Metronimìe Festival: poetica fuori dall’ordinario

Si è tenuta a Torino la sesta edizione del Metronimìe Festival, manifestazione interamente dedicata alla poesia e alla sperimentazione sonora. Anticipato da due anteprime tenutesi al Magazzino sul Po e al Imbarchino del Valentino, il festival ha confermato la vocazione degli artisti ospitati. 

Il 13 giugno, in occasione della terza serata, si sono esibiti al Magazzino sul Po il duo fiorentino San Giorgio Cibernetico, formato dal performer Matteo Zoppi e dal musicista Michael Nannini, e lo storico progetto collettivo piemontese Uochi Toki, guidato dal rapper Napo e dal sampler e compositore Rico. Ultima ma non meno importante presenza è quella del batterista Giovanni Todisco, noto con lo pseudonimo Mortal Kimbo, interprete di un linguaggio intenso e rituale. Tra la teatralità catartica del primo e l’astrattezza spiazzante dei secondi, la serata ha raggiunto momenti di grande intensità, costruendo una poetica anomala e perturbante: un autentico schiaffo alla routine quotidiana.

Dando voce ad alcuni protagonisti della poesia di neoavanguardia italiana, tra cui Amelia Rosselli e Giorgio Celli, i San Giorgio Cibernetico intrecciano frammenti letterari e improvvisazione in un progressivo crescendo apocalittico. A metà tra spoken word, teatro performativo ed elettronica sperimentale, il duo costruisce trame sonore e dense, capaci di assorbire l’attenzione del pubblico e di trasformare il palco in uno spazio di sospensione espressiva.  

Attivi sulla scena da oltre venticinque anni, se si considera il progetto antecedente Laze Biose, gli Uochi Toki hanno attraversato diverse stagioni dell’hip hop italiano: dallo schietto conscious hip hop di L’estetica all’uragano sonoro di Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste – debitore delle frammentazioni impattanti degli statunitensi Dälek – il gruppo non ha mai smesso di abbracciare nuovi confini musicali, arrivando a incorporare linguaggi estremi al pari del power noise. Uno dei loro ultimi lavori, “Le Metamorfosi” (2023), assume i contorni di un sarcastico bilancio esperienziale, un apparente testamento all’interno della loro prolifica carriera discografica. 

Da circa due anni, il progetto si è ampliato, assumendo dal vivo la forma di una vera e propria comunità sotto il nome di Uochi Toki Collective. Durante la serata torinese sono saliti sul palco anche Mrs. Bhutan, figura avvolta nell’anonimato e caratterizzata da un immaginario visivo capace di suscitare straniamento, e il duo di hip hop underground Ciolle Pare: attraverso un articolato flusso di coscienza, le new entry del collettivo si muovono lungo traiettorie differenti rispetto alla produzione storica degli Uochi Toki, pur dimostrando una notevole capacità di integrarsi all’interno del loro universo sonoro.

In un panorama culturale sempre più orientato alla fruizione rapida e immediata, il Metronimìe Festival si propone di rappresentare uno spazio prezioso per l’ascolto attivo, in particolar modo per la ricerca sonora. Tra poesia performativa, sperimentazione elettronica e hip hop sperimentale, gli artisti coinvolti ricordano come l’arte possa ancora essere un territorio di scoperta, capace di interrogare, disorientare e aprire nuove possibilità di percezione del reale.

Andrea Arcidiacono

Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

Top 10 maggio 2026

Il caldo regna sovrano, eppure, in questa selezione difficilmente troverete un fresco ristoro, ma generi e atmosfere quasi “fuori stagione”: dal folk cantautoriale al disco-pop, dal rock a tinte anni ‘60 a quello alternative impregnato di chitarre distorte. Insomma, un variegato mix di sonorità che ci farà compagnia nelle lunghe giornate di studio per la sessione estiva. 

Per Domani – carbeau 
Carbeau è un artista italo-francese trapiantato in Brasile, profondamente influenzato dalle culture che ha vissuto. L’ultima traccia del suo nuovo album, Odore dell’Asfalto, svetta per complessità sonora. Le stratificazioni melodiche di chitarra e synth puntellano un’aria sognante, in cui l’artista canta l’abbandono e il dolore subito. Poche parole qua e là, che trasmettono una chiara rassegnazione sull’amore ormai perso.

