stile e la sua sensibilità musicale.

Linda Signoretto

1, 2, 6, 9 SONO ANDATO AL…HIROSHIMA

La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.

I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi). 

La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.

L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto, del 1979.

Instagram: @rullino_urbano

Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.

Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.

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Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.

Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.

Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.

Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia. 

Maria Scaletta

Ex-Otago al Cap10100: un tuffo nostalgico nel cuore di “Marassi”

Mercoledì 14 gennaio, il Cap10100 di Torino ha ospitato la seconda tappa del tour, rigorosamente sold out, degli Ex-Otago, band genovese che ha scelto di celebrare i dieci anni di Marassi tornando là dove tutto è iniziato: nei piccoli club, tra il sudore, i cori e l’energia del pubblico.

Il disco Marassi, uscito nel 2016, è un manifesto generazionale e territoriale: racconta Genova, il quartiere da cui la band proviene, e lo fa con una sincerità fatta di immagini quotidiane, malinconia e voglia di riscatto. Tornare a suonarlo dal vivo, in un contesto intimo e raccolto, è sembrata una scelta naturale. Una festa collettiva, più che un concerto, dove si è cantato, saltato e ballato. Un’occasione imperdibile per chi, dieci anni fa, era troppo giovane per vivere appieno l’epoca d’oro dell’indie italiano.

Sul palco, gli Ex-Otago hanno portato con sé una carica emotiva che ha reso l’atmosfera intensa. La nostalgia è stata il filo conduttore della serata: quella dolceamara di chi ha superato i quarant’anni e si guarda indietro con affetto e un pizzico di malinconia. 

Il concerto ha avuto un andamento particolare: per buona parte dello show, l’attenzione è sembrata catalizzata dal frontman Maurizio Carucci, la cui presenza scenica, ormai consolidata anche grazie alla sua carriera solista, ha dominato il palco. Solo nel finale si è percepita una maggiore coesione tra i membri, un ritorno a quell’identità collettiva che ha sempre contraddistinto la band.

Nonostante i percorsi individuali intrapresi dai musicisti, la loro intesa resta palpabile, segno di un’amicizia forte che resiste nel tempo. Il live, però, parlava soprattutto ai fan di lunga data: chi non conosceva il gruppo avrebbe probabilmente faticato a cogliere il senso profondo della serata. Per tutti gli altri, invece, è stata una liberazione: un’occasione per urlare a squarciagola testi che hanno segnato una stagione della loro vita.

L’energia, va detto, è arrivata più dalla platea che dal palco. Ma forse era proprio questo il senso: un passaggio di testimone, un abbraccio tra chi ha vissuto quegli anni e chi li scopre ora. E quando, in apertura, è risuonato il ritornello provocatorio di “I giovani d’oggi” , è stato chiaro che, dieci anni dopo, Marassi ha ancora qualcosa da dire.

Non sono mancate nella scaletta le canzoni più celebri degl Ex-Otago tratte da altri album, come “Questa notte” e “Con te”, che hanno fatto esplodere il pubblico in un coro unanime. Ma c’è stato spazio anche per le gemme più nascoste, “Costa Rica”, ad esempio, è stata, musicalmente, una vera chicca, perché unisce una produzione essenziale ma incisiva a un flow rilassato e sincero, che restituisce tutta l’autenticità degli esordi. Le sonorità calde e minimali, con beat ovattati e linee melodiche leggere, hanno creato un’atmosfera intima, quasi confidenziale, che si distingue nettamente dai brani più recenti e patinati. È stata accolta con entusiasmo da chi c’era dal giorno zero e ha potuto rivivere emozioni che sembravano ormai lontane.

In definitiva, il concerto al Cap10100 è stato molto più di un semplice tributo a Marassi: è stato un ritorno a casa, anche per chi una casa, a Genova, non l’ha mai avuta. Un viaggio tra le vie del quartiere, tra i ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e le emozioni di chi li ha scoperti solo ora. Gli Ex-Otago ci hanno ricordato che, anche con qualche sbavatura e un’energia più trattenuta, certe canzoni restano.