Gather Round – The Lemon Twigs
Nei classicheggianti arrangiamenti anni ‘60 dei fratelli D’Addario, Gather Round arriva diretto alla testa con un moto melodico giocoso e catchy, mentre i fiati sussurrati sullo sfondo aggiungono brio e leggerezza. La batteria porta avanti un pattern chiaro e lineare che spesso si ferma per lasciar spazio agli altri strumenti che, nella coda del brano, si mutano a loro volta per giungere a un trascinante sing-along collettivo.

Contemplare il cielo attraverso le dita – Dimartino 
Il cantautore siciliano canta la disillusione verso il mondo e la necessità di imparare a godersi la vita lasciandosela scivolare addosso, perdendosi in ciò che rasserena e porta a sentirsi di nuovo bambini. Una ballad folk che, come tutto il disco L’improbabile piena dell’Oreto, si allontana dagli ultimi progetti in duo con Colapesce; un lavoro nato dall’esigenza di uscire dal loop vertiginoso della ricerca della hit. Ne risulta un brano intimo e libero, anche da spinte commerciali, come dimostrano i quasi cinque minuti di durata. 

Una spiegazione assurda – Marco Fracasia
L’intro quasi vaporwave, con le sue scale ascendenti e discendenti, introduce un arrangiamento disco-pop ormai decadente. Il cantautore lo sviluppa però con maestria, non obbligandosi a mantenere il pattern ritmico delle percussioni su tutto il brano; crea così un susseguirsi di momenti di up&down che arricchiscono la traccia, evitando la noia. Il singolo prepara l’uscita, prevista per il 12 giugno, del nuovo album: un progetto che consigliamo di tenere d’occhio. 

Shway Shway – Nu Genea feat. Celinatique
Percussioni brillanti e un synth dall’anima latina che ricama la melodia principale, mentre una seconda tastiera viaggia su un tempo bossa nova regolato, un samba lento. La voce eterea di Celinatique si incastra perfettamente, muovendosi con un classico piglio jazz e riempiendo i momenti in cui gli strumenti rifiatano. Un pezzo eclettico che stupisce, soprattutto per la struttura in due parti: la pausa a metà è così lunga che viene da pensare sia partita la traccia successiva… e invece il brano ricomincia e traghetta il giro melodico dritto verso la coda finale. 

Il contadino magro – Max Gazzè
Avvolgente, poetico e struggente. Il brano d’apertura dell’ultimo progetto di Gazzè, L’ornamento delle cose secondarie, strappa via l’ascoltatore dalla sua quotidianità e lo introduce all’universo costruito meticolosamente dal cantautore, tramite i suoni esclusivamente analogici degli strumenti più vari e la scelta anticonvenzionale dell’accordatura a 432Hz. L’orecchio si adatta subito alla frequenza, mentre il testo racconta senza patetismi la simbiosi tra la vita che nasce e quella che si consuma.

Heart of Chrome – The Claypool Lennon Delirium
“Heart of Chrome” è l’unico momento di distensione nel delirio, di nome e di fatto, che è il concept album The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy. Elaborato frutto delle atmosfere sognanti di Lennon e delle originali linee di basso di Les Claypool, il brano racconta  – in una narrazione fantasy dalla spiccata cifra prog – il timore dell’assenza di umanità intrinseca alle I.A. che prendono piede rapidamente nella nostra contemporaneità.

do i clench my fists? – ridgeclub
“do i clench my fists” è un singolo neo jazz del sassofonista e musicista canadese ridgeclub. Lo permeano sonorità neo jazz che fondono lo strumentale all’elettronica in un ammaliante risultato ambient. Ha il sapore di un ritorno a casa in macchina, di notte, mentre i pensieri vagano pigramente velati di nostalgia.

Serpenti dell’82 – Ministri
Manifesto di una generazione delusa ma mai rassegnata: meno di un anno dall’ultimo album, il gruppo alternative rock pubblica l’ep Canzoni ombra, del quale tre brani erano già usciti sulla newsletter nel 2022, ma, come richiesto dalla band, mai diffusi. Gli spigoli rabbiosi dei primi album si sono smussati, ma gli ideali e la speranza della generazione degli anni ‘80, sebbene logorati da una politica che non sono stati in grado di volgere a proprio favore, rimangono vivi, e Divi grida forte che, nonostante tutto, riusciremo a farci valere senza diventare cattivi.

The Crop – Liminal
Il nome della band australiana si riflette appieno nelle ambientazioni in cgi a bassa risoluzione che riempiono il videoclip stile anni ‘90 realizzato per “The Crop”. In piena wave neo-psyck rock, il brano si sviluppa su una cellula melodica ripetuta e alternata al sussurro del vocalist, ornata da riff distorti di chitarra che evitano la monotonia pur mantenendo l’atmosfera alienante.

Marco Usmigli e Stella Platania

Jazz is Dead! 2026: contro l’epoca della nostalgia

La nona edizione del festival conferma la forza di un’identità costruita nel tempo. Ecco qui il nostro reportage. 

Viviamo nell’epoca del revival permanente. Le classifiche premiano sonorità vintage, i cataloghi del passato vengono continuamente rispolverati  e il confine tra omaggio e nostalgia si fa sempre più sottile. Dentro un’estetica e una cultura musicale ossessionate dall’archivio e dal mito dell’“era meglio prima”, Jazz is Dead! suona come una provocazione. Uno slogan che, però, non certifica la morte del jazz. Al contrario, interroga il destino di una musica che nasce da sovversioni, contaminazioni e sperimentazioni, oggi spesso trasformata in patrimonio museale, preservata e contemplata come un culto del passato. La programmazione del festival ribalta questo paradigma: il jazz è un approccio, non solo un repertorio. Un modo di stare dentro la musica aperto all’”errore” e all’incontro cross-over, che prova a dare nuova vita a un passato che non passa.

Backwards, il tema di quest’anno, è un ritorno sui propri passi con la bussola della visione musicale sempre ben orientata verso la sperimentazione e l’avanguardia. Lo scorso anno il direttore artistico Alessandro Gambo chiudeva l’edizione annunciando che il festival non sarebbe più stato come prima, infatti si è passati dal cemento del Bunker al bosco di Cascina Falchera. Verrebbe da dire che tutto è cambiato e al tempo stesso è rimasto com’era, ma col senso di novità a stimolare le nostre aspettative. La nuova sede favorisce una maggiore vivibilità e due zone concerto: una tradizionale col palco nel prato e una invece più intima e raccolta nel bosco adiacente.

Proprio qui inizia il pomeriggio del venerdì con l’esibizione del duo italiano formato da Stefano Pilia e Marta Salogni: un dialogo intenso tra la chitarra del primo e i nastri magnetici della seconda. La costruzione del suono per loop e delay lunghissimi annulla ogni ritmo e si fonde alle elaborazioni di chitarra piene di feedback e distorsioni che rendono il suono di partenza sempre più irriconoscibile.
Si passa poi alle esibizioni sul palco: la prima è la colombiana Lucrecia Dalt che presenta il suo ultimo album A Danger to Ourselves. La sua musica è mix di lingue, strumenti e ritmi differenti che attraversiamo senza inciampi, come se tutto fosse in continuo fluire.
Dopo di lei un altro duo della giornata: i Matmos, coppia di Baltimora che per un’ora ha conquistato il pubblico con campionamenti di suoni metallici e un umorismo freddo tipici del loro stile. Anche qui sembra tutto un flusso elettronico cadenzato che diventa sempre più ritmato con picchi di glitch e ambient techno che fanno muovere il pubblico. 