E quando le luci si sono spente, nessuno aveva davvero voglia di tornare a casa. Perché, in fondo, « ci vuole molto coraggio a dirsi che è finita», anche solo per una sera. Una sera in cui il tempo si è fermato, e Genova è sembrata un po’ più vicina, anche a Torino.

Sofia De March 

Il 2025 secondo Musidams. La nostra top album


Il 2025 è ormai finito e si può dire sia stato un anno ricco di nuova musica e produzioni inaspettate. Ecco gli album che, secondo la nostra redazione, sono stati più rilevanti. Nel frattempo, vi auguriamo buone feste e un felice anno nuovo – sperando in un 2026 altrettanto vivo!

LIBERATO III LIBERATO 

Nell’anno delle scomparse di Roberto De Simone e di James Senese, la musica napoletana mantiene ancora la forza di fenomeno collettivo, orizzontale e cosmopolita. Il segreto di Liberato continua il percorso di evoluzione tra i generi e le generazioni in una contaminazione che trova nuova sintesi in questo terzo progetto: un concentrato di mezz’ora che unisce Teresa De Sio e Maria Nazionale, Eduardo De Filippo e Pino Daniele. 

Alessandro Camiolo

The Overview – Steven Wilson 

Quest’anno Steven Wilson torna alle origini dello space-rock e del prog con The Overview, attraverso due lunghe suites che mescolano atmosfere sognanti ed echi dei Pink Floyd. Quaranta minuti incentrati sulla piccolezza dell’uomo di fronte al cosmo: un viaggio sonoro affascinante che si distingue dalle opere precedenti pur rimanendo inconfondibilmente suo.

 Melika Nemati

Le sacre du soleil invaincu – Neptunian Maximalism

Il terzo album del gruppo drone metal belga porta avanti sapientemente l’ambizioso approccio musicale che sposa l’estetica dell’occulto a impressionanti rituali dal carattere mistico. Registrato nella chiesa londinese di Saint John’s On Bethnal Green tra settembre 2023 e febbraio 2024, l’epopea Le sacre du soleil invaincu si suddivide in tre facciate (“At Dusk”, “Arcana XX”, “At Dawn”) e nella sua durata totale di 100 minuti culla l’ascoltatore in trame ambientali, spiragli psichedelici, slegamenti post-rock e un’insaziabile ricerca spirituale che osserva da lontano l’avvento di un’imminente apocalisse.

Andrea Arcidiacono

Forse un giorno – Gioia Lucia

L’album d’esordio della cantautrice ci trascina in uno stile groovy e funky abbinato a testi semplici e diretti, che rimandano a una dimensione scintillante e frizzante propria della disco-music. Attraverso i suoi brani, Gioia Lucia sembra abbandonare una fragilità difficile da sopportare per abbracciare una maggiore sicurezza in sé stessa e nelle sue possibilità. Il disco, in cui si alternano intermezzi riflessivi e momenti spensierati di incontenibile movimento, è uscito nel maggio 2025 come a proclamare l’inizio della bella stagione e della carriera di una cantautrice brillante, versatile e coinvolgente.

Maria Scaletta

Addison – Addison Rae

Dopo una breve carriera da influencer, Addison Rae debutta con il suo primo album, Addison. Un disco che guarda agli anni 2000, tra synth-pop ed electro-pop, e che parla di fama, immagine e crescita personale il sound e l’estetica richiamano chiaramente l’universo di Britney Spears. Nonostante le evidenti influenze, l’album riesce a trovare una propria identità, rivelandosi un debutto sorprendentemente riuscito e convincente.

Silvia Appendino

A Dawning – Ólafur Arnalds, Talos 

La musica è un filo invisibile che lega le anime e resiste al silenzio della perdita. Nato da un incontro tra Ólafur Arnalds e Talos (Eoin French), e completato con devozione dopo la scomparsa dell’artista irlandese, l’album A Dawning respira come un unico, ininterrotto dialogo tra mondi. Pianoforte minimalista, elettronica ambient e orchestrazioni da camera disegnano paesaggi delicati e sospesi. Un viaggio emotivo nel cuore della fragilità: il dolore non viene negato ma attraversato; i sogni non svaniscono nell’assenza, vengono custoditi («What if the dreams were ours to keep?»). Un tributo contemplativo, poetico e senza tempo.