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

Il sabato di JID26 ha un’impronta dichiaratamente party che attraversa l’intero programma tra jazz, hip-hop, elettronica, dub, metal e club culture. In coproduzione con il Torino Jazz Festival si parte con Yazz Ahmed insieme a Raph Wyld: un jazz contemporaneo e psichedelico in cui la tromba si muove tra stratificazioni sonore e forti radici arabe, tra apertura mediterranea e ricerca elettronica. Segue Sorvina, tra jazz rap, neo-soul e R&B, con stile e freschezza, groove e una forte attitudine black contemporanea. Gli Alien Dub Orchestra rileggono il dub in chiave orchestrale intrecciando reggae, cumbia e psichedelia in un movimento continuo. Con The Heliocentrics passiamo a stratificazioni ritmiche e improvvisazione: una fusione tra funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e latinoamericani. Moor Mother cambia completamente registro, da una postazione elettronica, costruisce un set di texture abrasive e frammenti sonori tra elettronica, noise e spoken word, e improvvisazione con riferimenti afrofuturistici.
Lord Spikeheart porta un set caotico ed energico tra african metal, elettronica distorta, growl, urla stridenti e accenni rap, tipica performance da head-banging. Con A Guy Called Gerald si entra pienamente nella club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass, con un live set travolgente e di grande qualità. La festa si sposta poi a El Barrio, dove il sabato notte continua in chiave club tra dj set, anche in vinile, e atmosfera da dancefloor.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

La terza giornata del festival si rivela molto più di una semplice successione di concerti: è un’ininterrotta odissea geografica e spirituale che ridisegna i confini della musica di ricerca contemporanea. Lontano dalle geometrie urbane, questa dimensione di periferia si trasforma in un rifugio vitale, uno spazio di libertà assoluta dove i suoni possono espandersi e respirare.
Un evento strutturato come una mappa musicale in continuo mutamento: un viaggio transoceanico che prende le mosse dalle radici del sud-est asiatico con suoni percussivi dei gong e delle campane dell’Ensemble Nist Nah, fino ad arrivare all’estasi del krautrock che il trio Dwarfs Of East Agouza intreccia, spingendo la musica egiziana e la psichedelia. Il percorso prosegue calandosi negli abissi rarefatti del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, alla sua prima esibizione in Italia, per poi risalire attraverso le rigorose geometrie del math rock degli Horse Lords e i loro ritmi dispersi. Infine, il viaggio approda poi alla bellezza dolente delle sonorità libanesi dei Sanam. E come da tradizione del festival, anche quest’anno si conclude con il dj set di Alessandro Gambo.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

C’è un legame profondo, un filo invisibile che unisce tutti questi mondi e giornate di Jazz is Dead!: un percorso in cui i rumori si sciolgono costantemente in un’atmosfera sospesa. In questo ecosistema, il jazz accetta di “morire” ancora una volta, sgretolando la propria forma classica per reincarnarsi in linguaggi nuovi. Ed è proprio qui che il tema di questa edizione, Backwards, svela la sua intuizione più brillante: andare all’indietro per ritrovare le radici. Radici culturali sparse in ogni angolo del mondo, che qui si intrecciano e dialogano tra loro attraverso un nuovo linguaggio. Forse, solo guardando alle proprie spalle la musica e la comunità che si riunisce per ascoltarla, trova la spinta decisiva per proiettarsi verso il futuro.

Alessandro Camiolo, Linda Signoretto, Melika Nemati

All’Auditorium Rai: la musica che annulla il confine tra l’Io e il Mondo

Fino a che punto la voce del singolo può resistere al rumore del mondo prima di fondersi con una melodia collettiva? E può espandersi fino ad abbracciare il mondo intero?

Il concerto del 21 maggio all’Auditorium Rai invita a esplorare proprio questa dimensione, aprendosi con il Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129 di Robert Schumann. L’occasione segna l’atteso ritorno di Pablo Fernández, uno dei violoncellisti più brillanti della sua generazione, come solista con l’orchestra sinfonica nazionale Rai, compagine con la quale debuttò giovanissimo nel 2017.

Scritto a Düsseldorf nel 1850 in sole due settimane di fervore creativo, il brano custodisce un enigma che le note di sala evidenziano lucidamente: la partitura non lascia ancora trasparire i segni della spaventosa malattia mentale che di lì a poco avrebbe travolto l’autore. Fernández, pur dotato di un’altissima tecnica, offre una lettura profondamente introspettiva. Il suo violoncello rifugge dal virtuosismo fine a sé stesso, nel pieno rispetto delle intenzioni di Schumann, da sempre lontano dai cliché del mero sfoggio ottocentesco.