Ottavia Salvadori

Baby – Dijon 

Distorto e viscerale, “Baby” è puro impatto emotivo. Coinvolge l’anima e trascina l’ascoltatore nel mondo intimo di Dijon, tra la paternità e l’amore incondizionato per Joanie. L’album sfugge ai canoni di R&B, soul e pop, frammenta melodie e strutture ritmiche, e costruisce una poetica imperfetta che, come nella copertina in bianco e nero, si muove su un’ampia scala di grigi, trasmettendo la sincera urgenza di chi sente il bisogno di donare tutto sé stesso a chi ama. 

Marco Usmigli

SWAG II – Justin Bieber 

Con SWAG II, Justin Bieber chiude il doppio progetto partito a luglio e si libera finalmente dagli schemi del pop commerciale. È un disco dal mood estremamente rilassato, che punta su atmosfere spiritual e della black music. La traccia che apre è la trascinante “Speed Demon”. Justin gioca volutamente con la voce: in brani come “Bad Honey” usa vocalizzi e colori alla Michael Jackson. Da citare infine la collaborazione con Tems, un pezzo R&B dove le due voci si fondono alla perfezione.

Mattia Gabriele Spilla

PER SOLDI E PER AMORE – Ernia 

Dopo tre anni, Ernia torna a raccontarsi con un nuovo album. Fermandosi al titolo, PER SOLDI E PER AMORE sembra incarnare lo stereotipo del rapper per cui sono importanti solo soldi, belle macchine e un finto amore spesso fin troppo passionale. Ma già dal primo ascolto, si percepisce che l’artista si discosta da questo mondo: non gli appartiene («ho un bisogno più profondo, soltanto il soldo è un motivo debole»). Ernia in questo disco è maturato ed è consapevole di ciò che ha avuto, ha e avrà da sé stesso e da chi gli sta accanto, senza la pretesa di avere la verità sulla vita in tasca.

Roberta Durazzi

I’m Only F**king Myself – Lola Young 

Dopo circa un anno torna Lola Young, giovane voce londinese e penna introspettiva. Il successo di “Messy”, singolo del disco precedente capace di dare forma al rumore di una generazione, è stato la scintilla che ha acceso tutto, ma il nuovo lavoro sceglie di non restare imprigionato nella logica della hit. Nuove direzioni tra pop, rock e indie, con un sound tipicamente inglese, sostenuto dall’attitudine irriverente e senza filtri di Lola e dalla sua capacità di trattare le debolezze con sarcasmo. Un progetto vivo, che consolida un’identità già riconoscibile e amplia un percorso artistico sempre più promettente.

Linda Signoretto

Getting Killed – Geese

Dopo due anni dall’ottimo secondo lavoro in studio, i Geese tornano con quello che è a tutti gli effetti il loro album più potente e visionario. La scrittura intelligente e tagliente di Cameron Winter si intreccia perfettamente con la bravura tecnica della band e con la produzione innovativa di Kenny Beats, tra i produttori più rilevanti degli ultimi anni. Il risultato è un’esperienza d’ascolto magnetica e sorprendente, capace di imporsi come uno dei dischi rock più stimolanti dell’ultimo decennio.

Alessandro Ciffo

Amuri LuciCarmen Consoli 

Carmen Consoli ritorna sulle scene con il primo album della trilogia che, oltre all’amore, toccherà i temi di tragedia e metamorfosi. Porta l’ascoltatore in un viaggio attraverso i secoli della storia siciliana. Usa il canto “vanniato” e gli strumenti tipici della tradizione del meridione. Si fa “necrofila di lingue”, con testi in greco antico e latino, ma si muove anche attraverso lo stilnovismo federiciano e, ovviamente, il siciliano. Disseziona il suo sud in apici di lirismo e sentimentalismo, senza però tralasciarne i molteplici punti d’ombra. Riesuma storie antiche rendendole vettori per la contemporaneità politica e fa del suo canto un vero e proprio manifesto ideologico.