Nel primo movimento l’esecuzione si trasforma in un intimo monologo interiore, il canto di chi usa la musica come scudo contro il caos esterno, mentre l’orchestra si profila sullo sfondo. Il passaggio al secondo movimento avviene in modo estremamente fluido: qui, nel celebre duetto con il primo violoncello dell’orchestra, la solitudine del singolo si apre finalmente alla dimensione collettiva, per poi sbocciare nell’energia trascinante del finale, un Sehr lebhaft (molto vivace) autentico e vitale.

Credits: SergioBertani/OSNRai

Mentre Schumann si rifugia nei labirinti della propria psiche, Antonín Dvořák risponde alla stessa urgenza espandendo i confini geografici e culturali della tradizione, e invitando a un mondo nuovo. La seconda metà della serata vede infatti l’orchestra sinfonica nazionale della Rai farsi interprete della Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”, un capolavoro nato nel 1892 da un capriccio del destino: se gli emissari della mecenate americana Jeannette Thurber, fondatrice del National Conservatory di New York, fossero riusciti a rintracciare in Europa Jean Sibelius – la prima scelta assoluta per la direzione del conservatorio – questa musica forse non sarebbe mai esistita. 

Il compositore boemo non ricalca il folklore d’oltreoceano, ma ne cattura l’anima originaria (dai canti dei nativi agli spirituals afroamericani), fondendola con il rigore strutturale ereditato da Brahms in un’architettura ciclica di rara coerenza.  

È qui che la direzione di Robert Treviño tocca vette di assoluto magistero. Nome di spicco del panorama internazionale e tra i direttori d’orchestra statunitensi più dinamici di oggi, Treviño guida la compagine Rai con una plasticità straordinaria: ogni sfumatura della partitura di Dvořák sembra materializzarsi visivamente tra le sue mani. Non si tratta solo di scandire il tempo, ma di scolpire il suono nell’aria, rendendo visibile ogni singolo ingresso strumentale.

L’OSN Rai asseconda questo magnetismo con una compattezza esemplare, passando dalle sottili allusioni del primo movimento allo struggente lirismo del Largo – quel canto universale intriso di nostalgia affidato al corno inglese –, fino all’energia rutilante del finale. Una malinconia trionfante che ha travolto l’Auditorium in un lunghissimo applauso.

Forse, l’intera esecuzione è una lettera dal nuovo mondo: la musica rimane l’ultimo rifugio possibile. Solo attraverso la condivisione e la capacità di tessere legami l’esperienza del singolo può trasformarsi in un autentico capolavoro.

Melika Nemati

Dal Barocco al Cinema: il viaggio sonoro dell’Ensemble di corni dell’OSN RAI

Con il settimo appuntamento de “Le domeniche dell’Auditorium”, domenica 17 maggio, l’Auditorium Rai «Arturo Toscanini» di Torino accoglie il concerto dell’Ensemble di corni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

La formazione, composta da otto cornisti dell’orchestra, propone un programma di dieci brani capace di attraversare epoche e stili diversi, dal repertorio barocco fino alle celebri colonne sonore del cinema. Questa scelta rende il concerto particolarmente interessante: non è frequente assistere a un’esibizione affidata esclusivamente ai corni, strumenti che
nell’immaginario comune vengono associati soprattutto al ruolo orchestrale.

Fin dalle prime note è sorprendente constatare quanto il suono del corno possa essere potente e allo stesso tempo morbido e avvolgente. Senza alcun bisogno di amplificazione, gli otto strumenti riempiono l’intera sala con un timbro caldo e intenso, capace di alternare momenti solenni ad altri più delicati e lirici.

I musicisti aprono con l’Egmont di Beethoven, che introduce subito un’atmosfera intensa. In seguito, tra i primi brani, uno dei musicisti invita il pubblico a cogliere una melodia che richiama il suono dell’organo: un’immagine particolarmente efficace, che aiuta ad apprezzare ancora di più la versatilità del corno.

Con il procedere del programma, il repertorio si sposta verso sonorità più brillanti, come ne La danza di Rossini. Non si tratta di una scelta casuale: come spiegato durante il concerto, Rossini è stato uno dei compositori che ha saputo maggiormente valorizzare il corno all’interno dell’orchestra, sfruttandone le capacità espressive e il carattere solenne ma allo stesso tempo lirico.

La parte finale del concerto è dedicata alla musica per il cinema. Le note di Robin Hood: principe dei ladri di Kamen evocano atmosfere avventurose, mentre Nuovo Cinema Paradiso di Morricone regala uno dei momenti più emozionanti dell’esibizione. La melodia, resa ancora più intensa dal timbro caldo dei corni, suscita un senso di meraviglia, lasciando nel pubblico un’impressione profonda.

Un concerto originale e coinvolgente, capace di mostrare tutte le potenzialità espressive del corno e di accompagnare gli ascoltatori in un viaggio musicale che, dal Barocco al Cinema, unisce epoche lontane attraverso il linguaggio universale della musica.

Silvia Appendino

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono

Il Teatro Regio gioca col destino: Stagione 26/27 “Fatale”

Dimenticate le rassicuranti cartoline e i finali consolatori. La Stagione 2026/2027 del Teatro Regio di Torino si presenta con un titolo che suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti: Fatale. Un cartellone imponente di quindici titoli, di cui ben nove allestimenti inediti, costruito interamente sull’ineluttabilità del destino e sulla tensione magnetica tra amore e pericolo, eros e morte. Niente accademismo polveroso, ma un’indagine forte sulle passioni estreme che muovono, e spesso distruggono, l’essere umano.

Foto da Cartella stampa Teatro Regio

L’azzardo del Verismo: un “binge-watching” teatrale

Il vero colpo di teatro arriva subito in autunno. L’inaugurazione del 15 ottobre non sarà una semplice prima, ma l’inizio di un enorme cantiere creativo chiamato “Progetto Verismo”. Si tratta di una maratona di quattro opere di fine Ottocento firmate da Mascagni e Leoncavallo (Cavalleria rusticana, Pagliacci, La bohème e Iris), spalmate su 22 recite in poco più di un mese.

Al timone musicale di questa titanica impresa il Direttore Andrea Battistoni, mentre la visione scenica è affidata alle menti dei registi Daniele Menghini e Francesco Micheli. La vera chicca per i più audaci? Nei primi due fine settimana di novembre sarà possibile vivere le opere come un ciclo continuo di tre giorni consecutivi, in una sorta di binge-watching teatrale totalmente immersivo.

Comunità tossiche, centri sociali e scenari post-atomici.

Se pensate di sapere già cosa aspettarvi da questi titoli, vi sbagliate di grosso. Cavalleria rusticana e Pagliacci vengono svestite dai vecchi cliché folcloristici per trasformarsi in un’indagine, ispirata all’universo crudo di Pasolini, sulle regole non scritte e spesso violente delle comunità rurali. Menghini legge Cavalleria come un mistero sacro e sanguinante che sgorga dalla liturgia pasquale, mentre Micheli fa di Pagliacci uno specchio deformante in cui il confine tra cronaca nera e finzione teatrale diventa pericoloso.

Poi ci sono le due perle rare. La Bohème di Leoncavallo (spesso oscurata dalla più famosa omonima pucciniana) diventa il ritratto di una giovinezza rivoluzionaria spietata: Micheli immagina i protagonisti all’interno di un “centro sociale” ante litteram. È l’esplosione vitale di chi combatte per l’arte, destinata però a schiantarsi contro l’amarezza e lo squallore dell’età adulta.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Il vertice visivo, tuttavia, promette di essere l’Iris di Mascagni. Il regista Menghini, che già ci aveva stupito con il suo allestimento dell’ Elisir d’amore nel 2025, spinge Iris in un territorio distopico e post-atomico. L’opera si muove attorno al suggestivo concetto degli hibakujumoku, gli alberi capaci di sopravvivere alle bombe radioattive di Hiroshima. In questo scenario devastato, la protagonista vive isolata in una grotta sotterranea protetta da fiori di carta, prima di essere trascinata negli abissi di un bordello costruito tra le macerie. Un allestimento che si preannuncia viscerale. Prendere l’esotico e delicato giappone immaginato da Mascagni e puntarlo sul tavolo del distopico post-atomico potrebbe suonare come un all-in registico? Sarò curioso di vederlo.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Corpi in movimento e un teatro per noi.