Stella Platania

Caramé – Angelina Mango 

Angelina Mango ritorna dopo periodo di meritato silenzio. Con Caramé si crea uno spazio tutto suo, ispirato, poetico e cantautorale. Fa il punto di quest’ultimo anno e, poi, trova la forza di raccontarcelo. Ci grida la sua rabbia e la sua frustrazione, ci sussurra la sua tristezza, si entusiasma con noi per la gioia di ripartire. Se ha capito qualcosa da questa lunga pausa è che «la vita va presa a morsi»: una scoperta e una consapevolezza che certo non può e non vuole tenersi per sé.

Michele Bisio

Le Città di Pianura (Original Soundtrack) – Krano

Krano, cantautore vicentino dalla voce ruvida e autentica, firma la colonna sonora del film Le città di pianura, uscito quest’anno nelle sale italiane. Con testi in dialetto veneto e l’accompagnamento essenziale della chitarra, l’artista riesce a evocare paesaggi sonori intensi e malinconici, capaci di restituire l’anima più intima della sua terra. Una colonna sonora che non si limita a fare da sfondo, ma diventa protagonista silenziosa del racconto: una piccola gemma che brilla per sincerità e radicamento.

Sofia De March

Menzione d’onore:
Una lunghissima ombra – Andrea Laszlo De Simone
Viaggio sonoro tra il cosmo e l’anima, in cui il cantautore torinese sviscera ogni meandro dell’essere umano e la sconfinata ombra che ognun* di noi si porta appresso. Diciassette brani che creano atmosfere sospese a mezz’aria, in bilico, né concrete né astratte, che si mantengono a debita distanza, come se Laszlo De Simone volesse comunicare con noi rispettando la nostra bolla di fragilità e insicurezze. Una vera e propria opera pop-rock, senza eguali per qualità musicali e di scrittura nell’intero panorama italiano. Se ve lo siete persi, fatevi un grande regalo: ascoltatelo.

Marco Usmigli

Top 10 singoli di dicembre 2025

Ormai siamo a dicembre inoltrato e l’anno sta finendo. L’iperproduttività che ha caratterizzato il 2025 fa sicuramente riflettere. Tra vette irraggiungibili, esercizi di stile, passi falsi e mediocrità, l’anno in corso ha comunque riservato sorprese allettanti.. Di seguito vi proponiamo le 10 uscite più interessanti di questo mese, augurandovi una buona lettura e un felice anno nuovo!

“Chiuvìti/Nun Chiuvìti” – Marco Castello

Volando verso la rivoluzione come una Quaglia Sovversiva. Il nuovo album di Marco Castello manda i fan in brodo di giuggiole dal primo all’ultimo brano. Tra le dieci tracce, caratterizzate da sonorità fresche e da qualche ripresa del repertorio precedente, spicca “Chiuvìti/Nun Chiuvìti”. Un ritmo coinvolgente, ravvivato dal groove del basso, su cui si innesta una linea melodica vocale fluida, capace di appoggiarsi morbidamente alla base. Il testo interamente in siciliano si muove tra volgarità e lirismo, cantando il cambiamento, l’amore e quello che probabilmente è il topos più ricorrente di Quaglia Sovversiva: l’odio per le guardie.

“Solo su una gamba” – Luca Carocci

Luca Carocci, produttore e polistrumentista, procede nella sua carriera da solista con Gesucristo forse è morto di freddo. “Solo su una gamba” è tra le tracce più tenere e delicate dell’album. Il brano è costruito su una base minimalista di chitarra, tastiera e percussioni, che si arricchisce appena nel bridge. Muovendosi su una linea melodica asciutta, il cantato di Carocci racconta con un testo semplice il senso di precarietà di ogni persona alla costante ricerca di un equilibrio emotivo, con un saliscendi che pare cullarci in un’amaca confortante, sospesa sul marasma degli ostacoli quotidiani.