Non manca un massiccio spazio alla danza, linguaggio spesso usato per esplorare fisicamente le costrizioni del fato. A dicembre torna il popolarissimo gala Roberto Bolle and Friends, ma c’è grandissima attesa per il Tokyo Ballet, che porterà sul palco le potenti atmosfere del Sacre du Printemps di Béjart e la prima italiana di Kaguyahime. Per chi cerca atmosfere più classiche, il Balletto dell’Opera di Tbilisi rinnoverà la magia natalizia de Lo schiaccianoci.

Il Regio, insomma, continua a fare quello che gli riesce meglio ultimamente: svecchiare l’opera e abbattere le barriere. E i numeri parlano chiaro: con un 92% di riempimento della sala registrato nell’ultima stagione, il teatro è trainato da un pubblico giovane in costante crescita. Mettendo in campo trenta debutti assoluti e scommettendo sul palcoscenico come laboratorio vivo, la Stagione 26/27 ha tutte le carte in regola per attrarre nuovo pubblico.

Joy Santandrea

Il Trio Hèrmes e il nodo irrisolto delle compositrici 

Tre giovani musiciste, un repertorio che sfida i pregiudizi e la parola “meritocrazia” usata come passepartout. Il Trio Hèrmes tenta di portare la parità in scena, ma il rischio è quello di restare ospiti d’onore in un salotto che appartiene ancora ai soliti noti.

Nell’appuntamento pomeridiano al Teatro Vittoria, all’interno della rassegna Didomenica curata dall’Unione Musicale, ritorna il Trio Hèrmes, già ospite nel 2022. Da qualche anno a questa parte, l’ensemble porta repertori cameristici e proposte contemporanee in giro per il mondo: attraverso vari stati europei e, prossimamente, in Cina e Stati Uniti, Ginevra Bassetti (violino), Francesca Giglio (violoncello) e Greta Maria Lobefaro (pianoforte) stanno compiendo un percorso di costante maturazione. Formatesi al Conservatorio di Parma, hanno collezionato premi e riconoscimenti – tra cui spicca l’Ensemble of the Year 2023 assegnato da Le Dimore del Quartetto – fino all’opportunità di partecipare al progetto “Giovani Talenti Musicali Italiani nel Mondo”.

Nelle scelte del programma, oltre a optare sulla “sicurezza” (mai scontata dal punto di vista esecutivo) del Notturno di Franz Schubert, l’ensemble ha portato sul palco un’idea presentata chiaramente nel programma di sala e durante la presentazione della violinista: l’esigenza di riportare sotto i riflettori le opere di compositrici rimaste all’ombra dei colleghi uomini o a lungo inedite. Cuore del concerto il confronto tra il Trio in do minore op. 66 di Felix Mendelssohn e il Trio in re minore op. 11 di Fanny Mendelssohn Hensel. Quest’ultima, rimasta ai margini del mercato musicale per i pregiudizi socio-culturali e l’ottusaggine paterna, studiò con i migliori maestri di Amburgo seguendo i passi del fratello, e portò avanti un’attività compositiva in gran parte mai pubblicata. 

Le riconosciute capacità pianistiche dell’autrice e la centralità dello strumento risultano palpabili nell’esecuzione del Trio Hèrmes. Tuttavia, Fanny, tra due giganti che brillano per organicità e coesione, fatica a mantenere alta la soglia d’attenzione, se non per alcuni momenti di brillantezza tematica e sprazzi di eclettismo del pianoforte.

Se l’intento delle esecutrici di ridare vita a queste voci (confermato dal bis di un estratto della compositrice afro-americana Florence Price) è da premiare, la cornice sociologica può lasciar incerti. L’insistenza sul concetto di meritocrazia – ribadito anche nell’intervista di Liana Püschel per l’Unione Musicale – appare problematica: «[…] in quanto ensemble al femminile cerchiamo […] di continuare un percorso di parità, dove al primo posto c’è il merito, e non deve importare se al maschile o al femminile». Questa narrazione, che ignora le questioni al centro delle rivendicazioni femministe dagli anni ’70 a oggi, rischia di apparire ingenua. Pretendere che la questione sia solo meritocratica significa non riconoscere la necessità di ribaltare una struttura fallocentrica che si trascina fino al presente, finendo per promuovere una visione superficiale e deformata.

Il talento in erba del Trio Hermes è fuori discussione, così come l’importanza di riportare in sala pagine come quelle di Fanny Mendelssohn. Resta però il dubbio che, finché gli obiettivi saranno meritocrazia e parità, e non autonomia e autocoscienza, queste compositrici continueranno a essere ospiti d’onore in una casa di cui non possiedono ancora le chiavi. La musica è un ottimo punto di partenza, la riflessione culturale dovrebbe essere un mezzo necessario per valorizzarla.

Marco Usmigli

L‘ossessione per il genio: il paradosso di Matteo Mancuso all’Hiroshima Mon Amour 

C’è un’aria particolare tra le mura dell’Hiroshima Mon Amour: un misto di devozione religiosa e analisi clinica. Incastrato in questa terra di mezzo popolata da nerd della sei corde, il live di Matteo Mancuso si è rivelato un’esperienza capace di distorcere ogni percezione, ribaltando le aspettative in un gioco di contrasti tra euforia e alienazione.

Foto di Franco Rodi

Il target è esattamente quello previsto: attempati giovanotti brizzolati amanti del buon vino, feticisti del rock «fatto bene» (cit. sconosciuto) e ragazzi dai capelli lunghi con qualche sporadico pelo sul viso. Tra uno scambio di battute sui prossimi eventi in cartellone, l’euforia per l’annuncio del nuovo film de Il Signore degli Anelli e qualche fischio d’impazienza per il leggero ritardo, l’artista palermitano sale finalmente sul palco dell’Hiroshima accompagnato da Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria.

Incorniciato da giochi di luce spumeggianti e colonnine al neon da far invidia a un concerto dei Daft Punk, Mancuso si posiziona lateralmente, dettaglio rivelatore del suo modo di essere: quieto, introverso e per nulla egoriferito. Il pubblico si immobilizza, consapevole di stare per assistere a qualcosa di unico. Il concerto parte, e dopo qualche accordo sostenuto le sue dita iniziano a destreggiarsi in arpeggi vorticosi, colpendo le corde con quel fingerstyle flamenchiano che, dopo anni di studio, gli garantisce un’agilità sovrumana.

Foto di Franco Rodi

Sebbene il tour anticipi l’uscita del nuovo album “Route 96” (prevista per il 24 aprile), il concerto non cade mai nel mero esercizio solistico. Matteo non schiaccia i suoi compagni, al contrario: il trio interagisce egregiamente, lasciando spazio a incursioni ritmiche capaci di catturare l’attenzione dell’intera sala. Il titolo del disco, come riferisce lo stesso Mancuso, è un omaggio alla musica americana, a tinte blues e fusion che lo hanno plasmato, dall’immancabile Jeff Beck, all’eclettismo dei Weather Report, fino alle armonie di Chick Corea.

Tuttavia, all’interno di un’esibizione impeccabile per qualità sonora, emerge uno strano senso di scollamento. L’attenzione quasi ossessiva per il talento di Mancuso genera un’alienazione che priva l’evento di quella partecipazione viscerale tipica del Pop, inteso come controparte della musica classica. È un peccato, perché il genio di Matteo non è affatto schiavo del tecnicismo: è in grado di plasmare il suono a suo piacimento, senza mai eccedere. Eppure, dall’altra parte, gli occhi sgranati dei fanatici sembrano concentrati più sulla performance atletica piuttosto che sul lasciarsi trasportare dall’atmosfera.

Foto di Franco Rodi

Matteo Mancuso possiede uno stile che lo rende già oggi uno dei talenti più interessanti e affermati del panorama internazionale e sarebbe più che meritato se l’interesse verso l’artista siciliano riuscisse a evadere dalla nicchia dei cultori dello strumento per abbracciare un pubblico più vasto e istintivo, privo di quella conoscenza che a volte può essere un limite.

Marco Usmigli

La webzine musicale del DAMS di Torino