“Daniel J” – Little Pieces of Marmelade

404DEI (Errore degli Dei) dei Little Pieces of Marmelade è in grado, nel pur variegato panorama musicale odierno, di dare vita a qualcosa di mai sentito prima. Il sound del duo marchigiano è frutto di influenze alternative rock, punk e lo-fi, con vocalità indie alternate allo scream su basi fortemente distorte. Il risultato è un progetto interamente in italiano, scelta che, a detta del duo, permette una messa a nudo totale delle tematiche affrontate. “Daniel J” è il perfetto connubio di tutte le caratteristiche descritte, e alterna strofe in falsetti volutamente sporchi su basi lo-fi a un ritornello aggressivo e ricco di distorsioni, con un bridge pienamente metal, in cui la rabbia del brano raggiunge il massimo dell’intensità. 

“L’Altro Mondo” – Gemitaiz

Gemitaiz torna sulle scene con la volontà di cambiare rotta rispetto alle tendenze commerciali del rap italiano contemporaneo. L’album è costruito su basi strumentali realizzate con l’aiuto di molti musicisti, che permettono al rapper di esprimere al meglio quell’altrove distante dalle logiche repressive delle major. “L’Altro Mondo” è il manifesto introduttivo a ELSEWHERE, che inizia l’ascoltatore delicatamente, su una base ridotta a un coro solenne rinforzato dagli archi. Gemitaiz lamenta il mondo degli schemi e della digitalizzazione, mentre l’attacco del beat carica il suo messaggio di rabbia. Sul finire del brano, in francese, il falsetto angelico di Mathilde Fernandez porta via l’ascoltatore da “L’Altro Mondo” per immergerlo morbidamente nell’elsewhere che dà il titolo all’album

“Let There Be Shred” – Megadeth 

“Let There Be Shred” è l’ultima delle tracce che hanno anticipato l’uscita dell’album Megadeth, prevista nel gennaio 2026. Il brano si fa manifesto del thrash metal, di cui i Megadeth sono stati tra i primi e maggiori esponenti. Si avverte un ritorno alle origini nei ritmi frenetici delle percussioni, da cui deriva, appunto, il termine thrash. Nonostante la mezza età sia superata da tempo, Dave Mustain sostiene ancora energicamente il ruolo di protagonista, con vocalità graffiante e shredding di chitarra “at the speed of light”. Teemu Mäntysaari alla ritmica sorregge abilmente il brano, nonostante il suo sodalizio con la band sia relativamente recente.

“Kether” – Zu

La carica snervante dei romani Zu viene riproposta attraverso un’originale rielaborazione del post-metal amalgamato da andamenti jazzati e trasognati. I sette minuti di “Kether” viaggiano su un tappeto volante fatto di dettagli impercettibili, eppure a loro modo riconducibili all’operato massimalista dello storico complesso noise rock protagonista – tra i tanti – di un ambizioso progetto in collaborazione con il gruppo neofolk londinese Current 93.

“When and Why” – Archy Marshall

Già in passato, il producer e rapper londinese Archy Marshall aveva più che palesato un avvicinamento a un hip hop astratto di matrice billywoodsiana ed early-sweatshirtiana. Con la nuova uscita “When and Why” emergono ulteriori influenze trip hop che arricchiscono, e non poco, l’attitudine lo-fi che il producer sta rincorrendo da inizio carriera a questa parte. L’attitudine strascicata e deprimente ci riporta vagamente alle atmosfere di I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside (USA, 2015).

“X LIGHT MATTER” – Mc Lan & Pink Siifu

L’intrigante collaborazione del brasiliano MC Lan ed il rapper statunitense Pink Siifu sfocia in un’accogliente sequela di divagazioni stilistiche. Con l’uscita di “X LIGHT MATTER” si passa da movimenti soffusi ad altri più cadenzati e a tratti soffocanti. Pink Siifu fa un ulteriore passo in avanti nell’esecuzione del rapping, sempre più inconscio ed embrionale, seppur ancora derivativo dall’ondata astratta degli ultimi anni.

“HOWWEFLOW” – GENA

GENA, progetto retrò del producer di Detroit Karriem Riggins e dell’artista texana Hailee Olivia Williams – in arte Liv.e – mette in campo una genuina combo di generi avvalorati dalla forza della produzione. Il nuovo singolo “HOWWEFLOW”, a metà tra il neo-soul psichedelico e l’R&B alternativo, si destreggia molto bene attraverso vocalizzi formidabili e un’ottima esecuzione della batteria di Riggins. Che sia l’anticipazione per un possibile debutto artistico?

“Steady Grace / Juro que vi túlipas” – Bruno Pernadas

Con il caldo e passionale Who Throw Objects at the Crocodiles will be Asked to Retrieve Them (Portogallo, 2016), il musicista portoghese Bruno Pernadas era riuscito ad avvolgermi con in una travolgente atmosfera jazz pop contornata da elementi lounge ed esotici. Il nuovo singolo “Steady Grace / Juro que vi túlipas” prosegue il discorso di quell’LP, puntando su un approccio formale e decisamente più commerciale.

Andrea Arcidiacono e Stella Platania

GINEVRA in concerto a Torino: pop-rock e femminismo tra i mutamenti

Il 18 dicembre, a pochi giorni dal grande esodo natalizio, GINEVRA, torinese d’origine, sale sul palco dello sPAZIO211 senza l’ansia del sold out e senza la necessità di dimostrare nulla. Un contesto che, più che penalizzare, finisce per valorizzare un live che punta sulla sostanza e non sulla retorica del tutto esaurito. 

Insieme alla band la cantante ripercorre il proprio percorso di crescita personale e musicale: dall’EP METROPOLI del 2020, passando per DIAMANTI, fino ad arrivare all’ultimo progetto pubblicato a gennaio di quest’anno, FEMINA. Un album che segna un cambio di prospettiva piuttosto netto e che GINEVRA introduce senza giri di parole: è un disco dedicato alle donne che resistono e lottano. 

Foto di William Fazzari

Dal punto di vista sonoro, FEMINA prende le distanze dall’elettronica più eterea del passato, fatta di synth onnipresenti e ritmiche spesso lasciate sullo sfondo. Al loro posto emergono chitarre riverberate, impreziosite da scivolate melodiche affidate allo slide, e una batteria finalmente centrale, concreta, che dal vivo si prende lo spazio che merita, grazie anche a una microfonazione molto vicina.

I synth, ovviamente, non scompaiono ma cambiano ruolo. Se prima costruivano tappeti sonori su cui la voce poteva comodamente sdraiarsi, ora intervengono come elementi melodici attivi, talvolta in contrasto con le scelte sempre chirurgiche delle linee vocali.

Il live si sviluppa come un percorso volutamente non lineare, muovendosi avanti e indietro tra le diverse fasi della carriera di GINEVRA e rendendo evidenti le trasformazioni avvenute nel tempo. L’estetica pop-rock di FEMINA è immediatamente riconoscibile: anche chi non conosce l’artista individua senza sforzo i brani più recenti. La band, evidentemente a proprio agio, li valorizza senza sovraccaricarli e riesce anche a rimettere mano ai pezzi precedenti con arrangiamenti misurati, mai invadenti come quelle decorazioni natalizie pompose e kitsch, che fanno comunque la loro sporca figura.

Foto di William Fazzari

La vicinanza al Natale e alla città natale crea infine il contesto ideale per la presenza in sala della famiglia, che diventa parte integrante dello spettacolo. Prima attraverso dediche sincere, a cuore aperto, e poi nel finale, quando il padre viene invitato a salire sul palco per suonare “my baby!”. Un momento che chiude una serata intima, energica ed energetica, in cui la presenza scenica e la sicurezza di GINEVRA emergono senza bisogno di effetti speciali come una stella sulla punta dell’albero: inevitabile, luminosa, e senza troppe sfarzosità attorno.

Marco Usmigli

La webzine musicale del DAMS di Torino